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Il Foglio Innovazione

L'educazione di un hacker russo

Ritratto di una generazione cresciuta negli anni Novanta, che per sfuggire alla Russia degli oligarchi ha cercato la libertà su internet. Ecco gli Zuckerberg che non lo sono stati

5 Luglio 2020 alle 06:00

L’immagine di Vladimir Putin su un grattacielo a San Pietroburgo (Anton Vaganov / Reuters)

L’immagine di Vladimir Putin su un grattacielo a San Pietroburgo (Anton Vaganov / Reuters)

Questo articolo è stato pubblicato sull'ultimo numero del Foglio Innovazione, il mensile curato da Eugenio Cau. Il prossimo numero uscirà martedì 7 luglio. E potrete trovarlo nella nostra edicola digitale a partire dalle 23.30 del 6 luglio   


  

Cosa sono stati gli anni Novanta in Russia? Cosa non sono stati. Selvaggi, li chiamano i russi, likhie devjanostye. I Novanta selvaggi erano pieni, caotici, speranza e rabbia si rincorrevano, poi la rabbia è diventata più forte della speranza e la voglia pazza di jeans che aveva accompagnato la caduta dell’Unione sovietica si tradusse, nei negozi e nell’anima dei russi, in vuoto. La Russia era passata dall’essere un tutto che apparteneva a tutti, a un tutto che non apparteneva a nessuno. Da quel nulla sono venuti fuori gli oligarchi, che negli anni Novanta erano ragazzi un po’ più veloci, un po’ più svegli e un po’ più ambiziosi degli altri. Sono il prodotto degli anni selvaggi, in cui iniziarono a tirare, ciascuno dalla sua parte, un po’ della ricchezza della Russia. Nel romanzo “Limonov”, Emmanuel Carrére li definiva così: “Non erano disonesti per vocazione, erano soltanto cresciuti in un mondo in cui era vietato fare affari, ma loro avevano un vero talento e da un giorno all’altro si erano sentiti dire: Fatevi sotto”.

 

Loro si sono fatti sotto. Erano i Mikhail Khodorkovsky, i Vladimir Gusinski, i Boris Berezovsky, gli Oleg Deripaska e i Viktor Vekselberg. Sono stati loro i protagonisti dell’economia russa, diventata terra di nessuno. E nel frattempo, anche in Russia si affermava l’altra terra di nessuno, che di tutte è davvero la sintesi: internet. La parola Russia e la parola rete, affiancate, generano un legame rapido, che corre alla mente come un brivido e trova la sua espressione nel termine hacker, che in russo si pronuncia khaker. La generazione degli oligarchi, a suo modo, è diventata mitologica subito: quegli uomini con i destini sovrapponibili iniziati dai buoni di diecimila rubli che lo stato, o quel che ne rimaneva, distribuì a tutti i cittadini che avevano più di un anno di età. Non valevano granché una volta arrivati nelle mani dei russi, “con quei buoni ci si poteva comprare al massimo una bottiglia di vodka”, scriveva sempre Carrére. La generazione degli hacker si è fatta conoscere molto in ritardo, figlia della stessa epoca, della stessa Russia selvaggia, è diventata famosa nel 2016 con la notizia che ha fatto alzare la nostra soglia di attenzione riguardo la fragilità dei nostri sistemi: l’interferenza di Mosca nelle elezioni americane. Gli hacker, proprio come gli oligarchi, sono prima di tutto la storia di una generazione: ragazzi nati e cresciuti mentre l’Unione sovietica si disgregava, russofoni ma non tutti russi. Daniil Turovsky, giornalista del sito di notizie Meduza, ha pubblicato un libro su questa generazione nascosta e strettamente legata al Cremlino. Il libro, uscito soltanto in russo, si intitola “Invasione: una breve storia degli hacker russi”, raccoglie interviste e reportage del giornalista che nella prefazione scrive: “Li chiamo così perché la comunità di hacker di lingua russa è rimasta unita: russi, ucraini, bielorussi e persone di altri paesi dell’ex Unione sovietica sono cresciuti frequentando gli stessi forum online, hanno creato gruppi comuni e hanno continuato ad attaccare i loro obiettivi insieme, anche quando i loro stati erano in guerra tra loro”. Le storie di questi ragazzi iniziano in modo diverso, ma si assomigliano, soprattutto nel loro punto di arrivo: il ministero della Difesa russo.

