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UNA FOGLIATA DI LIBRI

Il labirinto chiarissimo di Foster Wallace

Michele Silenzi

Il filo da seguire per leggere le migliaia di pagine scritte da DFW sta nell'unitarietà che lega tutto: sembra dirci che non c'è compiutezza in questa vita, come nelle sue opere

Quando morì suicida nel settembre 2008, David Foster Wallace lasciò molte pagine per un libro sistemate poi dal suo editor in “Il re pallido”. Inutile giudicare se si tratti di un testo organico, per quanto composito, o piuttosto di un brogliaccio o ancora, come è scritto nella nota del curatore, di “una straordinaria serie di personaggi che lì danno battaglia ai demoni mastodontici e terrorizzanti della vita normale”. Vi sono stralci di formidabile scrittura che avrebbero potuto entrare in qualsiasi sua raccolta di racconti o in quell’interminabile iperlibro che è “Infinite Jest”. 

In “Il re pallido”, tra le tante, bellissime pagine ve n’è una che sembra essere una sorta di sintesi di ciò che DFW è stato come autore. Lì si trova qualcosa di essenziale del suo pensiero e della forma del suo scrivere. Allo stesso tempo si tratta di una sensazione, di uno stato emozionale che rappresenta il vero tratto unitario delle sue opere, anzi, della sua opera, perché in questo autore, più che in molti altri, l’unitarietà, nell’infinita frammentazione delle migliaia di pagine, appare un tratto determinante.

Un’unitarietà che appare come un labirinto circolare popolato di infiniti personaggi, un groviglio inestricabile in cui tutti sono in tutti, come fossero uno filiazione dello stato emotivo dell’altro, ma in cui ciascuno è irrimediabilmente solo. Questa unitarietà dispersa e circolare, immagine del destino di tutti e di ciascuno, mi sembra ben riassunta in una pagina “esistenzialista” che discute della sensazione che deriva dal sapere, senza ombra di dubbio, che siamo piccoli, mortali, insignificanti, alla mercé di grandi forze, “che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà più e la nostra infanzia è finita e con lei l’adolescenza il vigore della gioventù e presto l’età adulta, che tutto quello che viviamo intorno a noi non fa che decadere e andarsene, tutto se ne va e anche noi, e anch’io”, e poi moriranno anche tutti quelli che ci hanno conosciuto e ogni segno del nostro passaggio sarà cancellato, “sarà come se non fossi mai esistito”. 

Questo passaggio è, con tutta evidenza, quella che con le parole del meraviglioso Francesco Nuti in “Caruso Pascoski” potremmo definire una suprema pagina di “malinconia ai tramonti”, ma è soprattutto espressione di uno stato emotivo liminale. Oltre questo punto limite non sembra ci si possa spingere. Questo stato emotivo sembra rappresentare una certezza assoluta da cui non si può fuggire (e da qui la circolarità labirintica), la constatazione insuperabile che per quanto uno si affanni alla fine non c’è nessun posto in cui andare. Anzi, di più, è come se la vita intera apparisse a Wallace nel modo in cui lui stesso definisce “Il re pallido” in una nota ritrovata tra i suoi appunti: “Una serie di preparativi per quello che deve succedere, anche se in realtà non succede niente”. Sembra dirci che non si può non morire incompiuti. Ma in realtà si avverte qualcosa di ancora più definitivo: si muore, anzi, si svanisce senza neppure cominciare davvero lo spettacolo, senza mai entrare nel vivo. E la grandezza dell’opera di DFW, vista come opera unitaria, sta proprio nella capacità di riflettere nella scrittura questo pensiero nel modo più radicale e consequenziale. Il non-finito rappresentato da “Il re pallido” appare, da questo punto di vista, non come una casualità legata alla sua morte volontaria, ma come la vidimazione della necessaria incompiutezza della sua opera come immagine plastica del suo pensiero: un labirinto circolare di adamantina e gelida chiarezza.

Come si esce da questo labirinto che sembra fare tutt’uno con la vita stessa? Forse solo con un’utopia, ovvero con la speranza rivoluzionaria del superamento di ogni dolore, di ogni conflitto. O, all’opposto, con la radicale accettazione del tragico come carattere essenziale e dinamico della vita. Ma di questo, magari, parleremo un’altra volta. 

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