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Come occupare la Rai

I nomi di Salvini e Di Maio per la tivù, tra novità vagheggiate in pubblico e vecchie abitudini coltivate in privato

Salvatore Merlo

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merlo@ilfoglio.it

23 Giugno 2018 alle 06:15

Iniqua-Rai. Quando la discriminazione generazionale non interessa a nessuno

Il cavallo di Viale Mazzini (foto LaPresse)

Roma. C’è la spavalderia dell’antipotere che si fa potere spavaldo. E allora Luigi Di Maio vorrebbe stanare i raccomandati, far loro mostrare quei titoli di studio che lui per primo non possiede, vorrebbe censire gli epurandi della tivù di stato, premiare la delazione, eccitandosi nell’accusa come facevano i capi plebe nel Sinedrio. Mentre Matteo Salvini, come sempre, bada invece al sodo, e lo fa senza pubbliche ingiunzioni padronali, senza promettere sgomberi dal balcone (almeno per adesso), anche perché non serve: la Rai si adegua alle spire contraddittorie della vita con un soffio di svolazzante classicità, sempre presente e reattiva com’è a tutte le manifestazioni dello spirito politico. E infatti il segretario della Lega, ministro dell’Interno e vicepremier, ha già i suoi uomini dentro l’azienda e ha pure quelli fuori, pronti a entrarci. Così dicono che il direttore renziano di Rai1, Angelo Teodoli, abbia cambiato Matteo, come moltissimi altri, e per questo sia certissimo di restare dov’è. Mentre il nome che hanno suggerito a Salvini per la direzione generale della Rai è quello di Gianmarco Mazzi, socio dell’agente dei vip Lucio Presta, per sei volte direttore artistico del Festival di Sanremo, uomo di destra ma amico di tutti, da Giorgio Napolitano a Roberto Benigni, da Adriano Celentano a Gianni Morandi. Mazzi, che pure non sembra avere i titoli per fare il dg, è stato introdotto alla corte di Salvini dal veronese Gaetano Morbioli, notissimo regista di videoclip musicali ma anche consigliere tecnico negli sforzi comunicativi e propagandistici della Lega vittoriosa. Potrà mai accettarlo Di Maio, che già subisce l’iperattivismo e la scaltrezza di Salvini al governo?

 

I proconsoli del nuovo governo sono d’altra parte molto diversi. Di Maio coltiva l’enfasi dell’antifaziosità, richiama la retorica del merito e del curriculum, fa temere che la sua sia l’accusa tipica dei faziosi che denunciano la faziosità altrui, e che insomma lui possa voler rendere l’antica e istituzionale faziosità della Rai ancora più pesante, ma lascia anche intravvedere la tentazione di imporre invece la competenza, di approfittare del momento, di scantonare da congreghe e camarille per affidarsi magari a un’autorevolezza che non umilii la televisione dell’identità italiana. E in questi giorni sono molti i manager contattati, i cui nomi vengono maneggiati con circospezione, chi sarà il direttore generale della Rai? Fabrizio Salini, ex direttore di La7, Andrea Castellari, amministratore delegato di Viacom Italia o Fabio Vaccarono, il country director di Google? Come sempre si affaccia, qua e là, l’idea di spiazzare le appartenenze con la forza di un nome.

 

Ma quella tra la Rai e la politica è una storia senza dialettica, senza superamenti, senza progresso, una ripetizione ciclica inutile: nel sistema Italia la Rai amministra un enorme capitale politico, e nessuno vuole mollare la presa. Così, sia Salvini sia Di Maio, sia la Lega sia i Cinque stelle, nei corridoi di palazzo e nelle telefonate, in realtà si muovono con la tracotanza del barbaro Brenno che, vincitore su Roma, gettò la spada sulla bilancia chiedendo più oro e pronunciando quelle due famose parole: “Vae victis”, guai ai vinti. O per dirla con Orietta Berti, che piace a Di Maio, “qui comando io / questa è casa mia”. E allora lasciare Rai3 all’opposizione sembra un’ipotesi impensabile, per il canale che invece pare accenda le fantasie bramose del M5s: “Abbiamo una televisione”, come il vecchio “abbiamo una banca” di diessina memoria. Mentre alla Lega, che conosce la macchina di Saxa Rubra, interessano soprattutto i Tigì regionali, adesso diretti da Vincenzo Morgante. E tutto si accompagna ovviamente all’idea che non esistano le notizie, ma solo servizi a favore o contro, che i direttori siano dei dignitari, dei camerlenghi, che i servizi di corrispondenza si possano contrattare come alla borsa nera e che tutto debba rispondere a logiche di fedeltà personale che sono l’eternità di foresta della Rai.

 

Tra una settimana scade il consiglio di amministrazione, il Parlamento dovrà a quel punto eleggere i nuovi membri del cda, e nominare i componenti della Vigilanza che a loro volta dovranno esprimere un parere sul presidente. A questo proposito è iperattivo e scalpitante il vecchio Fabrizio Del Noce, che fu il direttore berlusconiano di Rai1. E mentre Di Maio promette sorteggi “tra i migliori giornalisti del paese” (selezionati da chi, da Casalino?), Salvini si muove silenzioso e pragmatico, tessendo un nuovo inizio per la Rai. Che però è sempre uguale a se stesso.

Salvatore Merlo

Salvatore Merlo

Milano 1982, giornalista. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    23 Giugno 2018 - 10:10

    Ci sarebbe soltanto da osservare che l’occupazione renziana della Rai fattasi politicamente monocolore come mai s’era visto neppure nella Prima Repubblica pare non abbia prodotto i risultati elettorali sperati, anzi. E si potrebbe pure aggiungere che al di là delle colorazioni partitiche mai il livello delle trasmissioni Rai di dibattito e approfondimento politico e’ stato così basso è deprimente, certo a causa della pochezza degli ospiti ma pure di chi li invita a discettare su ciò che manco conoscono.

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