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L'uomo che fa paura a Google

Storia (anche rocambolesca) di Gianpiero Lotito, creatore e ceo di FacilityLive, il motore di ricerca che fa concorrenza “umana” ai giganti della Silicon Valley

19 Dicembre 2018 alle 11:34

L'uomo che fa paura a Google

Gianpiero Lotito (foto Imagoeconomica)

[Gianpiero Lotito, fondatore e amministratore delegato di FacililtyLive, è stato nominato presidente della European Tech Alliance, l'organizzazione che rappresenta nell'Ue alcuni dei colossi europei delle tecnologie come BlaBlaCar, Booking.com, Meetic, MyTaxi e Spotify. “Dopo molti anni da inseguitrice - ha spiegato lo stesso Lotito -, l'Europa sta tornando a essere attrattiva a livello globale per le imprese tecnologiche innovative”. FacilityLive è l'azienda tecnologica italiana a piu' alta valutazione e sviluppa una tecnologia di prossima generazione per l'organizzazione, la gestione e la ricerca di informazioni. Di seguito il ritratto di Marianna Rizzini pubblicato sul Foglio del 17 luglio 2015]

 


 

“Hai presente il momento in cui senti di dover decidere se quella che stai vivendo è davvero la vita che vuoi o se un giorno non diventerà per te una vita indigesta?”. La domanda la pone a sorpresa al cronista non un guru, non uno psicologo, non un cartomante, ma lo startupper quasi sessantenne Gianpiero Lotito, l'uomo che ha creato FacilityLive, il motore di ricerca che, zitto zitto, smentendo la regola del “nemo propheta in patria”, sta raccogliendo pur senza grancassa capitali privati in Italia (circa 15 milioni di euro) e si sta affermando all'estero (“company evaluation” di 225 milioni di euro) come azienda globale del software, dopo aver rovesciato antropologicamente il cosiddetto “modello Google”: al centro non c'è più la rilevanza statistica delle informazioni date dal motore web su domanda immessa dall'utente, ma la “pertinenza” delle stesse. E' la macchina che pensa come l'uomo e non il contrario. E' l'interattività che mette al centro la chiave di ragionamento “semantica”, fornendo solo i risultati migliori, come si fosse tra esseri umani che si parlano più che davanti al computer. E insomma Lotito, lo startupper arrivato da Pavia nel giorno più caldo del luglio romano con una sciarpa al collo (di lino) e il physique di un Babbo Natale, parla della sua creatura e intanto di filosofia e di economia e soprattutto di ottimismo (“che deve venire dai fatti: abbiamo deciso di restare in Italia e di non sbarcare nella Silicon Valley, dove pure abbiamo avuto dei contatti, per dimostrare che il famoso 'altro mondo possibile' dell'impresa è già qui. Non c'è bisogno di emigrare”).

 

Ed è la seconda volta in un'ora di intervista che Lotito torna sul famoso momento della vita in cui devi decidere se cambiare tutto o accoccolarti nella routine (con palude dietro l'angolo, magari) e si capisce che il concetto delle sliding doors, vite parallele non percorse ma presenti nella memoria e nel sogno lo affascina moltissimo. Ma che c'entra questo col suo motore di ricerca e con la sua impresa (invitata, mesi fa, allo European Business summit)? C'entra, si capirà poi, mentre dal computer di Lotito, una specie di borsa di Mary Poppins, spunta di tutto, tra cui le foto di alcuni televisori Brown disegnati da Dieter Rams negli anni Sessanta (“vedi? Questa tv ha la sagoma dell'I-Mac, si saranno ispirati a quello in California. E se guardi le radio disegnate da Rams sempre negli anni Sessanta vedrai che l'i-Pod anni Duemila gli assomiglia molto”).

