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Il prossimo dg Rai, l’identikit di Fabrizio Salini e una vecchia profezia

Chi è l’ex direttore de La7, ex manager di Discovery e Fox, uomo di azienda, conoscitore della tv, con una lunga esperienza di management

Marianna Rizzini

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rizzini@ilfoglio.it

4 Luglio 2018 alle 10:16

Il prossimo dg Rai, l’identikit di Fabrizio Salini e una vecchia profezia

Fabrizio Salini (foto LaPresse)

Roma. Diceva un vecchio ritornello dei primi anni Duemila, a metà tra la statistica e la predizione magica, che le rivoluzioni in Rai si fanno sempre in luglio (forse per l’imminenza delle vacanze, commentavano allora gli osservatori, convinti che nei Palazzi si cercasse di risolvere la questione delle poltrone televisive nei giorni calmi di canicola, più lontano possibile dai riflettori). E caso ha voluto che la concomitanza neo-governativa gialloverde e il calendario delle scadenze (cda della tv di stato in primis) facciano sì che la prossima, annunciata rivoluzione-rinnovo in Rai rispetti in parte la profezia del luglio che piomba sulle scrivanie con i dossier-poltrone (per i direttori di rete e di tg potrebbe esserci slittamento a settembre). E se ci sono da fare le nomine vuol dire che gli identikit sono stati già fatti, motivo per cui, in questi giorni, in Viale Mazzini, a Saxa Rubra, in mensa e nei bar e ristoranti del quartiere Prati, si cerca di capire, tra colazione, pranzo e cena, quanto ci sia di vero e quanto di non vero nel totonomi, in particolare attorno alle figure del direttore generale e del presidente, visto anche lo squilibrio Lega-M5s rispetto alle truppe già schierate (la Lega ha più anni di esperienza Rai alle spalle e più uomini già “rodati”).

 

Ed ecco che un sussurro prende forma, ricorrente nelle previsioni: “Fabrizio Salini”. E’ il nome dell’ex direttore de La7 (prima dell’arrivo di Andrea Salerno), anche ex manager Discovery e Fox, poi direttore generale di Stand by Me, la società di produzione fondata da Simona Ercolani, autrice televisiva di successo (e a un certo punto anche regista – in senso mediatico – di una Leopolda renziana). Ma prima ancora del sussurro, e in contemporanea con l’uscita di altri nomi, tra cui quelli di Fabio Vaccarono di Google Italia e di Carlo Freccero, le fantasie e le elucubrazioni si concentrano sul profilo, ed è un puzzle in cui il nome di Salini pare in qualche modo incastrarsi: dev’essere uomo di azienda, ma che sappia di tv, uomo di management, ma di lunga esperienza (“onde evitare un effetto Raggi in Rai”, dice un insider). Non dev’essere necessariamente un interno, ma non deve essere lontano dai media. Né deve essere compromesso con un partito, ché i Cinque stelle, a cui la Rai interessa anche nel quadro di un bilanciamento di poteri con la Lega, continua a dire quello che diceva qualche giorno fa Mirella Liuzzi, deputata M5s: “Per il M5s le nomine ubbidiranno esclusivamente al merito e non alle cordate di partito: le quote 5 stelle non esistono e allo stesso modo strampalati appelli per affidare a determinati personaggi la direzione del Tg1 sono quanto di più lontano dal principio di indipendenza dalla politica che deve essere osservato. Le scelte saranno equilibrate e intelligenti, a differenza di quanto fatto da chi ci ha preceduto… non ci saranno consiglieri, direttori o vicedirettori appartenenti ad aree politiche”.

 

E il cinquantaduenne romano Salini è laureato in Scienze Politiche ma dalla politica è cresciuto lontano, e cioè in mondi mediatici internazionali: dal 2003 al 2011 ha ricoperto il ruolo di Vice President-Head of Entertainment Channels per Fox International Channels Italy prima di arrivare a Sky Italia, dove ha diretto Sky Uno e l’offerta di Sky Cinema. Nel 2012 è entrato nel cda di Switchover Media, occupandosi del lancio dei due canali in chiaro visibili sul digitale terrestre Giallo e Focus. Tornato in Fox Italia come amministratore delegato, dal 2015 all’estate scorsa ha diretto La7, rete che il M5s non ha mai considerato nemica e in cui Salini aveva la responsabilità di palinsesti, contenuti e offerta multimediale. E quando, nel periodo di fuoco dei talk-show La7, c’era chi, dalla Rai, ne criticava la lunghezza da “lenzuolata” (e Salini rispondeva: “Facciamo programmi lunghi quando vale la pena di farli”), c’era anche chi, presso l’entourage dell’ex dg Antonio Campo Dall’Orto, lo avrebbe voluto vedere già direttore di Rai2 o di Rai3.

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