Il Foglio Innovazione

Meno bio, più tech: il futuro del cibo dopo il Covid

Antonio Pascale

Abbiamo un’idea dell’agricoltura vecchia di 40 anni, e non ci siamo accorti che il modo in cui si produce il cibo è cambiato, con meno scenari bucolici e più laboratori

Questo articolo è stato pubblicato sull'ultimo numero del Foglio Innovazione, il mensile curato da Eugenio Cau. Il prossimo numero uscirà martedì 7 luglio. E potrete trovarlo nella nostra edicola digitale a partire dalle 23.30 del 6 luglio  


  

Il campo da gioco e i giocatori in campo! Almeno questo. Se non conosciamo le regole elementari, poi, come giochiamo? In particolare, quando parliamo di agricoltura: ignorare il campo da gioco causa un forte deficit di conoscenza, e poi di contro resta solo un immaginario bucolico: magari serve a rassicurare il consumatore ma non certo a spiegare a che gioco giochiamo. E, cosa fondamentale, come possiamo migliorare il gioco. Allora, per meglio inquadrare la questione della produzione di cibo post Covid, cosa resta e cosa cambia, parliamo prima del campo da gioco.  E’ grande. Ospita quasi otto miliardi di giocatori (7.7) e andiamo per i 10, forse 11 miliardi (nel 2050). Non se ne parla spesso o magari si ignora la portata di questi numeri.  Ai tempi dei nostri esordi, 10 mila anni fa (data simbolo: invenzione dell’agricoltura), prima che ci specializzassimo nella costruzione degli imperi e inventassimo storie motivazionali e religiose per muovere eserciti e schiavi, il nostro piccolo puntino blu ospitava solo 4.4 milioni di abitanti: vuol dire che le risorse prodotte dalla nascente agricoltura non sfamavano più di 5 milioni di persone.  Non cambia molto all’anno 1000: 290 milioni di cittadini. La maggior parte tra Cina e India. 11 milioni nel continente africano (5 milioni solo in Egitto). In Europa, forse, tra i 30-35 milioni.  Certo, poi l’optimum medievale ha privilegiato l’Europa e scompensato l’Asia, ma fatto sta che per arrivare al miliardo bisogna aspettare la fine delle campagne napoleoniche. Arriviamo, poi, a 2 miliardi nel 1924 e tocchiamo i 3 miliardi nel 1960. Da lì saltano i parametri: 4 miliardi nel 1975, 5 miliardi nel 1987, 6 miliardi nel 1999, 7 miliardi nel 2011. Secondo le stime, la popolazione mondiale dovrebbe attestarsi nel 2050 intorno ai 10/11 miliardi, per poi cominciare la decrescita. Sì perché la popolazione non crescerà a dismisura, il grosso dei nuovi arrivi si deve agli anni ’50. Ora l’indice di fertilità in occidente è intorno a 1,5 figli per donna, e si sta abbassando anche in paesi come India e Bangladesh (2,5). Sono paesi poveri che fanno più figli, ma, si spera (e dobbiamo combattere per questo) non appena il benessere migliorerà, calerà l’indice di fertilità. Comunque, questo è il campo da gioco.

 

Sappiamo che la crisi Covid ha fatto sorgere delle domande. Ruotano attorno al tema della sostenibilità e dell’uso delle risorse: stiamo distruggendo il pianeta, si dice. Tuttavia, una digressione necessaria e c’entra il campo da gioco: in questo caso, l’impronta ecologica è frutto non solo dell’istinto predatorio ma dei nostri sogni migliori. Il premio Nobel per l’Economia R.W Fogel usa un aggettivo per definire il 20 secolo: remarkable! Traducetelo come vi pare (notevole, eccezionale, rimarchevole), ma il senso non cambia: siamo passati da Pinocchio (cioè il racconto della fame e bassa aspettativa di vita: intorno ai 35 anni ai tempi dei cacciatori raccoglitori, intorno ai 35 anni nel 1900, per dire dell’immobilità) a Masterchef (il racconto dell’abbondanza con alta aspettativa di vita).