 

Come fare sì che un motore di ricerca cominci a “ragionare come un essere umano” e dia risposte in base alla “pertinenza”

Dal computer escono anche foto recentissime dello startupper in persona, a un convegno, circondato da amministratori delegati coreani e inglesi corrucciati (“io dico che dobbiamo smettere di avere questo complesso di inferiorità misto a complesso di colpa”, dice: “Le cose possono succedere anche in Italia, i capitali si possono raccogliere anche qui, e la nostra storia lo dimostra”). E infatti in qualche modo tutto si tiene, in questa storia di bivii che portano ad altri snodi di cui non bisogna “mai assolutamente avere paura”, dice Lotito, e per un attimo si pensa che se non fosse il fondatore di FacilityLive potrebbe essere un life-coach, da quanto l'eloquio bonario da Babbo Natale si trasforma, al culmine del mezzogiorno trasteverino, nel bar affollato di turisti, cinematografari appena svegli e mamme con carrozzina, in un'epifania motivazionale: “Il talento attrae altro talento”; “il momento è favorevole e irripetibile”; “è possibile creare un nuovo ecosistema attorno all'impresa del software”.

 

L'antidoto al piagnisteo e all'ansia da fallimento, per lui, sta nel qui e ora: “Dieci nostri dipendenti hanno investito 400 mila euro di tasca loro senza che nessuno chiedesse nulla, perché sentono che l'energia scorre, che è saltato il tappo, che non c'è bisognò di dire 'faremo'. Stiamo facendo”. E mentre Lotito parla vengono in mente tutti i discorsi anche molto governativi e renziani “sull'Italia che deve contare in Europa”, solo che per il Ceo di FacilityLive l'Italia tecnologica che conta è già arrivata a contare. E insomma il motore di ricerca che “pensa come l'uomo” aveva fatto sì incuriosire pure varie major californiane, ma in un momento in cui “disintermediando si può agire in Europa si può anche decidere di restare”, si sono detti Lotito e la socia storica Mariuccia Teroni, co-protagonista di un percorso anche rocambolesco che dall'Università di Pavia porta appunto agli hub digitali e alle frontiere di un West internettiano da individuare e conquistare.

 

“Sì, siamo pionieri”, dice Lotito, forte dei 43 brevetti che FacilityLive ha depositato in altrettanti paesi, e delle parole spese qualche anno fa per la sua creatura da Nigel Kendall, uno dei capi della pagina tecnologica del Times: “Questa è una tecnologia che potrebbe cambiare ogni cosa sul web”. Prima di ascoltare dal vivo il racconto del “come eravamo e come siamo arrivati fino a qui”, scartabellando tra le brochure di FacilityLive che “dalla fine del 2014 partecipa all'Elite programme del London Stock Exchange”, ci si era imbattuti in sporadiche informazioni sull'amministratore delegato, e ci si immaginava un tipo di manager inolto ingegneristico, con curriculum da politecnici riuniti e master conseguiti in prestigiose università tecno-informatiche.

 

Invece il suo percorso è non lineare, e orgogliosamento legato alle svolte pazze delle vita. La prima, in giovanissima età, è la svolta attitudinale: quando capisci che stai facendo qualcosa che sembrava interessarti molto per una serie di motivi, magari non indagati con sufficiente scandaglio psicologico - perché così fan tutti, perché papà ha detto che è la cosa migliore - e però qualcosa dentro di te stona, emerge dal profondo e ti trascina altrove, magari senza che tu te ne accorga. Chiamalo caso, fortuna, follia. E' stato così che il giovane Lotito, ragazzo lucano sbarcato da Potenza a Pavia per studiare Medicina all'inizio degli anni Ottanta, si è trovato a percorrere con subitaneo e inatteso successo una apparentemente incongrua carriera di musicista etnico.

 

A ripensarci, dice, aveva comunque un senso tutta quella passione scoppiata durante l'adolescenza per la medicina vista in tv. medicina che evocava per Lotito l'idea stessa “dell'esplorazione”: “Voi non ve lo ricordate o forse non eravate nati, ma il palinsesto allora era pieno di buchi, e c'erano queste ore pomeridiane di vuoto in cui apparivano sullo schermo, in bianco e nero, operazioni chirurgiche in diretta o differita”. Forse il bianco e nero attutiva l'effetto splatter che poi non piacerà al Lotito studente di Medicina (costretto a vederle dal vivo. le operazioni). Fatto sta che al momento il ragazzo desiderò molto diventare uno di quei cardiochirurghi indaffarati visti in tv, tanto più che a Potenza ne era arrivato in visita uno dall'America, di luminare della medicina, e la famiglia Lotito, lungimirante aveva persino preso contatti: “Quando finirai gli studi”, diceva Lotito padre, “potrai andare a perfezionarti lì”.

