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Su Tik Tok non si fa politica, dice Tik Tok. Il lato oscuro di quest’armonia

Approccio cinese ai social e alle fake news

5 Ottobre 2019 alle 06:12

Su Tik Tok non si fa politica, dice Tik Tok. Il lato oscuro di quest’armonia

Foto Unsplash

Milano. Capisci che un nuovo social network sta andando fortissimo quando Mark Zuckerberg comincia a fare piani per distruggerlo. Durante una riunione a porte chiuse con i dipendenti di cui The Verge ha pubblicato una registrazione, il ceo di Facebook ha parlato con ammirazione di Tik Tok, e ha detto che sta già preparando strategie per competere e abbattere la concorrenza. L’ascesa di Tik Tok negli Stati Uniti e in Europa è stata così rapida che la preoccupazione di Zuckerberg è comprensibile. Tra le altre cose, il ceo di Facebook ha notato che Tik Tok è il primo social network cinese a ottenere vero successo in occidente. Zuck notava questo fatto con curiosità, ma altri guardano con più preoccupazione all’ascesa delle app cinesi. Tik Tok appartiene a Bytedance, una statrup cinese che applica in patria controlli ferrei alla libertà d’espressione. Inizialmente si è temuto che Tik Tok avrebbe esportato lo stile di censura cinese in occidente. I media hanno notato, per esempio, come su Tik Tok sia praticamente impossibile trovare notizie sugli scontro a Hong Kong. Alla fine di settembre il Guardian ha ottenuto le linee guida create da Tik Tok per i moderatori di contenuti (quelli che controllano i post per verificare che siano in linea con le regole del social network). Oltre alle solite regole (niente pornografia, niente razzismo) ce n’erano molte che gli altri social network non hanno. Parlare di eventi come il massacro di piazza Tiananmen o del genocidio in Cambogia, per esempio, era considerato come diffamare il buon nome di stati sovrani, e dunque era bandito. Ai moderatori era fornito inoltre un elenco di nomi di capi di stato che era meglio non citare. Tik Tok ha contestato gli scoop del Guardian dicendo che le linee guida erano obsolete, ma l’idea che il social network cinese limiti la libertà d’espressione dei suoi utenti cominciava a diffondersi. Così ieri Tik Tok ha deciso di risolvere il problema alla radice, e di spiegare con un annuncio che, semplicemente, su Tik Tok non si fa politica.

 

Tik Tok ha deciso che non accetterà annunci a pagamento e inserzioni di carattere politico sul suo social network (in realtà lo faceva già prima, ma la decisione è stata in un certo senso ufficializzata). Niente annunci a favore o contro un politico o un partito. Niente annunci elettorali. Niente annunci che criticano o esaltano provvedimenti di un governo. Niente annunci di sostegno a campagne sociali. Insomma, basta con le polemiche politiche, qui vogliamo soltanto video scemi. Tik Tok agisce soltanto sugli annunci a pagamento, ma al resto pensano i moderatori, e il risultato è un social network apolitico.

 

La decisione di Tik Tok è interessante sotto molti punti di vista. E’ un tentativo originale (Tik Tok è il primo social network a tentare una mossa così estrema) di evitare tutti i problemi che hanno tormentato i social occidentali, soprattutto Facebook e Twitter, che sono diventati il terreno di scorribande politiche feroci, e che da queste scorribande hanno ottenuto enormi profitti ed enormi mal di testa. Che Tik Tok cerchi di evitare i disastri che sono capitati a Facebook, sempre sotto l’attenzione di regolatori e critici che lo accusano di aver minato le fondamenta della democrazia liberale, è comprensibile. Ma la decisione di Tik Tok è anche, in un certo senso, molto cinese. Per un momento verrebbe da pensare che un social network di puro svago sia armonioso e ideale. Un social senza Trump, senza continuo battibecco politico e senza fake news: che sogno. Ma che noia, anche. E qui il punto non è soltanto che le polemiche politiche sono divertenti ed eccitanti, come dimostrano i talk show italiani. Il punto è che Tik Tok vuole rendere i suoi utenti un po’ più simili a quelli cinesi, vuole avvilupparli in un bozzolo fatto di video di cuccioli e ragazzine ammiccanti, fargli dimenticare che esiste la politica, che esiste la società, che esiste il mondo esterno. Se le cose stanno così, forse meglio tenersi i tweet di Trump, le dirette Facebook sovraniste e tutte le fake news.

Eugenio Cau

Eugenio Cau

E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.

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Commenti all'articolo

  • filotea62

    10 Ottobre 2019 - 11:11

    "le polemiche politiche sono divertenti ed eccitanti, come dimostrano i talk show italiani"? Io non vedo più alcun talk show perché sono stufo di vedere quei battibecchi che non hanno alcuna utilità ma, viceversa, fanno perdere tempo che può essere più proficuamente impegnato.

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