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Le nuove battaglie televisive si giocano all’estero (con buona pace dei sovranisti)

Mediaset, Sky, Mediapro: il mondo delle emittenti sta cambiando

10 Agosto 2019 alle 06:08

Le nuove battaglie televisive si giocano all’estero (con buona pace dei sovranisti)

Il presidente della Lega Serie A, Gaetano Miccichè, arriva in sala stampa per la conferenza dopo le decisioni sui diritti televisivi (foto LaPresse)

Tre eventi, solo in parte attesi, stanno cambiando l’Italia delle tv. Il primo è l’annuncio solenne lanciato da Pier Silvio Berlusconi dalle colonne della Stampa: Mediaset si candida ad aggregare un polo europeo insieme a partner che possono essere, stando ai primi contatti, la francese Tf1 e la tedesca ProSieben della quale Mediaset è azionista con il 9,9 per cento. Con Netflix, senza Netflix, contro Netflix, o forse sarebbe meglio dire oltre Netflix? Il gruppo americano on demand ha cambiato il paradigma televisivo, ma comincia a perdere colpi e questo sta risvegliando dal letargo i broadcaster. La seconda novità riguarda Sky che passa dal satellite alla rete. Venduta da Rupert Murdoch a Comcast, uno dei principali gruppi telefonici americani, vuole fare il salto all’insegna della convergenza questa araba fenice tecnologica, della quale si parla da un ventennio anche se “dove sia nessun lo sa”. Intanto spunta la tv della Lega calcio, l’unica in fondo che fa già i conti con il nuovo paradigma televisivo con al centro i contenuti e non più il mezzo. Si tratta di football, ma lo sport resta il nocciolo duro dell’intrattenimento televisivo. Se il futuro è nelle piattaforme aperte, in Italia un esempio interessante su questo piano è Tvsat, che trasmette gratuitamente via satellite in HD e 4K e ha quattro milioni di utenti. Creata dieci anni fa, ha anticipato l’idea di collaborazione multipla (Rai, Mediaset, Tim, Confindustria, tv locali) che sta diventando una delle strade da battere nel nuovo panorama televisivo.

 

La gente oggi vuol vedere un certo programma, non importa chi lo fornisce né come. Meglio su strumenti mobili come l’iPad, ma i grandi schermi ad alta definizione sono l’alternativa ideale per chi vuol godersi a casa il film, l’evento sportivo o la serie preferita, con una risoluzione sofisticata. La più colpita dalle grandi trasformazioni in corso è la tv in chiaro che, oltre tutto, vede ridursi le risorse pubblicitarie, fonte principale di reddito per gli operatori privati.

 

Mediaset ha deciso di rispondere alla sfida uscendo dalla dimensione nazionale. Il 4 settembre nasce una società con sede in Olanda che fonde le attività italiane e spagnole. Il nome è Media for Europe e vuole essere il soggetto aggregatore di una holding europea, a tutto campo. Ci sono colloqui in corso, ma nessuna trattativa concreta, ha spiegato Pier Silvio Berlusconi. L’obiettivo è sfidare non tanto Netflix, con la quale si possono fare accordi, ma “i giganti del web” che si fanno la loro televisione: Amazon, Google, le compagnie telefoniche le quali non vogliono essere solo canali di distribuzione. Senza contare che stanno arrivando le major di Hollywood, da Disney a Universal, con le loro colossali biblioteche di film e programmi: se offerte, anche solo in parte, avranno l’effetto di un rullo compressore. Mediaset vuole avere un ruolo da “locomotiva”, ma “non è scontato che la maggioranza faccia sempre capo a Mediaset”, ha ammesso Berlusconi. Dunque, dopo tanto esitare, dopo i molti tentativi non riusciti come Premium, dopo le fallite nozze con Vivendi, i cui strascichi non sono ancora finiti, la famiglia Berlusconi sta compiendo il gran passo, sulle orme degli eredi Agnelli o di Leonardo Del Vecchio. All’estero, senza vendersi né svendersi, ma sussunti, direbbero i filosofi, in una realtà più grande: Fca, EssilorLuxottica, ora MfE.

 

Ma come sarà il mestiere delle emittenti? Da una parte diventano distributrici a tutto campo, e non solo dei propri contenuti. Dall’altra potranno produrre un programma per il proprio paese e poi venderlo a Netflix o Amazon Prime, come con l’ultimo grande successo spagnolo e internazionale: “La casa di carta”. La tv generalista resta fondamentale per le notizie (anche se la concorrenza dei social media si fa sentire) e soprattutto per la trasmissione in diretta dei grandi eventi. Qui non c’è gara, per il momento, con nessuno dei nuovi soggetti. Ma niente è scontato.

