il foglio sportivo

E ora che non giochiamo più, che cosa postiamo?

Alessandro Rimi

Lo stop a gare e campionati ha costretto gli sportivi sui social a essere più umani e a farsi “vedere” di più

Echi se lo sarebbe mai aspettato che, dall’oggi al domani, ci saremmo ritrovati chiusi in casa a tempo indeterminato. Tutti, nessun escluso, situazioni di estrema necessità a parte. Ci fa pensare immediatamente ai settori più redditizi al mondo e alle conseguenze inevitabili che ognuno di questi dovrà affrontare. È tutto un parlare di cifre, indotti e proiezioni. Lo sport, generatore di oltre 400 miliardi di dollari a livello globale, non può che essere sulla bocca di tutti. Era una delle colonne del mercato passato, sarà – inteso come entertainment – tra gli elementi cruciali del prossimo futuro. Il coronavirus ne ha stravolto il naturale corso, tra sospensioni temporanee (calcio, ciclismo, NBA) e definitive (calcio giovanile, campionato di football belga, volley, pallacanestro, rugby), e rinvii (tennis, Formula 1 e MotoGP). Caso folle, oltre che prodigioso, la prosecuzione del massimo campionato di calcio bielorusso. Eppure passano le settimane. Prende corpo la paura. Nel mondo del pallone, dove un club da solo a momenti tocca il miliardo di euro di fatturato, si fa fatica a immaginare i calciatori, elevati a figure divine, a letto con dolori e difficoltà respiratorie. Perfino una banale febbre trascina il tifoso nel più sconfinato tunnel dell’incomprensione. Tant’è che stelle attuali e passate hanno dovuto rassicurarli, i tifosi, attraverso profili social, usati quasi come arma contro la pandemia. L’onestà o anche il coraggio di ammettere la positività al virus ha come spazzato via lo status di superiorità.

 

Da Rugani e Dybala, a Gabbiadini e Cutrone, passando per Matuidi e Maldini. Loro, e gli altri che il nemico invisibile non lo hanno per buona sorte mai incrociato, assumono oggi un ruolo oltremodo importante. In prima istanza proclamano quella normalità che in tempi normali pare inammissibile, in ultima assurgono ai piani dell’Eden con l’obiettivo di accendere la responsabilità nella gente che altrimenti sarebbe incapace di individuare. La campagna social #iorestoacasa altro non è che il risultato di un meccanismo tutt’altro che prevedibile. In uno dei periodi più complicati della storia dell’uomo moderno, sportivi famosi (Belinelli, Dovizioso, Fognini, Kostner, Rossi, Tortu, Bebe Vio) hanno dettato alla lettera le linee guida da seguire, al cospetto di decine, forse centinaia di milioni di fan, seguaci ed estimatori provenienti da entrambi gli emisferi. I quali, come solitamente avviene, sono stati influenzati, in senso buono. Step fondamentale perché a loro volta divulgassero la parola del mito che, mai come adesso, appare comunque straniante in questo suo inedito disorientamento. “La genuinità paga sempre, c’è più tempo per riflettere e per interagire – dice al Foglio Sportivo Stefano Marchesi, esperto di comunicazione sportiva, pr di calciatori e allenatori tra cui Mourinho e Lukaku – Il punto sarà poi capire se torneremo effettivamente alla normalità che conoscevamo fino a qualche settimana fa, giacché oggi è tutto in discussione”. E oggi non c’è molto da fare se non osservare la quotidianità degli altissimi dello sport, finalmente ridimensionati a esseri terrestri, dunque vulnerabili. A tal punto da risultare talvolta esilaranti, quasi compassionevoli.