 

Nel passaggio da Pinocchio a Masterchef abbiamo sconfitto, grazie a poche innovazioni (chimica, agrofarmaci, miglioramento genetico e due o tre buone pratiche igieniche), la fame, la carestia, la malattie e la morte prematura. L’agricoltura ha sostenuto e promosso la crescita demografica: del resto, un corpo meglio nutrito è un corpo più forte, pronto ad affrontare la sfida tecnologica. Quindi anche i nostri sogni (le passioni, la ricerca, le innovazioni) e il caso e vari accidenti hanno costruito il campo da gioco. Però capisco i dubbi: un attimo e i sogni si trasformano in incubi, il problema c’è, eccome: aumenta la popolazione, diminuiscono le risorse.  Si potrebbe consumare di meno. Less and Less and Less. Anche se nessuno sa quanto di meno. In fondo questi mesi di crisi hanno mostrato a tutti noi cosa significa ridurre i consumi e che impatto ha sul nostro reddito la decrescita. Meno male che non è mai mancato il cibo, altrimenti lo slogan “io resto a casa” per preparare tanti manicaretti non sarebbe stato credibile. E se tentassimo un’altra strada? Se spostassimo la nostra attenzione dal cibo alla fabbrica?

 

Ora, è vero, si sta indagando sul futuro del cibo dopo la crisi. Ma sono dinamiche (si spera) volatili: il consumo di carne si è ridotto in America, per via dei contagi nei macelli. Lo smart working sta cambiando alcune abitudini alimentari: se c’è meno gente in città, all’ora di pranzo ci saranno meno richieste di alcuni prodotti. La mancanza di manodopera sta penalizzando alcune culture che non si possono raccogliere secondo i calendari stagionali, i marittimi hanno avuto problemi con i cargo. Gli accaparramenti di prodotti alimentari hanno fatto aumentare la quota di cibo che viene perduta o sprecata. Ci sono state restrizione all’export di derrate alimentari, giudicate strategiche, soprattutto di cereali, con ripercussioni sull’andamento dei prezzi sui mercati internazionali e poi, last but not least, c’è una quota non ancora misurata di persone che hanno ridotto l’accesso al cibo: sono diventati più poveri.  E tuttavia, sperando che queste dinamiche ora volatili si stabilizzino, sarebbe opportuno sfruttare questa crisi per esaminare, appunto, non tanto i prodotti, ma la fabbrica e i suoi strumenti: è quella che sta cambiando e deve cambiare ancora.  Perché, a parte la crisi Covid, sappiamo che il cibo cambierà. La popolazione invecchia (nel 2050 gli italiani avranno un’età media di 50 anni, 46 anni quella degli americani del nord, e perfino la Cina si attesterà intorno ai 48 anni, mentre il Giappone porterà la cifra a 52 anni). Poi, l’Europa e le Americhe sono a crescita zero e a stento contano due miliardi di persone. Il resto è occupato dall’Asia (quasi cinque miliardi) e dall’Africa (quasi due). Quindi, in conclusione, nuove fasce di età, nuovi mercati, nuovi gusti, contaminazioni culturali. Per rispondere al suddetto cambiamento e soprattutto cercare una strada diversa da Less and Less and Less, è necessario dunque concentrarsi sulla fabbrica: se otterremo più cibo (per i famosi 11 miliardi) e più differenziato (diverse fasce di età, diverse esigenze e gusti) e più sostenibile (quello soprattutto) dipenderà dalla fabbrica.

 

In sintesi, dobbiamo riuscire a produrre More from Less (che poi è il titolo di un bel libro di Andrew McAfee, da poco uscito nel mercato anglosassone). Sembra una magia, ma sorpresa, il modello sta già funzionando e potrebbe funzionare ancora meglio.
Non ce ne accorgiamo e quindi non guardiamo in quella direzione, vuoi perché ignoriamo il campo da gioco e i giocatori, vuoi perché, di conseguenza, abbiamo un’idea non solo dell’agricoltura, ma del mondo vecchia di 40 anni. Ferma al 1970, data in cui l’America celebrò in suo primo Earth Day. Erano stati quelli anni di scoperta. Una su tutte: avevamo visto il nostro pianeta, dall’alto. La terra che sorge. Quella foto scattata nel 1968 dall’Apollo 8, in orbita, aveva riscaldato gli animi, e mosso tutti alla commozione. Un piccolo puntino blu (avrebbe detto Carl Sagan, anni dopo, parlando di un’altra foto). Blu e fragile. Dovevamo (volevamo) proteggerlo. A partire da quegli anni il movimento ambientalista cresce, si diffonde.

 

In effetti, se guardiamo i grafici, in quel periodo crescevamo (aumentava il reddito e la produzione andava su) ma usavamo tante (troppe) risorse. Nell’immaginario comune quella sensazione resiste, le lucciole sono scomparse e consumiamo una terra e mezza ogni anno per i nostri scopi. E tuttavia, è un riflesso condizionato. C’è meno materia in giro, più bit e meno kwatt. In agricoltura per esempio, tutti i dati a nostra disposizione ci dicono che produciamo di più ma usiamo meno fertilizzanti, meno agrofarmaci, meno acqua (e spesso con maggior qualità, anche se la percezione comune non sempre concorda su questo giudizio, ma è l’effetto nostalgico che ci fa ricordare i prodotti di una volta. Tuttavia è bene sapere che la maggior parte dei prodotti che consumiamo non esisteva prima degli anni ’80). Una recente meta analisi (Wilhelm Klümper e Matin Qaim) ha confermato il paradigma More from Less. I 147 studi che esaminavano le recenti tendenze nell’agricoltura ad alto rendimento per soia, mais e cotone riscontrano un calo del 37 per cento nell’uso di agrofarmaci a fronte di un aumento dei raccolti pari al 22 percento. Quindi se nei decenni scorsi abbiamo pagato un certo uso spregiudicato dei diserbanti e degli agrofarmaci, ora invece produzioni e input necessari si disaccoppiano. Perché? Perché sta cambiando la fabbrica. Dobbiamo insistere sul modello: #iocambiolafabbrica. Dunque, invece di concentrarci su strumenti obsoleti (che spesso servono al marketing) meglio investire in ricerca, quanto più possibile. L’ideale sarebbe tradurre le innovazioni e acquisizioni scientifiche in valore sociale, economico e ambientale. L’agricoltura è su questa strada: sta diventando più sostenibile perché è più precisa. Immaginate un televisore con maxi schermo, ecco, quello è il vostro appezzamento agricolo. Vedete l’immagine, e magari, in generale, vi sembra buona, eppure, a consuntivo, trovate delle sorprese: qualcosa non va (che so, il nostro schermo consuma troppo, le prestazioni rallentano quando meno ve l’aspettate, sfocature, increspature ecc.).

 

