ANSA

TERRAZZO

Milano in bianco e nero. Cento fotografie di Mario De Biasi in mostra al Diocesano

Giulio Silvano

La città lombarda, spesso al centro delle polemiche, richiama i testimoni fotografici del passato per mostrare che non è sempre stata così come la si descrive oggi, rivelando la sua natura più vera e affascinante

I fotografi quando si trovano in situazioni di estremo pericolo, che siano guerre o disastri naturali, cercano ogni occasione, anche rischiosa, per trovare lo scatto perfetto che rappresenti orrori e minacce. Quando invece tornano nella città dove vivono è come se avessero il tempo di passeggiare con calma senza l’urgenza della prima pagina, e immortalano così dei momenti di tranquillità: edifici, alberi, ombrelli, turisti. O almeno questo è un pensiero, uno dei tanti, che arrivano visitando il Museo Diocesano e passando di fronte agli scatti di Mario De Biasi, di cui si festeggiano i cento anni dalla nascita. “Tutte le cose pericolose che faceva”, ricorda al Foglio la figlia, Silvia, “noi le venivamo a sapere poi dalle interviste, non ce le raccontava per non farci preoccupare”. Racconta di quando il padre salì in cima all’albero di una nave, o si appese a un balcone per fotografare meglio le nozze dello Scià di Persia. “A mio padre la fotografia appare come un sogno, nel 1946”. Trova tra le macerie di Norimberga del materiale per sviluppare le fotografie. Da lì viaggi e reportage per Epoca, e camminate milanesi tra una rivoluzione in Ungheria e una scappata in Giappone.

Mondadori ha così deciso di usare una piccola parte del grande archivio della casa editrice (si parla di oltre 40 milioni di immagini, altro che gli hangar di quadri del Cav.) e di portarla ai chiostri di Sant’Eustorgio. De Biasi e Milano. Edizione straordinaria, curata dalla figlia del fotografo e da Maria Vittoria Baravelli, mostra cento fotografie, quasi tutte anni Cinquanta, solo un assaggio delle passeggiate milanesi del fotoreporter. Vigili, tram, biciclette, nebbia, barconi sui Navigli, pendolari, scolaretti in grembiule, giostre, coppiette, giornali, struscio in Galleria, Biffi e la Rinascente, foliage a Parco Sempione. Tutto in quel black & white che fa subito neorealismo, e sembrano frammenti di una storia che un De Sica o un Antonio Pietrangeli o un Visconti o un Nanni Loy avrebbero potuto raccontare. C’è qualcosa di nostalgico. La città, in un periodo in cui si sta parlando tanto della sua vivibilità – tende al Politecnico, affitti newyorkesi, ciclisti investiti, grattacieli abudabeschi, scippi alle star, Verdone che dice “è peggio di Roma”… – è come se richiamasse i testimoni fotografici del passato per mostrare che non è sempre stata così, che non da sempre è un paradiso di eventi (dicesi week) e poké, ma è stata una città borghese e operaia, con tutti i benefici e i detrimenti del boom. Lo spirito della città vuole mostrare al mondo la sua natura più vera e affascinante. 
Stessa cosa la mostra di Gabriele Basilico in Triennale. Ma si nota anche un altro trend, quello delle mostre di fotografia ospitate anche dove non sembrerebbero naturalmente a casa. Qui non c’è alcun legame col patrimonio del museo dell’arcidiocesi, più comunque di quella della primavera di Doisneau. O quella dell’anno scorso di Erwitt. In fondo un chiostro val bene una mostra di fotografia.
 

Di più su questi argomenti: