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La legge sul copyright e le responsabilità dei giganti

Oggi la norma dell'Ue al voto. Perché bisogna guardare all'articolo 13

12 Settembre 2018 alle 10:45

La legge sul copyright e le responsabilità dei giganti

Foto LaPresse

Nella discussione intorno alla nuova norma europea sul copyright digitale, che si voterà oggi all’Europarlamento, per troppo tempo ci si è abbandonati alla tifoseria. I contrari alla norma hanno parlato della fine di internet, di censura digitale, in Italia è tornato fuori l’immancabile “bavaglio”. I favorevoli hanno detto che sono in gioco i nostri diritti, la libertà d’espressione, che è la nostra ultima possibilità per evitare che l’Europa diventi preda dei corsari fuori controllo del web. Queste posizioni estreme, come quasi tutte le posizioni estreme, contengono errori che ne minano la validità.

 

Ha contribuito all’estremizzazione del dibattito il fatto che i media, che il dibattito spesso lo plasmano, sono parte interessata. Gli articoli controversi della norma, come si sa, sono due. L’articolo 11, che istituisce la necessità di un equo compenso che le piattaforme digitali dovrebbero versare agli editori delle testate d’informazione per l’utilizzo dei loro contenuti, e

Nella discussione sulla norma si è ceduto alla tifoseria: i contrari parlano di Armageddon web, i favorevoli di pirati digitali

l’articolo 13, che rivede il rapporto tra produttori di contenuti protetti da diritto d’autore e le piattaforme digitali. I media parlano di ciò che sta loro a cuore, e per questo si sono concentrati sull’articolo 11, con infiniti editoriali che cercavano la riscossa per una categoria fiaccata dalla crisi. L’articolo 11 non riguarda tanto le violazioni del copyright, quanto il tentativo degli editori di prendersi un pezzo della torta enorme dei guadagni che le piattaforme digitali come Google e Facebook ottengono facendo da mediatori nel business delle news. La proposta non va snobbata: le piattaforme di internet, per merito proprio, hanno mangiato via una gran parte di quegli introiti pubblicitari che un tempo erano dei mezzi d’informazione. Ma se si ritiene che un’informazione in salute sia fondamentale per la tenuta della democrazia, può essere plausibile pensare di restituire ai media parte degli introiti perduti.

 

Ma l’articolo con ramificazioni più profonde è l’altro, il numero 13, che non riguarda la sola industria dei media ma vorrebbe ripensare il rapporto tra internet e diritto d’autore anche nel mondo della musica, della produzione di contenuti video, della fotografia. L’articolo 13 è molto complesso, ma prevede tre elementi principali. Anzitutto, priva le piattaforme di internet che fanno sfruttamento commerciale dei contenuti dell’immunità per le violazioni del diritto d’autore fatte dai loro utenti. Cosa significa? Fino a oggi, se un utente pubblicava su YouTube la puntata di una serie tv (dunque un’opera d’ingegno protetta da diritto d’autore), soltanto questo utente era responsabile della violazione del copyright. YouTube, finché riusciva a dimostrare di aver agito da semplice piattaforma (“hosting provider”) e di non essere stato a conoscenza della violazione, doveva temere ripercussioni legali estremamente limitate. La nuova norma dice che anche YouTube (e Dailymotion e molti altri) hanno una certa responsabilità.

 

Per questo (è il secondo elemento della legge) le piattaforme online devono stipulare degli accordi di licenza con i produttori di contenuti, siano essi case discografiche, studi cinematografici, reti televisive, giornali. In pratica, YouTube dovrebbe diventare un po’ come Spotify, e pagare i diritti a chi produce contenuti protetti da copyright. Se YouTube paga i diritti per le canzoni dei Beatles, non ci sono più problemi se gli utenti caricano infiniti video di “Hey Jude”.

 

La vera rivoluzione riguarda l’attribuzione alle piattaforme digitali della responsabilità per i contenuti protetti da diritto d’autore

Terzo elemento dell’articolo 13: nel caso in cui non siano stipulati questi accordi, la Commissione europea dà agli stati membri la possibilità di imporre alle piattaforme online l’installazione di sistemi algoritmici “efficaci e proporzionati” che prevengano la pubblicazione di contenuti protetti da diritto d’autore. Significa che la legge chiede a YouTube e agli altri di installare un filtro online che riconosca in anticipo se un utente cerca di caricare la puntata di una serie tv, o il video musicale di una popstar o una foto di un grande fotografo Magnum senza possederne i diritti. Sembra una richiesta complessa, ma in realtà questi sistemi esistono già. YouTube impiega da anni ContentID, un filtro che controlla i video e sanziona le infrazioni del copyright. Questo genere di filtro ormai è piuttosto comune, e i sostenitori della norma dicono che esistono moltissime soluzioni commerciali a disposizione delle aziende.

