L'arbitro donna e la farsa della parità

Jack O'Malley

In attesa delle quote rosa nel calcio, tremo vedendo microfoni in campo ed espulsioni a tempo

Devono essersi accorti che non è bastato provare a convincerci per oltre un mese che il calcio femminile è come quello maschile, anzi meglio. Accortisi del fatto che i tifosi fremono più per il calciomercato maschile che per quello femminile, e che nei pub si commenta il calendario dei campionati giocati dagli uomini e mai, nemmeno dopo la sesta pinta, quello dei campionati giocati dalle donne, alla Uefa hanno deciso di sbracare del tutto assegnando l’arbitraggio della finale di Supercoppa europea tra Chelsea e Liverpool alla direttrice di gara francese Stéphanie Frappart.

 

Unanime il coro di “bene! bravi! bis!”, di “finalmente, dico io!”, di “e che c’è di male?”. Così come unanime è stata la censura nei confronti di chi osava avanzare qualche dubbio, accusato nel migliore dei casi di essere sessista, troglodita, bestia, maschilista. Alla faccia della parità, la pur brava Stéphanie non ha mai arbitrato partite di questo livello, cosa che i suoi colleghi con il fischietto di pelle in mezzo alle gambe arrivano a fare solo dopo molti anni di partite europee dirette senza errori (il populismo non fa così orrore quando è travestito da progressismo, eh?).

 

La Frappart però è donna, e tanto basta per superare la fila dei maschi. Naturalmente questo non si può dire, in questi casi il merito è totalmente soggettivo, la parità una parola usata come piede di porco per giustificare decisioni non paritarie, e tutti, venerdì, su social e testate online facevano a gara per brindare a un nuovo successo del progresso buono che renderà il calcio un posto migliore, inclusivo e aperto ai diritti. In attesa delle quote rosa nelle squadre maschili, non invidio i colleghi giornalisti che dovranno fare le pagelle della partita in caso di rigore non visto o espulsione affrettata da parte della Frappart. Il calcio sta smettendo di essere uno sport per diventare teatro di esperimenti sociali e strumento di educazione del popolo. Non più sudore e lacrime, ma diritti e spettacolo.

 

Quando ho letto dell’arbitro donna in Supercoppa volevo fuggire su una sperduta isoletta della Grecia (ultima Nazionale europea brutta, sporca e ignorante ad avere vinto un titolo), poi ho visto qualcosa che mi ha riacceso la nostalgia delle Falkland: nell’amichevole tra una selezione dei migliori giocatori della Mls, il campionato americano di calcio (chiedo scusa per l’ossimoro), e l’Atletico Madrid, ad alcuni giocatori è stato messo un microfono per interagire con i telecronisti e commentare la partita in diretta dal campo. Deserto e vuoto, commenterebbe Eliot, e tenebre sopra la faccia dell’abisso. Grazie a Dio ci sono ancora i tifosi: approfittando della vicinanza del portiere microfonato agli spalti, alcuni di loro hanno cominciato a urlare volgarità in diretta. Volgarità simili a quelle che ho pensato io quando ho letto della sperimentazione, da quest’anno e nelle serie minori inglesi, dell’espulsione a tempo: se fai il cattivo stai fuori 10 minuti e poi rientri. Date tempo al tempo e vedrete tutte queste aberrazioni anche nei massimi campionati. Se mi cercate, io nel frattempo avrò occupato il tavolo più vicino allo spillatore di birra.