Villa Pamphilj ma non solo. L'uso del giardino come arte politica. Storie

Carmelo Caruso

Giuseppe Barbera, ordinario di Colture Arboree all’università di Palermo, spiega perché il luogo scelto da Giuseppe Conte per ospitare gli Stati Generali non è casuale

Paesaggio è leadership. Non è una passerella come lamentano le opposizioni (che non si presenteranno) e non è una dimostrazione di assolutismo, i giochi d’acqua per infiammare la vanità del nuovo Principe. C’è infatti qualcosa di più sottile nella scelta di Giuseppe Conte di organizzare gli Stati Generali a Villa Doria Pamphilj, centottantuno ettari di parco e di “giardini all’italiana”, vialetti di arbusti e piante esotiche, geometria e ossigeno e non solo per il corpo. Andrebbe studiata dalle università e meriterebbe l’istituzione di un nuovo corso, “botanica politica”, questa decisione “geografica” di Conte che meglio dei sondaggi pesa il suo valore e racconta le sue letture.

 

“Villa Doria Pamphilj, con il suo parco e il suo giardino, non è altro che il manifesto di Conte. Innanzitutto perché dietro il giardino c’è sempre l’architettura di un pensiero. Ma il giardino è anche un avviso che l’uomo ha deciso di restare e che si sente sicuro dei suoi attrezzi. La costruzione di un giardino segna la fine della peregrinazione” spiega Giuseppe Barbera che è ordinario di Colture Arboree all’università di Palermo e autore di libri rigogliosi di sapere come Antropocene, Agricoltura e Paesaggio (Aboca) o il magnifico Breve storia degli alberi da lettura (Ed. Henry Beyle). E insomma, non solo Barbera plaude alla decisione del premier che “sono sicuro è meditata e che non ha nulla di estetico ma molto di politico”.

 

Non c’è la voglia di incantare i grandi della terra e neppure di far sentire piccina la grande Angela Merkel che, a Firenze, Matteo Renzi, in un bilaterale, fece accomodare dietro al David di Michelangelo. Barbera parla di novità culturale, una straordinaria intuizione per ripartire da dove tutto si è interrotto. Se la pandemia è stato l’attacco della natura all’uomo, il paesaggio (e in questo caso il giardino) è la prova che la natura si può “addomesticare”, e governare, come si può governare un governo ballerino. Cos’è un esecutivo se non un ecosistema che si deve mantenere? Per Barbera bisogna partire dalla parola paesaggio che è, pure questa, un elemento di politica, una competenza da premier.

 

“Paesaggio è ‘guardare dall’alto’. L’idea occidentale di paesaggio nasce con Petrarca quando si arrampica sul Monte Ventoso per osservare ciò che lo circonda. Osservare il paesaggio ci permette di riflettere sulla complessità del mondo. Paesaggio è giardino”. E per il filosofo Michel Foucault “il giardino è allo stesso momento la più piccola parte del mondo e la sua totalità”. Ma giardiniere era anche Winston Churchill che Conte ha ripreso dalla sua libreria nell’ora più buia. “Era il premier britannico a sostenere che un buon giardiniere è sempre un buon governatore” ricorda Barbera prima di tornare al giardino come metafora.

 

Il primo giardino è “la buca” quella che il cacciatore scava per proteggere la pianta che sta crescendo. La deve custodire dal vento e dagli animali. E qui siamo forse alla similitudine con i governi fragili. “Andiamo all’etimo della parola giardino” consiglia sempre Barbera. “Viene da gorod che significa recinto. Pensate ai giardini panteschi e alle sue pietre per proteggere un solo frutto”. Certo, è vero che i giardini fanno tornare in mente le parrucche e la Francia, il fasto e l’ascesa, ma oggi, anche grazie alle riflessioni di Gilles Clément, paesaggista e autore di testi culto come “Breve storia del giardino”, “Manifesto del Terzo Paesaggio” tutti editi in Italia da Quodlibet, c’è un dibattito necessario e che trova nell’ambiente una sintesi.

 

“E’ quello che io chiamo il gioco delle 'e'. Non sarà sfuggito a Conte. L’ecologia è stata sempre al centro dei suoi interventi. Ma la e di ecologia è pure la e di economia, di estetica, di etica. Come i puntini della enigmistica. Se li unite, trovate Conte”. E tra gli alberi da frutto di Villa Doria Pamphilj c’è quel melangolo che è un altro topos occidentale e che per quel genio che era Bruno Munari rimanda all’arancia “oggetto quasi perfetto, un equilibrio inarrivabile tra forma, funzione e consumo”. “E – prosegue ancora Barbera – ci rimanda alle fatiche di Eracle nel giardino delle Esperidi, al tranello messo in atto nei confronti di Atlante. Per sottrarre le tre mele d’oro, propose ad Atlante di reggere momentaneamente il cielo. Fu così che superò la prova”.

 

Anche Conte, con i suoi stati generali, cerca altri compagni per reggere il cielo e sopportare la fatica. Ma nel giardino c’è, va evidenziato, più scienza che bellezza. E potere. “Alessandro Magno, nella Sidone occupata, volle incoronare il suo giardiniere, Abdalonimo. Lo ammirava per il distacco e per la cura che riservava al suo orto. Del resto anche nel film Oltre il giardino, Peter Sellers è il giardiniere che gli uomini d’affari desiderano al posto del presidente degli Stati Uniti. Le sue idee sui giardini sono profonde considerazioni sull’esercizio del potere”. Non si cada nell’inganno delle emozioni. Dominio di sé, calcoli raffinatissimi e studio della prospettiva. “Pure gli specchi d’acqua, i bacini, nei giardini, devono duplicare la bellezza. Indicano una specie di doppiezza che esalta l’immagine. Non è politica?”. Questa è solo una “parte” di giardino che, tra le tante cose, rimane (ancora) la promessa del paradiso.