Benvenuta Gerusalemme

Il trasferimento dell’ambasciata americana nella capitale di Israele, decisione del Congresso, è una risposta alla storia e a molti nemici. Processo difficile e da accompagnare. Lo status internazionale per le tre religioni. L’Italia si faccia avanti

6 Dicembre 2017 alle 20:32

Benvenuta Gerusalemme

Una veduta di Gerusalemme (foto LaPresse)

Il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, capitale dello stato d’Israele, è una decisione del Congresso degli Stati Uniti votata ventitré anni fa, alla quale i presidenti nel frattempo succedutisi, che hanno sempre promesso di attuarla, hanno regolarmente derogato per ragioni diplomatiche. Queste ragioni sono venute meno e il gesto compiuto sotto l’Amministrazione Trump, simbolicamente potente e dunque pericoloso in sé ma inevitabile, è benvenuto. Se nel mondo e nelle agenzie Onu è di moda il boicottaggio di Gerusalemme, intesa come capitale dello stato ebraico, e dello stesso Israele, ecco la risposta. Se l’Iran si allarga in Siria, sotto protezione russa, ecco la risposta. Se l’Iraq ha una tentazione più che sciita e anticurda, ecco la risposta. Se il Libano periclita sotto la ferula degli Hezbollah para-iraniani, ecco la risposta. Se in Egitto e in Arabia Saudita fanno sul serio, quando dicono di volere una nuova situazione geopolitica dell’area, sotto l’incombente minaccia prenucleare, ecco la risposta e l’incoraggiamento. Se il despota turco tiene il piede in otto scarpe, ecco la risposta. Se l’Unione europea e la Gran Bretagna non sono capaci di una politica mediorientale e di vera pace, ecco la risposta. Se la Lega araba, e dispiace per la Giordania, è divenuta un contenitore di parole e di minacce, ecco la risposta. Se l’Autorità palestinese gioca con Hamas una partita ambigua, ecco la risposta. Se il Vaticano non va oltre un generico irenismo pro palestinese, dopo aver cauzionato la guerra assadiano-putiniana in Siria con preghiere e digiuni, ecco la risposta. Se se se, ecco ecco ecco. Con tutte le contraddizioni e le rischiose conseguenze del caso, che ricadono su un Israele attento, ma non intimidito nonostante le diverse opinioni in merito e le divisioni politiche nella Knesset.

 

Immediatamente e contestualmente sarebbe ragionevole se il governo di Benjamin Netanyahu prendesse una formale e visibile iniziativa per specificare che lo status internazionale di una città che è metastoricamente ebraica da alcuni millenni, e che poi è diventata il teatro della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo e infine il luogo dell’ascesa al cielo del Profeta Maometto, deve essere quello di una città libera in cui è protetta la libertà di culto indiscriminata, una città speciale che è capitale politica di un paese e capitale spirituale di almeno tre religioni abramitiche e delle loro diverse declinazioni e tendenze. E dell’iniziativa dovrebbe fare parte la disponibilità totale e sincera a negoziare ogni aspetto del carattere speciale di Gerusalemme con chiunque sia interessato alla pace dell’anima, in pace e in guerra, sempre e comunque. Non vedo alternative se non la preparazione di una guerra guerreggiata, l’ennesima, e tragica. Chi ci sta ci sta, e assume le garanzie del caso in un prevedibilmente lungo ma fecondo negoziato, e chi non ci sta si assume un tremenda responsabilità.

