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Tutti contro Amazon

L’indagine informale dell’Unione europea, le critiche di Trump, gli attacchi di Sanders. Adesso tocca a Bezos

21 Settembre 2018 alle 14:22

Tutti contro Amazon

Foto LaPresse

Roma. Finora, la nuvola delle regolamentazioni che si raduna sulle aziende della Silicon Valley era rimasta lontana da Amazon. L’azienda di ecommerce (e molto altro) fondata da Jeff Bezos è stata più volte oggetto di polemiche. In Europa, negli anni scorsi, ci sono stati scandali sulle presunte cattive condizioni di lavoro cui sono sottoposti i dipendenti assunti nei magazzini e nella logistica. Negli Stati Uniti, molti hanno temuto che Amazon potesse diventare vittima dello scontro personale e politico tra il presidente Donald Trump e Jeff Bezos, che oltre che capo di Amazon è anche l’editore del Washington Post, in prima linea nella battaglia antitrumpista. Niente di tutto questo si è verificato, per ora. Nel frattempo, tuttavia, Facebook è stato attaccato duramente per la sua permeabilità ai troll russi e per lo scarso controllo sulle dinamiche d’odio che hanno portato al genocidio in Myanmar; Apple ha schivato una multa multimiliardaria dall’Unione europea, ma ha dovuto pagare all’Irlanda, dove si trova la sua sede Ue, 14 miliardi di dollari di tasse arretrate; Google è stato colpito duramente (ancora dall’Ue) con una multa da 6,7 miliardi di euro per abuso di posizione dominante, e in generale tutte le grandi aziende del web che lavorano sui dati sono state danneggiate prima dall’approvazione del Gdpr e poi da quella della legge europea sul copyright.

 

In questa ordalia, Amazon è rimasta quasi intoccata. Ma due giorni fa Margrethe Vestager, la temutissima commissaria europea alla Concorrenza, ha annunciato l’apertura di un’indagine informale (informale, occhio) sulla possibilità che l’azienda utilizzi i dati a sua disposizione per ottenere vantaggi concorrenziali sui venditori che usano la sua piattaforma. Come si sa Amazon è al tempo stesso un venditore (ha anche una linea di prodotti propri, in continua espansione) e una piattaforma che altri venditori possono usare per raggiungere i clienti. L’ipotesi di Vestager è che abbia potuto usare questo doppio ruolo, e in particolare i dati raccolti da utenti, clienti e altri venditori, per avvantaggiarsi in maniera indebita.

 

L’inchiesta sarà lunghissima e gli esiti sono molto incerti, ma è un segnale che l’attenzione si sta spostando su Amazon, i cui interessi molteplici si stanno avvicinando a quelli delle altre aziende tech perennemente sotto inchiesta: pochi giorni fa Amazon è diventata la terza piattaforma per la pubblicità online negli Stati Uniti, dopo Google e Facebook ma prima di Microsoft.

 

Le minacce di Donald Trump sono per ora rimaste su Twitter, ma a esse si sono unite quelle di opposto estremismo del socialista Bernie Sanders, che negli ultimi giorni ha attaccato Amazon, ancora una volta, sulla questione del presunto trattamento ingiusto dei lavoratori. Sanders ha presentato un disegno di legge che si chiama “Stop Bad Employers by Zeroing Out Subsidies Act” (leggete bene: è lo “Stop BEZOS Act”) e che impone dure sanzioni contro i datori di lavoro che pagano i loro dipendenti meno di 15 dollari all’ora. (Altra chicca: secondo Business Insider ci sono stati più dipendenti di Amazon che hanno donato a Sanders di quelli che hanno donato a Obama, anche se l’ammontare totale delle donazioni è più alto per l’ex presidente).

 

Anche i media stanno cambiando obiettivo. Sul New York Times, per esempio, il giornalista David Streitfeld ha da sempre posizioni critiche contro Amazon. Ma giusto questa settimana Farhad Manjoo, columnist di punta del settore tecnologia, ha scritto che la fortuna di Jeff Bezos, l’uomo più ricco della Terra, fa di lui un simbolo della concentrazione di ricchezze generata dall’industria tecnologica. Manjoo non dice mai che questa concentrazione è iniqua, ma lo fa capire.

 

L’attacco concentrico (dalla destra americana, dalla sinistra americana, dalla leadership europea e anche un po’ dai media) dovrebbe spaventare Amazon. Almeno per ora, è un attestato all’importanza dell’azienda che ha da poco superato i mille miliardi di capitalizzazione di mercato. Essere la seconda azienda di maggior valore al mondo produce responsabilità.

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