 

La nuova battaglia televisiva si gioca, insomma, con buona pace dei sovranisti, fuori dai confini nazionali. Lo dimostra quel che sta accadendo a Sky. Comcast ha deciso di investire oltre 20 miliardi di dollari l’anno, più o meno come Disney e il doppio di Netflix, condannata a crescere sempre ma allarmata dalla prima riduzione di abbonati. L’obiettivo del nuovo patron americano è rovesciare come un guanto la prima televisione satellitare d’Europa. Il cambio di management parla chiaro: sono arrivati uomini che vengono dalla telefonia e dalle telecomunicazioni. In Italia il nuovo amministratore delegato è Maximo Ibarra, l’italo-colombiano che ha mosso i primi passi nella ormai archeologica Sip, poi ha guidato Wind e fino a ieri l’olandese Kpn. Sky si trasforma in una compagnia telefonica? Non esattamente, ma al satellite aggiungerà altri mezzi di diffusione; il suo futuro è diventare una piattaforma triplice, con satellite, cavo e rete. La scelta è anche frutto delle difficoltà che ha incontrato nel Regno Unito e in particolare in Italia, principale mercato nell’Europa continentale. Nel calcio che resta il suo nocciolo duro, Sky non è riuscita a conquistare gli abbonati che hanno lasciato Premium (ne ha presi circa la metà) e ha perso la esclusiva di eventi chiave. Comcast, così, ha deciso di privilegiare il mestiere telefonico integrando l’offerta originaria.

 

Il mercato dei diritti sportivi, calcistici innanzitutto, terreno da sempre scivoloso, è diventato un vero campo minato, sul quale scende adesso un nuovo concorrente, la tv della Lega. Il progetto è partito da Mediapro che possiede i diritti televisivi del calcio spagnolo e della serie A. Il gruppo audiovisivo di Barcellona un anno fa è stato acquistato dalla cinese Orient Hontai Capital la quale è subito passata all’attacco: Mediapro, insieme alla Lega, realizzerebbe il canale per trasmettere in esclusiva tutta la serie A. I club calcistici sono divisi: Juventus, Napoli, Milan, Bologna e Spal sono contrari, a essi s’è aggiunto il Torino, perché Urbano Cairo ha cambiato opinione. Sky e Dazn stanno facendo fuoco e fiamme per bloccare il progetto e cercano accordi tra loro (forse Dazn condividerà su Sky le partite del sabato). All’assemblea del 29 luglio, il presidente della Lega, Gaetano Miccichè, ha ricevuto il mandato di negoziare fino al 30 settembre sulla base dell’offerta economica di Mediapro: un miliardo e 150 milioni. Micciché si è dichiarato “fiducioso”. Sul piano schiettamente televisivo, si tratta di un esperimento interessante, perché tiene conto del nuovo paradigma che fa perno sui contenuti. Allora, tocca al calcio rimescolare le carte? Anche, ma un ruolo importante spetta alle nuove tecnologie.

 

L’Italia, come hanno già fatto altri paesi, dovrà liberare alcune frequenze (quelle a 700 megahertz) che oggi sono impegnate da trasmissioni televisive per far spazio alle reti mobili a banda ultra larga. E qui entra in gioco lo standard DVB-T2, che consente di trasmettere gli stessi canali su meno frequenze e una banda più limitata. A partire dal prossimo anno, 18 milioni di televisori, quasi l’80 per cento degli apparecchi posseduti dalle famiglie italiane, rischierà di non ricevere nessun segnale se non si dota di un decoder o di una smart tv. Non cambia nulla solo per chi riceve via satellite. Nella nuova Sky “telefonica” sostengono che il satellite non basta più. Detto così è un truismo, se significa che il satellite è finito, è un errore.

Stefano Cingolani

Nato nel bel mezzo del secolo scorso a Recanati, è tornato alla luce in seguito a recenti scavi. Dopo tanto girovagare per giornali (L’Unità, Il Mondo, Corriere della sera, Il Riformista) e città (Milano, New York, Parigi), in cerca di stimoli e affetti, ha trovato al Foglio il rifugio agognato. Ha scritto “Le grandi famiglie del capitalismo italiano” e “Guerre di mercato”. Sopraffatto dalla colpa per non essere riuscito ad assicurare un futuro certo alla figlia maggiore e per non fare i compiti con quella minore, passa il tempo tra l’impero romano-cristiano e la terza globalizzazione (prima o poi riuscirà a spiegare entrambi?). Va al mare sul Baltico, ma vorrebbe essere sul Patna con Lord Jim o a Long Island con Jay Gatsby.

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