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Il senso di Tom Wolfe per Las Vegas

L’autore di “Radical Chic” odiava il modernismo ma amò, causando scandalo, la città del Nevada, “capitale del capitalismo trionfante”

20 Maggio 2018 alle 06:12

Il senso di Tom Wolfe per Las Vegas

Las Vegas. Foto: Venturi, Scott Brown, Ass. Inc.

Che personaggio, Tom Wolfe. Scanner h24 della società americana, non aveva tralasciato niente coi suoi articoli che diventavano saggi, e poi romanzi - i fricchettoni nei Sessanta, gli chic radicali nei Settanta, Wall Street negli Ottanta. E poi invenzioni linguistiche e trovate da “copy” sopraffino, sarebbe stato un magnifico carattere di “Mad men”: radical chic, me-decade, statusfera, tutti modi di dire che ne facevano un dannunziano non solo nell’abito ma anche nella sensibilità pubblicitaria alla Armando Testa.

 

Peccato che poi tutto o quasi si perdeva nella traduzione italiana doppiaggese: la trovata linguistica, il neologismo, l’antonomasia (e l’uso del trattino e lo sport della punteggiatura) mettevano a dura prova l’idioma italico così stiff. Anche in architettura si era espresso, con un libro dal contenuto reazionario e dal titolo (ovviamente) perfetto: “From Bauhaus to our house” (tradotto in italiano con “maledetti architetti”, vabbè). Lì Wolfe vituperava la modernità, accusando le archistar europee d’aver costretto la borghesia americana a vivere in scatolette penitenziali; predicava un ritorno alla colonna e al capitello da Via col vento. Castigando i mores però inventava naturalmente una modernità di vocaboli: “boomerang-modern”, “palette curvilinear”, “flash gordon ming-alert spiral”, “McDonald’s Hamburger Parabola”, “Mint Casinò Elliptical”, erano alcune definizioni che aveva creato per descrivere Las Vegas, lambita in occasione dei reportage leggendari dei primi anni Sessanta, quando si era spinto fin in California a stanare i collezionisti d’auto e gli hippy.

 

A Vegas era rimasto folgorato: “gli edifici sono delle insegne”, scriveva: “di notte, in Fremont Street, interi edifici sono illuminati, ma non dai riflessi dei faretti; tramite tubi al neon molto ravvicinati, sono trasformati in vere e proprie sorgenti luminose. Nella pluralità di soluzioni, le insegne familiari della Shell e della Gulf risaltano come fari amichevoli in terra straniera. A Las Vegas, però, per sostenere la competizione con i casinò, sono alte tre volte tanto quelle della vostra stazione di servizio locale”, si legge nella raccolta “The Kandy-Colored Tangerine-Flake Streamline Baby”. L’entusiasmo di Wolfe per la città del Nevada si ritrova oggi nella nuova edizione (rivista e ampliata) di un classicone come “Imparare da Las Vegas”, di R. Venturi, D. Scott Brown, S. Izenour, ora a cura di M. Orazi, per Quodlibet.

 

Wolfe apprezzava la città “che si propone come capitale del capitalismo trionfante perché nei suoi meandri trovano luogo le sue manifestazioni allo stato più puro”, scrive Orazi, e tanto entusiasmo causò addirittura una clamorosa censura: nella traduzione del reportage per Feltrinelli (“La baby aerodinamica kolor karamella”, 1966), l’ode alla città del vizio edificatorio venne clamorosamente espunta.

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