Antonio Catricalà (Foto LaPresse)

Il patto c'è, Csm e Consulta ancora no

Salvatore Merlo

Carambole parlamentari sulle nomine, Violante e Catricalà ancora non convincono tutti. I sospetti di tradimento, i conti con la ditta.

Roma. Le votazioni per l’elezione del nuovo Csm e della nuova Corte costituzionale in Parlamento vanno avanti in uno stato di fluida ambiguità e felice incertezza. Ballano circa centoventi voti, si elegge un membro del Consiglio superiore della magistratura al giorno, salta ancora una volta l’elezione di Luciano Violante e di Antonio Catricalà alla Consulta, “ma il patto con Renzi è blindato. E’ d’acciaio”, sibila, stanco, Paolo Romani, il capogruppo di Forza Italia. I nomi sono quelli indicati da Arcore e dal Nazareno, da Renzi e da Berlusconi, e tutto si tiene, pur nelle difficoltà. C’è infatti un’intesa da rispettare che riguarda ogni singolo dettaglio della caotica legislatura: queste nomine, poi la riforma della giustizia e

 

la riforma elettorale, infine quella del Senato che forse arriverà in Aula la settimana prossima. Eppure l’elezione dei giudici costituzionali e dei membri laici del Csm va avanti con la levità di uno zoppo che corre. “I voti che mancano non sono i nostri”, si innervosiscono gli uomini del Cavaliere, cui Berlusconi ha comandato d’essere muti come monaci e disciplinati come opliti, lui che in queste ore finge di farsi sfuggire tutto, ma cataloga ogni cosa dentro la testa con la precisione di un ufficiale del catasto. Così nel Partito democratico, tra gli amici di Matteo Renzi, fanno un cenno d’assenso con la testa, dicono di sì, che è vero, “il problema non è solo Forza Italia”. E dunque nel Pd ammiccano, alludono, finché poi qualcuno sussurra all’orecchio dei giornalisti: “La verità è che abbiamo i soliti casini con la vecchia ‘ditta’”. E insomma con ciò che resta di Pier Luigi Bersani e di Massimo D’Alema, soprattutto, ruggini antiche e più nuove, con il tramestìo giudiziario che dall’Emilia tracima fino a Roma, riaccende gli spiriti bellicosi, le sopite voglie di vendetta: impossibile resistere alla tentazione di rallentare, inceppare, gli ingranaggi del patto del Nazareno. In Transatlantico, mentre il pomeriggio scorre nella dissipazione lenta di un voto quasi inutile, Bersani a un certo punto si ferma, sorride ai cronisti: “Renzi dice che non ci ha pensato nemmeno per un nanosecondo a fare un passo indietro dalla segreteria. Io non ho mai chiesto a Renzi di fare un passo indietro dalla carica di segretario, anche se io non ci avrei pensato un momento a farlo quel passo indietro… Non si parli di gestione unitaria se non c’è prima una discussione su cosa è il partito in questo momento”. Mormora dunque Davide Faraone, deputato siciliano del Pd: “Questo gruppo parlamentare, non è una notizia, non è stato scelto da Renzi”. Ma da Bersani. Non è un dettaglio.

 

Ed è certo che queste elezioni per il Csm e per la Consulta, come l’elezione del capo dello stato, e come tutte le elezioni che avvengono a scrutinio segreto e in seduta comune, sono sempre complicate, labirintiche, piene di trabocchetti e di specchi deformanti. Ed è pure vero che la Lega di Matteo Salvini in queste ore gioca un gioco tutto suo, e nell’ombra dell’urna mescola e rimescola le carte, pasticcia con il voto perché si sente esclusa, esercita dunque una pressione a tratti ricattatoria su Berlusconi perché interessata alle alleanze per le regionali, ed è alla ricerca d’una contropartita. Dunque è tutto un marasma di ambasciate, appuntamenti, telefonate, bigliettini, decisioni, promesse, rinvii, riunioni e bugie. “Io non ho votato”, ruggisce per esempio Roberto Calderoli, vecchia volpe della carambola di Palazzo, con tono di aperta rivendicazione. Ed è anche vero che in Forza Italia, qui e là, qualche voto in realtà si è perso malgrado gli ordini di Castello Grazioli, voti che spariscono per antipatie personali, strane geometrie, malumori (i peones del Cavaliere preferiscono Donato Bruno al giannilettiano Antonio Catricalà), e non perché il Cavaliere non voglia Luciano Violante alla Corte costituzionale. Au contraire.

 

[**Video_box_2**]Ma è soprattutto nel Pd che il tradimento avviene nel più tetro segreto, nel buio della clandestinità, nello scomodo della cabina posta sotto il banco della presidenza. “Non è affatto vero che sto votando in maniera difforme dalle indicazioni del mio partito”, si difende Miguel Gotor, che di Bersani è stato consigliere ed è amico, mentre i giovani parlamentari renziani, con tono protervo, chiedono, retorici: “E secondo voi in questi giorni come sta votando Corradino Mineo?”. Sabotaggio è la parola che incide la loro fronte di perplessità.

 

“Ma il patto con Renzi è blindato”, insiste Romani. E nemmeno a Palazzo Chigi, casa di Renzi, figurarsi, c’è imbarazzo o preoccupazione, brrr che paura: “Forse un po’ più lenti, ma andiamo verso la meta”, dice un sottosegretario, ché “i conti, con ‘quelli’, con i franchi tiratori, con la ‘ditta’, si fanno dopo”, aggiunge il sottosegretario, con scatto deciso e cupa determinazione. E insomma alla fine gli unici che soffrono davvero sono i candidati alla Consulta e al Csm, loro che vengono eletti al ritmo asmatico di uno al giorno: è per loro che ogni voto contrario è un trauma, un dolore lancinante che solo l’anestesia del mal comune mezzo gaudio riesce ad attenuare. Ieri Elisabetta Alberti Casellati non è stata eletta per appena sette voti, gli zigomi che tremano, le unghie divorate dal nervosismo, le telefonate disarmate ai capigruppo, anche a quelli del Pd: ma lunedì ce la faccio? Mentre Antonio Leone, alla fine l’unico eletto per il Csm, ieri scrutava sospettoso e impenetrabile gli occhi dei suoi colleghi parlamentari che si avvicinavano all’urna, come a voler cogliere un’ombra rivelatrice nei volti di ciascuno, l’indizio esatto del tradimento.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.