 

Che Trump e il suo caro genero Jared Kushner siano in grado ci accompagnare questo processo, e che Netanyahu ne sia convinto e capace, è un altro paio di maniche. Ma c’è sempre il Congresso, che è all’origine della faccenda simbolica e diplomatica. E c’è la nostra responsabilità di italiani, per esempio, e di europei. Perché il presidente Paolo Gentiloni non si assume l’onere della proposta, magari con il conforto del capo dello stato italiano Sergio Mattarella, che ha voce in capitolo in molti sensi? Perché il Parlamento italiano non la fa sua? Sarebbe saggio. Sarebbe un modo di assecondare anche le preoccupazioni di Emmanuel Macron, che devono essere formulate secondo il corso preciso delle circostanze attuali, e non in modo demagogico, il che sarebbe nel suo stile di governo e di simbolismo politico. Tutto il resto, e cioè l’aspettativa superstiziosa di violenze e intifada, sulla quale palesemente scommette il giornalismo pigro della scena europea e americana mainstream, dovrebbe essere messo da canto. E la difesa della sicurezza di Israele, che fa il pari necessario ed eguale con lo sforzo di negoziare il negoziabile sempre, ma di posporre a un riconoscimento effettivo della realtà sionista benedetta trattative inutili dopo i celebri fallimenti del passato, è o dovrebbe essere al primo posto delle preoccupazioni di quanti hanno creduto di poter convivere, in modo spesso complice, con il boicottaggio del grande sogno dell’Ottocento, del Novecento e del XXI secolo.

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    07 Dicembre 2017 - 14:02

    Già. Le ragioni a fondamento dello status speciale sono religiose. I francescani a Gerusalemme ci stanno da secoli. E Papa Francesco, cheddice? Ha ragione Erdogan, a sollecitarlo. Meno male che domani è l'Immacolata. Lei, c'è. E si farà sentire.

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  • carlo.trinchi

    07 Dicembre 2017 - 08:08

    Come si rigira un problema dando il merito ad un congresso che, per una sua decisione, ha bisogno di un presidente legittimo che la renda valida e operante. Se poi quel presidente è la negazione, scritta su questo giornale, un giorno si e l’altro pure non fa niente. Il presidente lo si accantona e si osanna il congresso. Se da decenni i presidenti usa, responsabilmente, quella decisione l’hanno tenuta nel cassetto una ragione vi sarà pur stata vista la fragilità degli equilibri in quell’area comprese per le religiosità li nate cresciute e affermatesi nel mondo. Non è legittimando Gerusalemme come capitale di Israele che l’importanza della stessa in quell’area si rafforzi. Con questa decisione avremo l’effetto contrario ed il populismo del capo americano e lsraeliano ne scateneranno le conseguenze. Quando si dice che da un grande male, una grande sofferenza si rafforza e consolida il bene futuro si dice una non verità e certi fatti e scelte lo dimostrano.

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    • tamaramerisi@gmail.com

      tamaramerisi

      07 Dicembre 2017 - 22:10

      70 Anni dopo la nascita le controparti in causa ne contestano ancora il diritto ad esistere. Perseverare sarebbe diabolico, quanto meno ipocrita. Da oggi i negoziati diventano roba seria.

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  • tamaramerisi@gmail.com

    tamaramerisi

    06 Dicembre 2017 - 23:11

    Grandissimo pachidermone dalla barba profetica, abbiamo il cuore in gola noi tutti tra i vari figli di Abramo. Anche perchè la decisione del Congresso Statunitense, se oggi pare già "vecchia" di vent'anni, quasi scontata, arrivó per la prima volta, MilleNovecento anni dopo il macello dei Romani. Dire che oggi è un giorno storico è un understatement. Che l 'America sia Great Again non è un over-statement. Trump è limitato ma lo ha eletto l'America migliore (relativamente parlando, che non è poco significativo, nè per questo meno importante, anzi!) Storica giornata, 6 dicembre 2017, che gli imbecilli nel mondo in ogni paese, professione, colore o gender non capiscono - email come potrebbero?

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  • r.carletti73@gmail.com

    r.carletti73

    06 Dicembre 2017 - 23:11

    Condivido ma come ha scritto cerasa Trump non è l’uimo Giusto per far questo nel senso che rimane un peccato non lo abbiamo fatto i suoi predecessori adesso mi sembra una decisione giusta ma appunto presa dal uomo sbagliato

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    • tamaramerisi@gmail.com

      tamaramerisi

      07 Dicembre 2017 - 21:09

      Non esistono uomini giusti e uomini sbagliati, esistono solo decisioni giuste e decisioni sbagliate.

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