La storia di Palantir ci spiega perché dire #deleteFacebook non ha senso

Una copertina di Bloomberg e gli affari di Peter Thiel

Eugenio Cau

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22 Aprile 2018 alle 06:20

Tutti a prendersela con Facebook, ma date un occhio anche agli altri

Foto LaPresse

Roma. Una questione mai abbastanza rimarcata in queste settimane in cui Facebook è finito sotto attacco è che il social network non è l’unico a fare quello che fa. Mark Zuckerberg lo ha ricordato chiaramente nella sua deposizione al Congresso della settimana scorsa: molte pratiche di raccolta e manipolazione dei dati personali degli utenti sono “standard di mercato”. Il primo passaggio è aggiungere Google alla lista. I due giganti dei dati, Google e Facebook, hanno qualità che non possiede nessun altra società dell’occidente. Possono sifonare i dati di milioni di persone, manipolarli e trasformarli in semilavorati da cui trarre giganteschi profitti: sono il pacchetto completo. Ma non bisogna scavare tanto per capire che Facebook e Google sono l’epifenomeno più evidente di un’economia del dato che ha un ecosistema complesso e un indotto ampio – e che, soprattutto, ci fa capire quanto la questione di chi usa i dati e come sia infinitamente più ampia di #deleteFacebook.

 

L’edizione americana di Bloomberg Businessweek, per esempio, ha dedicato la sua ultima copertina a Palantir, la startup americana fondata da Peter Thiel che i media anglosassoni descrivono con l’aggettivo “secretive”, cioè “misteriosa”, “opaca”. In realtà Palantir, per come la racconta Bloomberg, è il miglior esempio di quanto sia ampio l’indotto dell’economia del dato. Nata nel 2004, tre anni dopo l’attacco dell’undici settembre, Palantir era inizialmente una compagnia di intelligence digitale. Aveva contratti con la Cia e il Pentagono per analizzare, attraverso algoritmi potenti e l’intelligenza artificiale, i dati disparati ottenuti dalle agenzie impegnate nella guerra al terrore in Afghanistan e in Iraq e riconoscere pattern inconsueti. Palantir aveva creato una grande centrifuga in cui aggiungere report degli agenti sul campo, intercettazioni telefoniche, documenti finanziari, prenotazioni aeree. Rimescolava tutti i dati e trovava rapporti e movimenti che gli analisti umani spesso non erano in grado di vedere. Scrive Businessweek che Palantir ha contribuito a sventare tentativi di assassinio, evitare mine stradali e perfino a trovare il nascondiglio di Bin Laden. Palantir non trova i dati da sé, come fa Facebook. Li rimastica soltanto, forse meglio ancora di Facebook. E’ il pezzo di un sistema.

 

Le controversie sono iniziate quando Palantir, con lo scemare della guerra al terrore, ha iniziato ad accettare commesse anche da compagnie civili. Businessweek racconta per esempio il caso di JPMorgan, che aveva dato a Palantir il compito di scovare certi abusi dei dipendenti e si era trovata una centrale di spionaggio dentro all’azienda, con 120 ingegneri che controllavano spostamenti, comunicazioni ed email di dipendenti e dirigenti. La polizia di Los Angeles usa invece Palantir per identificare i cittadini con alta probabilità di commettere un crimine e bloccarli prima che possano farlo. Le forze dell’ordine dicono che il programma ha successo, ma è facile immaginare la gran quantità di abusi e scenari distopici che può comportare.

 

Il fatto che Thiel sia un noto estremista libertario e un trumpiano della prima ora, e soprattutto che alcuni suoi dipendenti abbiano collaborato (a titolo personale, dice l’azienda) con Cambridge Analytica, potrebbe iscrivere Palantir in un disegno più grande di violazione dei dati. Non c’è bisogno di teorie del complotto. L’ecosistema della manipolazione del dato è ramificato, e dal Pentagono alle stazioni di polizia tutti ne vogliono un pezzetto. Più che chiedersi: chi altro c’è oltre a Facebook?, bisognerebbe chiedersi: quanti ancora non fanno come Facebook?

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