 

Alcuni hanno iniziato per motivi economici, altri per motivi ideologici, nel 2012 uscì anche un manifesto di quello che Turovsky chiama il “cyber-underground russo”, ispirato in gran parte alle idee dell’attivista libertario americano Ross William Ulbricht, che affermava: “Internet è diventato pericoloso per le persone, poiché vogliono privarci del libero scambio di informazioni. Sta diventando controllato, la libertà di parola è soppressa, le persone che diffondono le loro idee sono perseguitate e le telecamere di sorveglianza controllano ogni passo”. La relazione tra hacker e siloviki, gli uomini dei servizi di intelligence e di sicurezza, è molto articolata e nella sua ricerca, che va anche oltre il libro e ricopre diversi reportage pubblicati su Meduza, Turovsky rintraccia tre tipologie di approccio. Ci sono gli hacker di formazione, quelli di costrizione e quelli di vocazione.

 

Il 6 novembre del 2012, Sergei Shoigu è diventato ministro della Difesa e poco dopo la sua nomina ha iniziato a interessarsi alla sicurezza informatica e a quel pozzo, nato dalla terra di nessuno, di materiale umano di appassionati di internet. L’idea di costituire delle truppe informatiche russe, sul modello dell’American Cyber Command, è uno dei suoi primi progetti e nel 2013 il ministro ha annunciato l’inizio della sua “grande caccia”. “La caccia – ha detto Shoigu in un incontro con i rettori delle università tecniche e scientifiche – è da intendersi in senso buono”, quasi a voler mettere le cose in chiaro: vogliamo i vostri ragazzi e le loro teste, ma li tratteremo bene.

 

Il progetto non attraeva e, nonostante la grande offensiva comunicativa, pochi ragazzi decidevano di andare a lavorare per il ministero, benché i toni di Shoigu si facessero sempre più accesi e fosse arrivato a comparare gli attacchi informatici alle armi di distruzione di massa. E con lui il presidente Vladimir Putin ripeteva, nei discorsi pubblici, che gli hacker dei paesi stranieri “grazie alle armi informatiche potevano arrivare a tutto”. I ragazzi – matematici, programmatori, informatici, appassionati – non si lasciavano convincere con facilità, ma finalmente nel 2014 Shoigu è riuscito a costituire le sue prime truppe, pronte “a un possibile cyber confronto con un probabile avversario”.

 

Il ministero ha iniziato a reclutare nelle università scientifiche di tutto il paese e nel 2015 è stata aperta una scuola per cadetti di tecnologie informatiche presso il ministero della Difesa. La macchina del reclutamento si è fatta capillare in tutto il territorio russo, così come la propaganda, che tra spot e anche una serie tv chiamata “Bot@ny”, nerd, e andata in onda sul canale televisivo Zvezda, mirava a richiamare quanti più ragazzi possibile per unirsi alle truppe informatiche russe. Questa è la generazione dei bravi ragazzi, degli studiosi, dei laureati. Di coloro che hanno visto nell’informatica una curiosità, non ideologica, l’hanno seguita e sono stati poi reclutati dal ministero della Difesa ma anche dai servizi segreti, Fsb o Gru, scrive Turovsky nelle sue inchieste. Poi c’è l’altra metà, la metà della generazione più sotterranea e meno studiosa, quella dei manifesti, degli attacchi informatici alle banche e alle società, quella “dei criminali” ai quali è stata concessa l’immunità in cambio di una collaborazione con il Cremlino ed è soprattutto a loro che il giornalista si riferisce quando parla della comunità russofona: russi sì, ma anche ucraini, georgiani, bielorussi, kazaki. Accomunati dalla lingua e che nella rete hanno continuato a vivere la loro Unione sovietica, il loro stato sopra gli stati prima di essere reclutati dalle autorità. La “selezione criminale”, diversa dal reclutamento, ha coinvolto molti gruppi di hacker che avevano colpito banche e società. Konstantin Kozlovsky era membro del collettivo Lurk, che aveva tentato di rubare 23 milioni di rubli alla società Concord Catering, che non apparteneva a una persona qualunque, questo Kozlovsky forse ancora non lo sapeva, ma era di proprietà di Evgeny Prigozhin, l’uomo conosciuto come “il cuoco di Putin” e secondo molti il maggior finanziatore degli eserciti di mercenari presenti in Libia, in Siria e in Ucraina. Kozlovsky, che oggi ha poco più di trent’anni, e altri di Lurk erano stati catturati ed era stata offerta loro l’immunità in cambio di una collaborazione con l’Fsb. Di questa collaborazione, ha poi raccontato il ragazzo, ha anche fatto parte la violazione dei server del Comitato nazionale del Partito democratico nel 2016, il Cremlino ha continuato a negare e Kozlovsky si trova ancora in un carcere di massima sicurezza fuori Mosca.