Perché? Per scoprirlo l’agricoltura di precisione scompone lo schermo in singoli pixel, trasforma il campo in tanti micro campi. Ogni pixel, ogni mq di terreno viene mappato (quanto azoto? E fosforo, potassio? Ci sono falde acquifere, elementi podologici che creano condizioni critiche?) sia dall’alto (con satelliti, droni) sia dal basso (con altri tipi di sensori). Alla fine integrando i dati vengono fuori bellissime mappe colorate. Se mi permettete un’analogia narrativa, il nostro campo diventa un personaggio vivo e con parecchie sfumature, di colore e intensità tonale. Possiamo vedere in quale micro campo si produce di più (e capire il perché), in quale micro campo di meno (e capire il perché). Qui già c’è un elemento di novità da segnalare: non si cerca di spingere sempre più in alto la produzione, ma si tenta di tirar fuori da ogni singolo pixel il suo massimo potenziale produttivo. Diciamo che nel nostro campo produciamo cereali per 5 tonnellate per ettaro. Ciò vuol dire che in un punto produrremo 7, in altri 4, in altri 2, in altri cinque, e poi queste rese faranno, appunto, media: cinque tonnellate. Se vogliamo aumentare la produzione, io agricoltore sceglierò varietà che puntano ancora più in alto, che so, a 8 tonnellate per ettaro, così da aumentare la media in campo (in un punto 8, in altro 5, e così via). Ma se io invece di cercare rese più alte, quindi spingere sempre sull’acceleratore (più input), cerco di capire perché in quello specifico punto produco di meno (poco azoto? Ristagno idrico? Attacco parassitario in corso?). Perché in quei punti la media si abbassa? Allora, posso sistemare il mio pixel malfunzionante e modulare l’immagine generale, cioè tirare fuori da ogni micro campo la potenzialità produttiva e qualitativa, così da migliorare (omologare la produzione per) l’intero campo.

 

Seconda novità: con l’agricoltura di precisione posso risparmiare, e tanto anche. Che senso ha mettere la stessa quota di azoto in tutto il campo se in un punto i sensori mi segnalano la giusta presenza di azoto? E, scusate il bisticcio, per far capire la precisione dell’agricoltura di precisione, se mi accorgo che in determinati settori del campo, che so, il terreno è più compatto (dunque meno ospitale) causa calpestio macchine (magari l’angolo di sterzata è troppo ampio), posso far leggere la cartografia completa del mio campo al satellite e teleguidare con precisione millimetrica la macchina (una seminatrice, una concimatrice) affinché non calpesti quei settori del campo.

 

Si sprecano gli esempi in questo settore: posso intervenire con agrofarmaci solo se l’attacco è sopra una certa soglia critica, risparmiando sui costi (e sulla chimica). Posso settare le macchine affinché queste si adeguino alle reali condizioni del campo, che si sa sono mutevoli e cangianti, variano da pixel a pixel, da mq a mq.  Posso usare le biotecnologie (il miglioramento genetico è essenziale per l’agricoltura di precisione) per rafforzare le piante affinché si difendano meglio dai patogeni e con propri mezzi. Tutto questo è già possibile e altre belle cose ancora, ma nella sostanza capite bene: l’agricoltura 4.0 richiede un approccio integrato. Il contadino bucolico sparisce e nasce quello tecnologico, capace di collaborare con agronomi, informatici, ingegneri, perché ognuna di queste figure professionali lavora al buon funzionamento del suo singolo pixel, ma i pixel devono poi unirsi per formare l’immagine generale.

 

E’ un notevole cambiamento di paradigma: è uno sport di squadra, se si mangia bene insieme (e sappiamo che uno dei piaceri della vita è la convivialità) e perché si produce meglio e tutti insieme (con meno sfruttamento di risorse e di braccia).
Va bene, ma costa. Vero, costa ma sta funzionando e ancora il motore non ha fatto il rodaggio.
Lo so è bello parlare di cibo (c’è sacralità e piacere) ma visto il campo da gioco e i giocatori così differenziati, tanto sarebbe guadagnato se riuscissimo a spostare la nostra attenzione emotiva anche alla fabbrica, e con investimenti mirati instaurare, via via, un circolo virtuoso: da Formula uno. Lì si sperimentano sulle macchine da gara strumentazioni che poi diventano col tempo di massa.

 

Così potremmo elaborare protocolli di sostenibilità (ma seri perché misurabili) capaci di adattarsi alle varie realtà produttive di questo vasto e affascinante campo da gioco. Sì, una cosa è un campo di soia, un altro un orto domestico, e tuttavia entrambi, con diverse sfumature, hanno bisogno del modello More from Less: così si fonda la nuova fabbrica e da lì passa il futuro del cibo.

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