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L’arbitro donna e la farsa della parità

In attesa delle quote rosa nel calcio, tremo vedendo microfoni in campo ed espulsioni a tempo

3 Agosto 2019 alle 10:00

L’arbitro donna e la farsa della parità

Stéphanie Frappart (foto LaPresse)

Devono essersi accorti che non è bastato provare a convincerci per oltre un mese che il calcio femminile è come quello maschile, anzi meglio. Accortisi del fatto che i tifosi fremono più per il calciomercato maschile che per quello femminile, e che nei pub si commenta il calendario dei campionati giocati dagli uomini e mai, nemmeno dopo la sesta pinta, quello dei campionati giocati dalle donne, alla Uefa hanno deciso di sbracare del tutto assegnando l’arbitraggio della finale di Supercoppa europea tra Chelsea e Liverpool alla direttrice di gara francese Stéphanie Frappart.

 

Unanime il coro di “bene! bravi! bis!”, di “finalmente, dico io!”, di “e che c’è di male?”. Così come unanime è stata la censura nei confronti di chi osava avanzare qualche dubbio, accusato nel migliore dei casi di essere sessista, troglodita, bestia, maschilista. Alla faccia della parità, la pur brava Stéphanie non ha mai arbitrato partite di questo livello, cosa che i suoi colleghi con il fischietto di pelle in mezzo alle gambe arrivano a fare solo dopo molti anni di partite europee dirette senza errori (il populismo non fa così orrore quando è travestito da progressismo, eh?).

 

La Frappart però è donna, e tanto basta per superare la fila dei maschi. Naturalmente questo non si può dire, in questi casi il merito è totalmente soggettivo, la parità una parola usata come piede di porco per giustificare decisioni non paritarie, e tutti, venerdì, su social e testate online facevano a gara per brindare a un nuovo successo del progresso buono che renderà il calcio un posto migliore, inclusivo e aperto ai diritti. In attesa delle quote rosa nelle squadre maschili, non invidio i colleghi giornalisti che dovranno fare le pagelle della partita in caso di rigore non visto o espulsione affrettata da parte della Frappart. Il calcio sta smettendo di essere uno sport per diventare teatro di esperimenti sociali e strumento di educazione del popolo. Non più sudore e lacrime, ma diritti e spettacolo.

 

Quando ho letto dell’arbitro donna in Supercoppa volevo fuggire su una sperduta isoletta della Grecia (ultima Nazionale europea brutta, sporca e ignorante ad avere vinto un titolo), poi ho visto qualcosa che mi ha riacceso la nostalgia delle Falkland: nell’amichevole tra una selezione dei migliori giocatori della Mls, il campionato americano di calcio (chiedo scusa per l’ossimoro), e l’Atletico Madrid, ad alcuni giocatori è stato messo un microfono per interagire con i telecronisti e commentare la partita in diretta dal campo. Deserto e vuoto, commenterebbe Eliot, e tenebre sopra la faccia dell’abisso. Grazie a Dio ci sono ancora i tifosi: approfittando della vicinanza del portiere microfonato agli spalti, alcuni di loro hanno cominciato a urlare volgarità in diretta. Volgarità simili a quelle che ho pensato io quando ho letto della sperimentazione, da quest’anno e nelle serie minori inglesi, dell’espulsione a tempo: se fai il cattivo stai fuori 10 minuti e poi rientri. Date tempo al tempo e vedrete tutte queste aberrazioni anche nei massimi campionati. Se mi cercate, io nel frattempo avrò occupato il tavolo più vicino allo spillatore di birra.

Jack O'Malley

Jack O'Malley nasce a Sheffield quando lo United era in seconda divisione. Dopo un'infanzia felice trascorsa nel cottage di famiglia nello Yorkshire, si trasferisce nella capitale per iniziare una lunga carriera in tutti i settori del giornalismo, fino ad approdare – dopo una parentesi di dieci anni in Italia – all'argomento che più ama: la Premier League. Adora il tè delle cinque, le passeggiate col suo setter nella calma di Hyde Park e non disdegna un buon bicchiere di brandy. Pensa che non ci sia nulla di più bello di Londra avvolta dalla nebbia o sotto la pioggia. Uomo dallo spiccato sense of humour, per il Foglio scrive ogni martedì di calcio inglese nella rubrica "That win the best", titolo che non lo entusiasmava finché dalla redazione non gli hanno spiegato che era la citazione di un film italiano. E' su twitter.

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Commenti all'articolo

  • riccaboni@farmacya.com

    riccaboni

    03 Agosto 2019 - 15:03

    Caro Jack dici il vero, ma queste aberrazioni sono comunque meno dolorose della sparizione delle mistiche immagini di wags affaccendate in mille impegni domestici. Un brindisi per dimenticare: al terzo Martini non si soffre più

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