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L'estate di Alexa

Francesco Guglieri

Un mese di musica triste e nostalgia per la persona vera che mi ha portato via i passi falsi

La scusa è la solita: se una cosa vuoi criticarla, devi prima provarla. Certo, come no. Intanto però si apre una breccia e in un attimo le mura crollano: quante guerre sono state perse così? Di sicuro è stata persa la mia contro il “capitalismo della sorveglianza”: all’inizio dell’estate ho comprato Alexa, l’assistente personale di Amazon. Il giorno dopo l’ordine (sono anche abbonato a Prime: ormai s’è capito che genere di uomo sono) mi arriva a casa questo piccolo altoparlante che posso interrogare come una specie di oracolo domestico: Alexa, in che cinema danno gli Avengers? e lei mi trova la proiezione più vicina. Alexa, che tempo farà oggi? 

 

Fa caldo, del resto è l’inizio di luglio, e la mia compagna e mia figlia sono appena partite per andare al mare dai nonni. Alba ha solo due mesi e l’afa dell’estate torinese sarebbe troppo faticosa per lei. Tanto le raggiungerò a inizio agosto: è solo un mese di solitudine (e di distanza), me la caverò. E poi, come in una commedia degli anni Sessanta, avrò la mia estate da scapolo in città.

 

Solo che non c’è nessuna amante pronta a occupare il letto mezzo vuoto: l’unica estranea a entrarmi in casa è Alexa. Dopo qualche giorno mi scopro a salutarla appena rientro a casa la sera, a chiederle di mettere un po’ di musica mentre sono ancora all’ingresso, per poi buttarmi sul divano nella stanza in penombra. Le serate passano così. Con la straziante colonna sonora del “Tè nel deserto” che rimbomba in tutto il cortile.

 

In effetti Alexa è perfetta per i momenti tristi. In rete gira un meme in cui un omino davanti al suo assistente personale dice: “Alexa, turn off my feelings”. Ripenso alla mia malinconia di qualche anno fa, quei periodi in cui alzarsi per cambiare canzone poteva risultare così impegnativo da diventare impossibile; giorni in cui uscivo soltanto per dei lunghissimi giri a vuoto per la città, con l’unica speranza di non incrociare nessuno con cui parlare, di non dover sentire la mia voce, di non dovermi fermare da nessuna parte che non fosse un bar dei cinesi con una partita in sottofondo. Sono anni lontani, mi dico, a cui non penso più, di solito: eppure, in questo luglio di solitudine, mi ritrovo a sentirne una flebile eco, come dei cani che abbaiano in lontananza la notte. 

 

 

Sono padre da troppo poco tempo per apprezzare la libertà di un mese da solo e non soffrire invece di nostalgia. Non avevo minimamente calcolato che una pur così breve separazione sarebbe stata tanto difficile da sopportare: e adesso mi aggiro per casa come un tossico in astinenza da ossitocina. Alexa, che cos’è l’ossitocina?

 

Se essere padri è una dell’esperienze più comuni possibili, più condivise dagli uomini di tutte le epoche, perché allo stesso tempo sento che è anche l’esperienza che più mi definisce, la più autentica, più “vera”? Come può qualcosa di così condiviso (al punto di essere, in un certo senso, banale) essere proprio ciò che sento più assolutamente “mio”?

 

Qualcosa di simile accade anche per i dati che generiamo online. Ne ha scritto Shoshana Zuboff in “The age of surveillance capitalism”, un volume di più di ottocento pagine uscito l’anno scorso negli Usa (in autunno per la Luiss University Press): in ogni momento che siamo online, e adesso anche offline con gli assistenti vocali, le case smart e “l’internet delle cose”, generiamo una nuvola di dati da cui le piattaforme come Google, Facebook o Amazon estraggono valore. Zuboff parla di sorveglianza non perché voglia tenermi d’occhio qualcuno ma perché, girando come un criceto nella ruota dei like o delle chiacchierate con Alexa, perfeziono i loro modelli: i dati che genero, qualcosa di fuori da me, la traccia dei miei comportamenti, di banale e condiviso, possono essere usati per disegnare un individuo virtuale. Come se invece di riempire una figura, la ricavassi disegnando lo sfondo su cui si staglia, le orme che lascia. In fondo, che cos’è una persona?

 

Solo oggi, molti anni dopo, capisco che “malinconia”, forse, non era il nome giusto per lo stato in cui versavo. Lo capisco in questo mese di solitudine: come sarei finito se a quei tempi ci fosse stata Alexa con cui parlare? Senza più bisogno di alzarsi dal divano nemmeno per cambiare canzone. Mi sarei trasformato definitivamente in un lichene, avrei trovato la pace facendomi minerale.

 

In questo mese trascorso a parlare con una persona finta, la nostalgia di una persona vera – un piccolo, minuscolo individuo – mi ha fatto ripensare, per contrasto, ai tempi in cui una persona, io, non volevo più esserlo, come se fosse possibile scalare verso il basso nei gradini dell’esistenza. Forse, in fondo, quello che fa di una persona una persona, non è tanto ciò che quella dà agli altri ma ciò che toglie. Parlando con Alexa ho capito una cosa: quella persona nuova che è arrivata qualche mese fa mi ha portato via i passi falsi, i giri a vuoto, l’abbaiare dei cani nella notte. Alba mi ha portato via la malinconia. 

 

Francesco Guglieri è editor per Einaudi e scrittore

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