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Gentrificare Tel Aviv

I giovani, gli hipster, le spiagge. Chi investe, chi si trasferisce a Giaffa. Cosa succede nella “città bianca” d’Israele. Mini reportage

26 Agosto 2018 alle 06:00

Gentrificare Tel Aviv

Foto Ted Eytan via Flickr

Una San Francisco israeliana, ecco la prima impressione nella Tel Aviv estiva e assolata. Una bolla molto consapevole di esserlo: divertimenti molto settoriali – si entra in un bar di sole lesbiche, dove una lesbica poi primaria pr chiede se dà fastidio se sniffa, e beve dei prosecchi israeliani senza solfiti. Sembra proprio l’imitazione della città californiana, però con delle peculiarità: anche qui grattacieli nuovi e incongrui che sorgono su baracche e casupole e ville tipo SoMa, però qui con nuance di barocchetto e liberty siciliano, da Mondello, ma cinema frananti come l’Eden (che pare però losangelino). Ovunque nei quartieri (carissimi) hipster di Florentin e Neve Tsedek bottegucce, barbieri, caffetterie, negozi di ceramiche grezze e mobili svedesi, con molte luci natalizie tutto l’anno. Gioventù di bellezza esasperata e aggressiva, i maschi tartarugati tutti, tutti con barba, si allenano in continuazione nelle numerose muscle beach con attrezzature incorporate nella sabbia (la tartaruga è il simbolo della Tel Aviv moderna, dovrebbero metterla nello stemma della città).

 

Foto Ted Eytan via Flickr


 

Nell’acqua, caldissima, pesci aggressivi mordono i piedi, una ciminiera forse di centrale nucleare in lontananza. Non manca niente, il barbone che dorme sotto il portico come in un Tenderloin mediterraneo, o sguscia dal cassonetto, e dello stesso tipo di quello sanfransciscano cioè barbone da sostanza, giovane e aggressivo, non l’homeless bonario italico. In linea con un’età media che pare dai 18 ai 30, una razza tartarugata, eletta, però poco propensa all’interazione con l’altro (a differenza che in California). La loro divisa è pantaloncini, ciabatte e canotta. Corrono sotto il sole con lo sguardo guerriero. Da balconi abusivi o liberty pericolanti è tutta una bandiera arcobaleno, perché Tel Aviv vuole essere primaria capitale gay, ecco dunque localini e spiaggette (accanto a quella ortodossa con muro di prammatica), e il sito del comune che molto investe nella gayzzazione: “avrete una finestra per appendere la vostra bandiera rainbow!” (e però, negli usi e costumi e sulle app, tutti molto “discreet” e “top” e abbracciati per strada per favore no, baci nemmeno). Nelle saune ha molto successo la serata “soldier” dove si va con la speranza di trovare appunto i soldatini del leggendario servizio militare. Tutti molto stravolti, questi soldatini o presunti soldatini, discreet fino all’ossessione, tengono addosso l’asciugamano, si lavano moltissimo prima del bagno turco, e dopo venti minuti di saponi entrano dentro con faccia terrorizzata, infagottatissimi sotto un asciugamano annodato con nodo Savoia (bisogna dargli ordini. Una volta capito questo, tutto funziona).

  

Di giorno, pare che nessuno lavori mai, alle tre di feriale tutti in giro, alle 4 di mattina tutti a mangiar pizze sfatti dalle discoteche numerose. Alle sei di pomeriggio tutti in spiaggia post lavoro, i turisti tatuati e i locali, anche startupper, pallidi, che leggono l’Economist e hanno sacche Google.

  

Foto Ted Eytan via Flickr


 

Tutti i trucchi delle gentrification provate e riuscite: nelle vie gli ombrellini colorati tipo Pietrasanta, la palazzina Bauhaus di culto e di riferimento ospita non il museo ma la gelateria vegana gluten free. Tutti affittano su Airbnb nel quartiere fondamentale di Florentin, che pare Berlino prima delle rivalutazioni: il trionfo del baretto, della birra artigianale, tutti i ristorantini hanno il loro bar gemello di fronte, e sopra almeno un creativo abita un abuso con tettoia di onduline (chissà che amianto). Tutti ci tengono molto a farti sapere che abitano in questo Florentin, dal nome di un mercante greco che acquistò le prime terre negli anni Venti. Più antico, il quartiere di Neve Tsedek, fine ottocento, il rione Monti israeliano: palazzine frananti oppure restauratissime e sempre questi fichi o bougainville piantate vicinissimo per far da schermo e rinfresco (e decadenza giusta); il villino accanto tirato giù per fare un minigrattacielo-boutique; il più antico chiosco di caffè d’Israele, con cabina tipo Forte dei Marmi a righe bianche e celesti e sedie Thonet sbrasate il giusto sotto il palmizio e accanto al ventilatore.

  

Ci si lamenta dei prezzi (ville a tre milioni, niente sotto il milione): subito si evoca il fantasma più oscuro: la gentrification. Così i più estremi e artistici e cool si trasferiscono a Giaffa, più arabi e meno tartarughe: ci si arriva in bici con le numerose bike sharing che allignano in la città, e lì davvero è Torpigna sur Mer. Gatti famelici, il cassonetto col suo liquame, loft, società civile. Già con prestigiose citazioni bibliche (a Giaffa il profeta Giona, per evitare di obbedire al comando del Signore, si imbarca, e a Giaffa vive Tabità, resuscitata da San Pietro), poi porto decisivo per i commerci, infine terra d’agrumi, Giaffa oggi è soprattutto regno della bakery e del loft . Segnale drammatico: sta diventando già troppo caro, anche qui.

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