  

Via social, dalla sua quarantena negli USA, Maria Sharapova ha “donato” un numero privato ai fan per invogliarli a tenerle compagnia attraverso testimonianze, consigli e ricette culinarie. Viene fuori di tutto e molto di più per combattere la reclusione. Seguono alcuni esempi. Il talento dell’Atletico Madrid Joao Felix, deciso a formare la squadra del secolo in uno dei videogiochi di calcio più gettonati, viene beccato dalla fidanzata che in diretta chiede quanti soldi reali stesse spendendo alla Playstation. Non pochi. Il video, manco a dirlo, diventa virale. Come il live dell’ex Pallone d’Oro Kakà che contatta Laura Pausini per cantare in duetto su Instagram. O il caso del portiere del Genoa Mattia Perin che mostra sui social una tigre in giro per casa: svelerà che si tratta del suo animale domestico. Il blocco, fisico e in parte anche mentale, porta all’estremo. Federer che palleggia sul muro di casa nel mezzo di una bufera di neve non è cosa da tutti i giorni. Come non lo è vedere il presidente del Torino Urbano Cairo sballottare con i piedi un rotolo di carta igienica al centro del salotto, o Shaquille O’Neal lanciare un dj set in piena notte con gli amici del cuore pronti a saltare sulla tavola da pranzo. Per nulla sobri. Scenari che alleggeriscono il cuore in giornate programmate per ripetersi all’infinito. Orecchie che, attraverso le gallerie dei social media, accedono in lussuose abitazioni solitamente imperscrutabili. Non ci sono dubbi: il coronavirus resterà nella storia della comunicazione umana per averne ulteriormente illuminato le forme interattive. L’intermediario si estingue di fronte alla potenza dell’orizzontalità. Definitivamente.

  

Qui i grandi marchi eliminano il tramite e accompagnano gli utenti direttamente all’ingresso, in prima fila, al centro dello spettacolo. Parte quindi una serie di one-to-one sponsorizzate e rigorosamente in diretta. De Bruyne intervista Witsel, Ian Wright chiacchiera con Lukaku, Totti ricorda il passato con Toni e Aquilani. Basta un momento vuoto e scatta la diretta con i fan, le cui domande spesso rasentano il surreale. Azione e reazione. Le finestre digitali ci hanno mostrato quelle delle case dei giganti dell’NBA, una volta confermato lo stop a data da destinarsi di uno dei tornei più ricchi al mondo. Alcuni si rifugiano nel cinema, altri nella religione, altri ancora nella filantropia. Oggi i cuori sensibili li conosciamo. Sappiamo tutto sulle ingenti donazioni di Ronaldo, Messi, Ibrahimovic e Guardiola. Al fianco di un’associazione londinese, José Mourinho ha vestito gli abiti del volontario che consegna pasti agli anziani in isolamento. Special One, del resto, lo si è sempre. E poi i club. La Roma ha consegnato kit medici e cibo per i tifosi abbonati over 75. Mentre c’è chi litiga per il taglio stipendi, l’Atletico Madrid ha rinunciato a parte del salario per pagare quello di 400 dipendenti del club tagliati fuori dal lockdown. Amore e tradizione. Un video, diffuso dal tecnico del Liverpool Jurgen Klopp, ritrae i medici locali che in piena emergenza si fermano a cantare You’ll never walk alone. Brividi. Perché non si fa mai abbastanza. Mentre Wimbledon salta, Nadal contatta online Pau Gasol per fondare una campagna di donazione in favore della Croce Rossa. Obiettivo: 11 milioni di euro. Riscontro: spaventoso. Mettono soldi l’ex portiere del Real Madrid Casillas, i piloti di Formula 1 Sainz e Alonso, i tennisti Ferrer e Kyrgios. Per contro, conosciamo pure i cuori impuri. Il terzino del Manchester City Kyle Walker ha pagato una multa di 280mila euro per aver organizzato un festino hard a domicilio con due escort. L’attaccante del Celta Vigo Fëdor Smolov ha eluso la quarantena per volare in Russia e partecipare alla festa di compleanno per i 18 anni della fidanzata. E ancora, il capitano dell’Aston Villa, Jack Grealish, invita prima la gente sui social a non uscire di casa, poi di ritorno da un party notturno distrugge l’auto rischiando la vita. Conosciamo perfino i cuori non esattamente fortunati. L’ala del Tottenham Son è stato costretto a volare in Corea del Sud per un mese di addestramento con i militari. Grazie alla vittoria dei Giochi Asiatici, era riuscito a saltare due anni di leva. Il virus ha erogato il resto. Spietato. Compagno e, al contempo, nemesi del pianeta social. Nel primo caso, portatore sano di cambiamento, riflessione ed empatia. Nel secondo, avversario rassegnato di un sistema globale che per definizione unisce qualcosa che, invano, sta provando a smontare.

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