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C'è un giudice a San Francisco. E (forse) salverà il glifosato

La Corte superiore della California ha rimesso in discussione una causa milionaria contro Monsanto e ha concesso la riapertura del processo per "insufficienza di prove"

12 Ottobre 2018 alle 12:02

C'è un giudice a San Francisco. E (forse) salverà il glifosato

Foto pxhere.com

Mercoledì scorso un giudice di San Francisco ha rimesso in discussione un processo molto discusso che in questi mesi ha alimentato il dibattito, già esasperato, sull'erbicida glifosato. Anche perché la vicenda era stata raccontata da molti quotidiani come si trattasse del mugnaio di Potsdam contro l'Imperatore: un ex giardiniere, malato terminale, aveva vinto una causa milionaria contro l'immane multinazionale biotecnologica. Dewayne Johnson, 46enne con un linfoma non Hodgkin – un tumore del sistema linfatico – ritiene che la malattia sia stata provocata dall’uso dell’erbicida Roundup, un prodotto a base di glifosato, prodotto da Monsanto. Il 10 agosto l’azienda (da poco acquisita dal gruppo tedesco Bayern) ha perso la causa ed è stata condannata a risarcire Johnson con 289 milioni di dollari, l’equivalente di 253 milioni di euro.

    

Ora il giudice della Corte superiore di San Francisco Suzanne Ramos Bolanos ha deciso che l'entità della multa è da rivedere e ha concesso la riapertura del processo per “insufficienza di prove” relative alla parte di sentenza che prevede 250 milioni di dollari di sanzione per “danni punitivi”. Sulla base di alcuni documenti interni all'azienda resi pubblici per la prima volta nel processo, la giuria aveva stabilito che Monsanto sapeva dei potenziali rischi per la salute associati all'esposizione al glifosato, ma agiva con “malizia o oppressione” nel non avvertire il pubblico. Secondo il magistrato, invece, Johnson non è riuscito a soddisfare il suo onere di produrre prove chiare e convincenti riguardo a questo comportamento della multinazionale, un requisito fondamentale per consentire alla giuria di assegnare i danni punitivi.

       

La sentenza è stata la prima del genere contro Monsanto e i suoi diserbanti contenenti glifosato, il Roundup e il Ranger Pro. Il verdetto aveva fatto bruciare il 10 percento del valore dell'azienda. Ora la prospettiva di un nuovo processo che potrebbe annullare la multa ha fatto schizzare le azioni della società tedesca che, in una giornata molto negativa per tutte le Borse mondiali, ieri ha visto i suoi titoli salire del 6,4 per cento sul listino di Francoforte.

 

Bayer ha ribadito che il verdetto originale della giuria era “totalmente in disaccordo con oltre 40 anni di uso [del glifosato, ndr] nel mondo reale e una vasta raccolta di dati e analisi scientifiche, comprese revisioni approfondite da parte delle autorità di regolamentazione”. Nel settembre 2017, l'Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti ha concluso una valutazione decennale sui rischi del glifosato e ha dichiarato la sostanza come “probabilmente non cancerogena per l'uomo”. Un recente studio americano del National Institutes of Health sostiene di “non aver osservato alcuna associazione tra l’uso del glifosato e il rischio complessivo di cancro”. Al contempo Efsa, Oms e Fao hanno sostenuto che è improbabile che sia cancerogeno “come conseguenza dell’esposizione attraverso l’alimentazione”. Tuttavia, nel 2015 l'unità per la ricerca sul cancro dell'Organizzazione mondiale della sanità (Iarc) l'ha classificata come “probabilmente cancerogena”. Presso l’Istituto Ramazzini sono in corso nuovi studi, totalmente indipendenti, sul glifosato per valutarne l’azione cancerogena, neurotossica, di interferenza endocrina, sul microbioma, di tossicità a lungo termine, prenatale e transgenerazionale. 

  

Dal 2001 il brevetto sul glifosato è scaduto e la sostanza viene utilizzata da molte aziende nella formulazione di diserbanti non solo per l'agricoltura, ma anche per il giardinaggio e soprattutto per la manutenzione del verde. Lo scorso anno l’Unione europea ne ha autorizzato nuovamente l’uso per altri cinque anni e ha permesso agli stati membri di imporre restrizioni alla sostanza a livello locale.

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