 

Doveva essere medico, è diventato musicista (di successo). Ma quella vita non gli pareva la sua. Tutta colpa di un Macintosh

E, come spesso pare allo studente all'inizio del percorso universitario, pareva a Lotito che il futuro fosse non un coagulo di ansie e possibili porte in faccia, ma una bella strada dritta. Anche se forse lo si poteva capire già dal liceo, che lo studente Lotito non avrebbe fatto il medico: distratto dall'attività di autore radiofonico e disc-jockey in radio private locali, infatti, lo studente “bravo ma non modello” aveva trovato professori giovani e fin troppo comprensivi che non lo interrogavano in Latino per lasciargli fare ricerche astruse di letteratura soltanto vagamente in tema. Gianpiero studiava, ma quello che gli pareva (più o meno). E dopo la scuola si appassionava a programmi sul modello di “Alto gradimento”, con titoli poi diventati famosi in altri contesti (per esempio: “Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano”).

 

Proprio in radio Lotito, che intanto suonava anche la chitarra, aveva conosciuto un giorno Eugenio Bennato, che l'aveva poi portato a fare una gita in sala di incisione a Napoli. Tre giorni sufficienti a far scattare la scintilla per la musica, momentaneamente soffocata sotto la ragionevole iscrizione a Medicina. Tempo dopo Bennato, inconsapevole deus ex machina di svolte esistenziali, ricompare a Pavia per un concerto. Il gruppo musicale di Lotito (composto da lui e da suo fratello) si trova, grazie a un temporale, a sostituire il gruppo spalla del cantante. Da lì comincia un turbillon di successi a cui non credono per primi gli stessi fratelli, esperti di musiche etniche e napoletane, e poi addirittura vincitori di un proto talent-show su Rete 4 (“Star 90”), di cui esiste naturalmente memoria nel computer da Mary Poppins del Ceo di FacilityLive (c'è la foto con lui barbuto e suo fratello accanto a due giovanissimi Alessandro Cecchi Paone e Dario Ballantini).

 

Il successo del gruppo, comunque, è decretato in quel di Atene, in tempi felici molto precedenti a quelli di Alexis Tsipras, e sempre ad Atene capita ai due fratelli di girare un film, che è poi in quel momento teatro nel teatro: recitano nei panni di due musicisti soldati sperduti nell'Egeo durante la Seconda Guerra mondiale, un “Mediterraneo” di Gabriele Salvatores ante litteram. (E qui bisogna dirlo: vuoi per fato vuoi per incredibile coincidenza, nel bar trasteverino dove si svolge l'intervista spunta a un certo momento proprio l'italianissimo regista dell'antico film greco. Ed è subito “Carramba” sotto gli occhi basìti del cronista: “Gianpiero, non ti vedo da trent'anni!”. Seguono abbracci e commozione, con il regista dal cappellaccio texano che non riesce proprio a crederci - figurati noi).

 

