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I senzatetto di San Francisco

I problemi della capitale del mondo tech mostrano la crisi d’identità della Silicon Valley

21 Ottobre 2018 alle 06:00

I senzatetto di San Francisco

(Foto LaPresse)

Roma. In un libro uscito da poche settimane e intitolato “AI Superpowers”, il luminare della ricerca sull’intelligenza artificiale ed ex capo di Google in Cina, Kai-Fu Lee, dice che la Silicon Valley ha un grande svantaggio competitivo nella corsa al predominio globale: l’idealismo. Mentre i grandi imprenditori tecnologici americani vedono nei loro prodotti degli strumenti per realizzare un mondo migliore, per creare l’utopia sulla terra, connettere le persone, renderle più informate e felici, i loro colleghi cinesi e indiani badano al sodo, al profitto e all’espansione, con zero scrupoli e grandi giustificazioni dei mezzi sui fini. Gli imprenditori asiatici hanno più fame di quelle pappemolli degli americani, scrive Kai-Fu Lee, e alla fine questo sarà più importante del mero stato di avanzamento tecnologico.

 

C’è un problema, tuttavia: l’utopia partorita dall’idealismo della Silicon Valley è molto lontana dalla realizzazione. E a San Francisco, la capitale di quello che dovrebbe essere il mondo nuovo, molti problemi sociali gravi sono irrisolti da anni. Tra questi, uno dei più urgenti è quello dei senzatetto, che sono 7.500 e ben visibili in città: spesso chi atterra per la prima volta a San Francisco immagina di trovarsi in un paradiso tecnologico, per poi rimanere deluso quando spuntano le tende di poveretti malmessi e senza dimora.

 

Una proposta di legge che si chiama Proposition C che sarà messa a referendum il mese prossimo cerca di risolvere il problema da sinistra: tassare dello 0,5 per cento le rendite delle aziende che fatturano più di 50 milioni di dollari, in modo da ottenere in tutto 2-300 milioni per costruire rifugi e fornire servizi ai senzatetto. La Proposition C è osteggiata dal sindaco democratico, da gran parte della politica e degli imprenditori della zona, e sarebbe stata dimenticata se Marc Benioff non si fosse messo di mezzo.

 

Il fondatore e ceo di Salseforce, miliardario benefattore e fresco editore di Time, è il più grande datore di lavoro della città e qualche giorno fa ha detto: io sostengo la Proposition C, voglio farmi tassare per cercare di risolvere il problema. Posizione opinabile, contro la quale si è levato Jack Dorsey, ceo di Twitter, che a San Francisco occupa uffici bellissimi. Siamo contrari a Proposition C perché ci fidiamo del piano del sindaco per i senzatetto, ha twittato (ovviamente) Dorsey nel fine settimana. E quale sarebbe il piano del sindaco?, ha risposto Benioff. Non lo so, ma mi fido, ha ribattuto Dorsey, attirandosi così le critiche di tutti i progressisti della rete, visto che è da anni che tutti i sindaci di San Francisco provano a risolvere il problema senza successo.

 

Perché Dorsey non ha scritto quello che probabilmente pensava davvero, e cioè: non voglio che Twitter sia tassato perché Twitter genera migliaia di posti di lavoro e ricchezza per la città e per il paese intero, e non ritengo sia compito della mia azienda occuparsi dei senzatetto? Perché ciò che molti analisti definiscono “idealismo” in realtà è una gigantesca crisi di identità. La stessa che colpisce Facebook, Google, Amazon e decine di altre aziende, che non a caso sono state tutte massacrate in quest’ultimo anno dalle proteste dei loro dipendenti quando hanno fatto qualche passo falso a livello morale.

 

La Silicon Valley vorrebbe diventare adulta: vorrebbe fare lobby contro le tasse come tutte le altre aziende del mondo, vorrebbe espandersi anche in paesi autoritari (come Google in Cina), vorrebbe fare affari con gli apparati militari (come un po’ tutti con il Pentagono). Invece, due multimiliardari come Benioff e Dorsey si trovano a battibeccare su qual è la soluzione migliore per il problema dei senzatetto a San Francisco. Da un lato è bellissimo: entrambi, a loro modo, mostrano di avere una coscienza. Dall’altro viene da pensare che abbia ragione Kai-Fu Lee, e che presto questi capitani d’industria troppo sensibili o troppo ipocriti saranno spazzati via da gente molto più cattiva di loro. 

Eugenio Cau

Eugenio Cau

E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.

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