 

Nella fase iniziale, la norma europea aveva suscitato un sacco di preoccupazioni. La definizione dei contenuti da proteggere era troppo ampia, e si temette che fosse necessario applicare un filtro di controllo a tutti i contenuti di internet, scatenando timori di censura. Inoltre non erano state considerate a sufficienza le necessarie eccezioni: quando Wikipedia cita un’opera letteraria deve pagare? E se un professore universitario utilizza in piccola parte materiale protetto durante le sue lezioni? E i meme? L’articolo 13 è stato definito “meme ban” perché, si diceva, la definizione della legge avrebbe perfino impedito la diffusione online delle famose immagini virali con contenuti satirici. Parte di queste preoccupazione era esagerata fin dall’inizio; un’altra parte è stata accolta nelle (molte) riscritture del testo, e ormai è abbastanza chiaro che le nuove norme sul copyright, se approvate, riguarderebbero soltanto le piattaforme commerciali. La norma specifica perfino che nell’applicazione delle regole bisogna tenere conto della dimensione della piattaforma, della serie: più severità con i grandi, più comprensione con gli emergenti.

Molti, tuttavia, continuano a contestare il principio per cui le piattaforme verrebbero considerate responsabili dei contenuti caricati dagli utenti. E’ importante soffermarsi su questo punto, perché a ben vedere sta qui la rivoluzione copernicana della norma europea.

 

Quello dell’immunità delle piattaforme è un principio alla base della costruzione stessa di internet come lo conosciamo. In America questa immunità è conosciuta come “Section 230” (è contenuta nel Communications Decency Act del 1996), ed è considerata dagli esperti come la norma che ha consentito a Facebook, Google e agli altri di diventare i giganti digitali che oggi conosciamo. Funziona così: se il New Yorker pubblica la lettera di un lettore che contiene elementi diffamatori, sia il lettore sia il New Yorker sono considerati responsabili. La legge ritiene che il settimanale abbia compiuto un gesto editoriale cosciente nella pubblicazione. Al contrario, se su Facebook viene postato un messaggio diffamatorio, la responsabilità è soltanto di chi l’ha scritto. Facebook è immune, perché è considerato come un semplice mezzo, privo di una propria volontà editoriale. L’Unione europea ha creato una norma simile nella sua direttiva sull’ecommerce del 2000.

 

Forti di questa immunità favolosa, Facebook e Google sono cresciuti a dismisura, senza pensare a quali contenuti si portavano in pancia: erano esenti da responsabilità. Questa esenzione è così estesa che è passata anche ai servizi digitali: Airbnb, per esempio, la usa per negare ogni responsabilità per le azioni di chi affitta casa usando la sua piattaforma. Negli ultimi tempi, tuttavia, ci si è cominciato a chiedere se davvero le piattaforme siano completamente agnostiche rispetto a cosa pubblicare, se davvero siano neutrali. Inoltre, la dimensione delle grandi aziende del web mina la loro richiesta di eccezionalità: perché Facebook dovrebbe avere meno responsabilità dei giornali, quando da solo vale di più di tutto il mercato editoriale mondiale? Perché Airbnb dovrebbe avere meno responsabilità degli hotel, quando vale di più delle tre maggiori catene alberghiere messe insieme?

 

I legislatori americani hanno cominciato a ritoccare la Section 230 questa primavera, e perfino l’Economist, in un articolo dell’anno scorso, scriveva che “dare alla piattaforme [digitali] un lasciapassare è sempre più difficile per i regolatori e per i tribunali: sono diventate troppo importanti per l’economia e per la società in generale”.

 

La norma sul copyright europeo non si spinge fino a questo punto. Attribuisce alle piattaforme maggiore responsabilità esclusivamente per quanto riguarda i contenuti protetti da copyright, ed esclusivamente per quelle piattaforme che ne fanno sfruttamento commerciale. Ma la novità è coraggiosa, e potenzialmente dirompente. L’articolo 13 mette le responsabilità dalla parte giusta, quella dei giganti.

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