In ogni caso, nella vita del futuro startupper, quella musicale è una parentesi, protesa da un lato all'altro del Mediterraneo: i fratelli Lotito fanno da spalla pure a Caetano Veloso a Coimbra, Portogallo, dopodiché si pone il problema: se a ventisei anni sei un musicista di successo, che fai? Prosegui? Vuoi davvero quella vita? Gianpiero Lotito capisce di non volerla, e di voler soltanto “conservare l'amore per la musica e per quell'avventura nel ricordo”. Ed ecco la seconda svolta, quella che porta dove non ti aspetti: durante un viaggio in America, Lotito aveva visto che ogni college aveva il suo quotidiano (non online, ché si era ancora in epoca di linotype). Essendo ancora formalmente un universitario anche se poco frequentante, l'ex musicista decide di aprire un giornale nella koinè studentesca della “cosmopolita Pavia”, frequentata da gente di varie nazionalità. Non riuscendo a convincere i vertici dell'ateneo, tenta da privato, con alcuni amici (tra cui Mariuccia Teroni). Ed è a quel punto che entra in scena il protagonista assoluto della futura vita di Lotito: un primo enorme rudimentale computer Macintosh (“voi non ve lo ricordate”, dice un Lotito sceso di nuovo dalla sua personale macchina del tempo, “ma allora si lavorava in modo impensabile per oggi, con continuo inserimento di dati su due dischetti”). L'esperimento, comunque, funziona. La rivista studentesca esce, e il duo Lotito-Teroni precipita in un mondo di grandi editori in cerca di nuovi esperti dell'impaginazione digitale e di archivi fotografici in cerca d'autore, in cui serve un “Mister Wolf-risolvi problemi”, per dirla con Quentin Tarantino, che sappia entrare nella mente del vecchio archivista deceduto o in pensione.

 

I 15 milioni di euro raccolti in Italia, i successi europei, la decisione di restare qui “per ottimismo supportato dai fatti”

Come capire che la foto di Marylin Monroe in piscina è sepolta nella busta “criminalità”? E perché la foto di Luciano Lama con la pipa si trova non nella busta “politici e sindacalisti” ma in quella intitolata “vizi”? Rapidi nel trovare il codice di accesso alla mente dell'archivista, Lotito e Teroni cominciano a collaborare con agenzie (Grazia Neri) e grandi gruppi (Mondadori, Rizzoli, Garzanti, Fabbri, Mediaset) in tempi in cui la spedizione delle foto è ancora laboriosissima: se ti serve una foto custodita nell'archivio Sygma di Parigi devi chiamare un omino che a Parigi percorre magari in monopattino l'immenso palazzo Sygma e, aprendo cassetto dopo cassetto, come facciamo noi oggi con le cartelle del computer, trova la foto, la duplica e la consegna a un corriere che la dà a un capotreno che la mattina dopo la fa avere all'agenzia italiana che a sua volta fa una seconda copia e la spedisce a un giornale (“si capisce allora la felicità di Grazia Neri”, dice Lotito, “alla prima trasmissione digitale, pur lentissima rispetto ai tempi di oggi, di una foto in abito da sposa di Claudia Schiffer”).

 

La prima rivista e la carriera di “risolvi-problemi” negli archivi fotografici con la socia Mariuccia Teroni. Poi l'intuizione vincente

C'era da trasferire su macchina, allora, tutto il know how dell'ultima generazione analogica: un metodo di catalogazione e ricerca, un percorso razionale da rendere più rapido. “Il percorso che oggi”, dice Lotito, “è alla base del funzionamento di FacilityLive”. I due soci a un certo punto si sono messi in proprio, hanno cominciato a insegnare all'Università e a scrivere libri. Poi, attorno al Duemila, l'altra svolta, ispirata anche dal discorso di Steve Jobs sul computer che da “collettore” diventa “hub”, luogo di smistamento di informazioni che l'utente deve potersi portare sempre dietro. “Ci sono momenti in cui tutto cambia e in cui si aprono mille finestre di possibilità”, dice Lotito: “Il Duemila è stato uno di quelli, poi è scoppiata la bolla internettiana. Ma oggi, in altro modo, ci risiamo. E' un periodo in cui è possibile, disintermediando, creare una diversa infrastruttura industriale anche nel mondo del web, ricorrendo a capitali privati. Non bisogna temere, bisogna esserci. Eccoci”. Intanto, bandita ogni falsa modestia, l'ad-Babbo Natale vuole che il suo motore di ricerca arrivi a valere almeno un miliardo di dollari in tempi velocissimi, trasformandosi così in “unicorno”, il nome fiabesco delle startup che riescono a bucare lo schermo. 

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.

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