 

Dagli anni del crollo dell’Unione sovietica, il nazionalismo di chi non ha mai accettato che Mosca abbia perso la sua influenza, la sua potenza e i suoi territori si è messo al centro di molte battaglie politiche. E la Russia di Putin, quella pronta all’uso delle armi, ad attaccare e a invadere, ha riacceso l’interesse anche di quella generazione che l’Urss l’ha conosciuta nei racconti e nella propaganda. Se ci sono hacker che sono stati reclutati e altri che sono stati forzati, ci sono poi quelli che si sono offerti, che hanno deciso di iniziare a collaborare con i servizi segreti: gli “hacker patriottici”.

 

Nel 2008, con lo scoppio della guerra russo-georgiana, gruppi di hacker o esperti informatici hanno cercato di agire da soli, cercando le vulnerabilità del sistema informatico di Tbilisi. Quando la notte dell’8 agosto uscì la notizia che le truppe georgiane stavano bombardando Tskhinvali, la capitale dell’Ossezia del sud, decine di persone hanno cercato di violare i server delle agenzie statali e i siti di informazione. Era una guerra combattuta su due livelli, era armata e informatica, c’era l’esercito e c’erano gli hacker, convinti di dover aiutare Mosca, di dover fare qualcosa per la nazione. Leonid Stroikov era uno di loro e prima che il governo si accorgesse di lui e lo invitasse a collaborare, l’8 agosto era a casa sua, beveva birra quando la televisione ha dato la notizia dell’attacco georgiano. Stroikov era diventato famoso per aver pubblicato una sorta di vademecum per hacker per violare gli account delle banche online, quel giorno iniziò da solo la sua guerra informatica contro la Georgia e i suoi attacchi sono andati avanti per lungo tempo. L’Fsb lo ha notato, ha scoperto i suoi precedenti, non li ha guardati, e gli ha offerto una collaborazione. Erano soltanto i motivi ideologici a spingere Stroikov a sedersi al computer e a combattere contro Tbilisi, i motivi ideologici ereditati dagli anni Novanta, dalla Russia che perdeva pezzi, perdeva grandezza, perdeva importanza e diventava la terra di nessuno. Era la volontà di rimettere a posto i tasselli della storia che erano saltati, e per questo internet è diventato uno strumento per mercenari della rete, utili alle cause di Mosca.

 

Internet era il mondo del liberi tutti e il Cremlino ha capito in fretta l’importanza di quei ragazzi che in quella terra di nessuno avevano imparato a muoversi bene. Quella generazione è esistita ovunque, in Europa come in America, ha frequentato, idealmente, gli stessi posti, dando vita a fenomeni completamente diversi. La generazione di chi era cresciuto negli anni Novanta, selvaggi in modo diverso un po’ ovunque, negli Stati Uniti ha prodotto l’ultima mutazione della Silicon Valley e un senso del possibile applicato a ogni cosa. In Russia la generazione dei programmatori non ha conosciuto le stesse rivincite o le stesse vittorie, è approdata invece a un’involuzione del senso di libertà e delle possibilità che internet aveva dato a molti. Quello spazio si era riavvolto su se stesso, si era contratto, e non è un caso che oggi il Cremlino spinga per la creazione di un internet sovrano. Tuttavia ci sono storie parallele tra Russia e America, segno del fatto che quel nuovo mondo era stato in grado di ispirare in modo simmetrico ragazzi lontanissimi. Nel febbraio del 2004 Mark Zuckerberg fonda Facebook a Harvard, due anni dopo Pavel Durov apre VKontakte a San Pietroburgo. Lo scenario è lo stesso: un campus. Nel 1998 Larry Page e Sergey Brin, quest’ultimo di origini russe, fondano Google. Un anno prima Arkadi Volozh aveva fondato Yandex, il motore di ricerca a caratteri cirillici. In Russia queste realtà hanno avuto difficoltà a sopravvivere da sole, Yandex ha trovato un compromesso con il Cremlino, Durov invece ha ceduto VKontakte a un oligarca vicino a Putin, che faceva pressioni affinché il social cedesse i dati degli utenti. Poi ha creato Telegram, il cui logo è un aeroplanino blu che è diventato il simbolo di tante proteste in Russia in cui i ragazzi per manifestare contro il Cremlino lanciavano fogli di carta che riempivano la piazza di Mosca. La Russia ha cercato di bloccare Telegram più e più volte, Durov, divo di Instagram che sfida Putin a colpi di pettorali, si è sempre rifiutato di cedere alle richieste di dati e i suoi ingegneri hanno sempre trovato un modo per non farsi bloccare, sottoponendo le autorità russe a numerosissime figuracce. Quando passò da Vkontakte a Telegram, Durov aveva deciso che la sua nuova creatura non dovesse essere soltanto russa, doveva essere globale, libera e sicura per la privacy, al punto da essere utilizzata dall’Isis, dai progressisti in Iran, dagli ufficiali del governo di Mosca e da milioni di occidentali. La sintesi perfetta di una nuova terra di nessuno.

Micol Flammini

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