L’Ue immobile si ritrova invece all’avanguardia sul digitale. Ecco perché

Ieri la Commissione Ue ha presentato un documento strategico sull’intelligenza artificiale (Ai) che è a fuoco in molti punti

Eugenio Cau

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25 Aprile 2018 alle 20:39

L’Ue immobile si ritrova invece all’avanguardia sul digitale. Ecco perché

Roma. L’Unione europea, simbolo di inefficienza burocratica e immobilismo politico, si è trasformata in questi anni in un modello da copiare e rispettare in un settore inatteso: le politiche digitali, argomento complesso in cui i legislatori abitualmente latitano (si veda la figura imbarazzante del Congresso americano con Mark Zuckerberg di Facebook) ma in cui l’Ue ha stabilito una serie di buoni risultati, perfino qualche primato.

  

Ieri la Commissione Ue ha presentato un documento strategico sull’intelligenza artificiale (Ai) che è a fuoco in molti punti. Il primo obiettivo è quello di creare un’industria dell’Ai a livello comunitario che sia capace di recuperare il terreno perduto nei confronti di Stati Uniti e Cina e, infine, di competere con le due superpotenze. Il compito è arduo: in questi anni, mentre le compagnie private americane e la ricerca di stato cinese faceva passi enormi, l’Europa è rimasta indietro, per carenza di mezzi e di visione. Lo scorso mese, un gruppo di intellettuali e scienziati riuniti sotto la sigla Jedi (Joint european disruption initiative) ha dichiarato che “senza un cambio di ritmo, l’Europa diventerà irrilevante” nelle tecnologie che plasmeranno il futuro. Pochi giorni fa, un gruppo di scienziati europei ha inviato ai governi una lettera aperta in cui chiedeva fondi e centri di ricerca, perché sull’intelligenza artificiale “l’Europa non riesce a tenere il passo” di Cina e Stati Uniti. Il compito è arduo, dicevamo, ma le risposte della Commissione sono corrette, almeno sulla carta. L’Ue chiede un investimento mastodontico di 20 miliardi di euro, e questo è il primo punto: per fare ricerca sull’intelligenza artificiale, servono un sacco di soldi. Inoltre, chiede l’istituzione di centri e progetti di ricerca a livello continentale, e questo è un altro elemento importante: per essere dei leader nel settore dell’Ai, è necessario essere grandi, e non solo per la quantità di investimenti necessari. Il machine learning, vale a dire la tecnica di sviluppo dell’Ai più promettente, funziona tanto meglio quanti più sono i dati messi a sua disposizione. La Cina fa progressi nel campo perché può nutrire l’Ai con i dati di 1.3 miliardi di cittadini. Le americane Google e Facebook hanno i dati di miliardi di utenti. Davanti a questi giganti, i singoli stati europei non possono fare niente. I legislatori Ue, tuttavia, non arrivano ad accogliere la proposta del presidente francese Emmanuel Macron, che in un discorso alla Sorbona nel settembre 2017 aveva chiesto la creazione di una “Darpa europea”, di un’agenzia transnazionale in cui sviluppare i progetti di tecnologia avanzata come la Defense advanced research projects agency creata dagli americani al tempo della corsa allo spazio – questa è la più grave mancanza del documento strategico della Commissione.

  

L’altro elemento importante del documento comunitario sull’Ai riguarda il fatto che l’Europa vorrebbe creare un contesto etico in cui gestire lo sviluppo della nuova tecnologia. Attualmente non esistono standard per lo sviluppo dell’Ai (con “standard etici”, molto volgarmente, si intende: fare in modo che l’intelligenza artificiale sia usata al servizio dell’uomo e non per scopi iniqui), e l’Ue vorrebbe usare la sua posizione terza, a metà tra il dirigismo sfrenato cinese e l’approccio tutto privato americano, per dettare la linea.

  

E’ quello che sta succedendo anche con il Gdpr (General data protection regulation), la nuova regolamentazione europea sulla protezione dei dati che entrerà in vigore tra un mese e che, dopo lo scandalo Cambridge Analytica, è diventata il modello internazionale da seguire: Facebook ha annunciato che applicherà lo standard europeo anche ai cittadini non Ue, e molti dentro al Congresso americano vorrebbero approvare regole simili a quelle brussellesi.

  

Anche operazioni apparentemente più triviali, come per esempio l’eliminazione del roaming europeo per navigare su internet, hanno mostrato in questi mesi che l’Ue, almeno a livello di princìpi fissati, ha trovato un equilibrio interessante quando si parla di politiche digitali. E’ un settore di eccellenza. Uno dei pochi.

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