(foto Ansa)

Il foglio sportivo

Tutti i mal di testa di Rudi Garcia

Michele Tossani

Dal periodo di scarsa forma attraversato da Kvaratskhelia fino a Lobotka e Osimhen: viaggio nei problemi del Napoli sotto la nuova guida tecnica

Quattro partite di campionato e soltanto 7 punti conquistati, frutto di due vittorie (contro il neopromosso Frosinone ed un Sassuolo ridotto in dieci), un pareggio (a fatica e dopo una rimonta con il Genoa) e una sconfitta (in casa ad opera della Lazio). Un distacco che recita già -5 dall’Inter capolista. Un inizio di Champions non entusiasmante, nonostante la vittoria a Braga. Soprattutto, l’impressione che il bel giocattolo, vincente e convincente, costruito l’anno scorso da Luciano Spalletti si sia rotto o stia per farlo. Sono tanti i mal di testa con i quali Rudi Garcia ha a che fare in questo periodo. L’inizio di stagione del Napoli infatti è stato più complicato di quanto fosse lecito attendersi dalla squadra campione d’Italia, al netto di una rosa rimasta pressoché invariata rispetto alla passata, trionfale, annata. È vero infatti che è partito un pezzo da novanta come Kim Miin-jae (probabilmente il miglior difensore del campionato italiano l’anno scorso), ma la cessione del coreano al Bayern Monaco è stata l’unica uscita pesante registrata in casa Napoli.

 

I vari Osimhen, Lobotka, Kvaratskhelia sono tutti rimasti. Eppure, come detto, la gioiosa macchina da guerra partenopea si è inceppata. Ci ha messo molto del suo proprio Rudi Garcia. Da quando è arrivato a Napoli il tecnico francese ha fatto subito capire di voler cambiare lo stile di gioco della squadra, nella convinzione che (a suo dire) il Napoli non possa dipendere soltanto dalle reti di Osimhen o dal numero di palloni toccati da Lobotka in mezzo al campo. In realtà il Napoli di Spalletti aveva sì nell’attaccante nigeriano la sua bocca da fuoco principale (26 le reti realizzate in Serie A), ma non l’unica. Se c’era una cosa esaltante del modello di gioco proposto un anno fa con i partenopei dall’attuale tecnico della nazionale italiana, questa era proprio la capacità della sua squadra di poter segnare in modi diversi e con qualunque giocatore.
Quest’anno invece la squadra sembra maggiormente dipendente dal nigeriano. A livello di proposta di gioco inoltre Garcia ha abbandonato (per non dire smantellato) quel modello misto posizionale/funzionale costruito dal suo predecessore, per favorire un approccio più diretto da parte dei suoi uomini.

 

La manovra è diventata più frenetica, maggiormente orientata alla ricerca immediata della profondità. Tutto questo porta come conseguenza che Osimhen e gli altri riferimenti offensivi sono spesso costretti a ripetuti scatti in avanti a vuoto prima che, in una di queste situazioni, arrivi un pallone giocabile. Anche la questione Lobotka ha il suo peso. L’anno passato Spalletti lo utilizzava da play col compito di gestire i flussi della manovra napoletana. Dal centrocampista slovacco passavano una infinità di palloni. Quest’anno, vuoi per la volontà di Garcia di non farne il solo fulcro della fase di sviluppo della squadra, vuoi per la maggior attenzione degli avversari a schermarlo, Lobotka sta facendo più fatica ed è ad oggi lontano dall’essere uno dei migliori centrocampisti d’Europa, come era diventato un anno fa sotto la guida di Spalletti.

 

Senza più Kim (abilissimo nel muovere palla in fase di impostazione) Garcia non ha ancora trovato delle soluzioni alternative in costruzione. Affidare questo primo possesso a Ostigard non è un’idea valida in questo momento. C’è poi il caso Kvaratskhelia. Il georgiano è in crisi dalla fine della passata stagione, quando i tecnici avversari hanno cominciato a contenerlo in modo più efficace rispetto a quanto visto nella prima fase dello scorso campionato.  Kvara non va in rete dal 19 marzo. Questa astinenza da gol ha finito per innervosirlo. Ma tutto ciò non basta a spiegarne l’attuale involuzione. C’entra anche il gioco. L’esterno del Napoli appare meno centrale nella manovra partenopea, pur toccando in media più palloni. La reazione plateale alla sostituzione ricevuta durante la partita col Genoa è indice proprio del nervosismo del giocatore. Anche l’anno scorso Spalletti lo richiamava spesso in panchina, ma il georgiano non se ne lamentava.

 

Infine Raspadori. Garcia ha parlato dell’azzurro come di un elemento polivalente, in grado di svolgere più funzioni e di agire in più zone di campo. E infatti lo abbiamo visto giocare in mezzo, così come a destra o muoversi fino a diventare un sotto punta. Raspadori ha grandi qualità associative e Garcia dovrà trovare il modo di sfruttarlo, rendendolo centrale nella fase d’attacco della squadra. Non stiamo parlando soltanto di un’arma tattica, quanto invece di uno degli uomini più forti a disposizione del tecnico. Le difficoltà dei leader tecnici della squadra si ripercuotono ovviamente sul complesso. Il Napoli in avanti non concretizza le occasioni che crea, mentre la difesa subisce troppo, con già cinque reti al passivo in campionato. La fase difensiva non è più aggressiva e asfissiante come con Spalletti, con Garcia che predilige generalmente un blocco medio per aprire campo alle spalle della linea avversaria, da sfruttare poi con le ripartenze. Come si vede quindi i problemi del Napoli sono diversi, con Garcia che è già finito nel mirino della critica. Vero è che anche Spalletti non partì benissimo nel cuore dei tifosi napoletani, salvo poi aggiustare la situazione e compiere l’impresa di riportare lo scudetto nel Golfo dopo trentatré anni. Vedremo se a Garcia riuscirà fare lo stesso. Di certo le aspettative sono alte e la pazienza di De Laurentiis, come noto, non è infinita.

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