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Cosa resta del Mondiale femminile (sì, è quasi finito)

È stato bello? Affermativo e per certi versi è stato pure istruttivo: per le agnostiche del calcio è stato un bel modo di capire che il calcio è una noia mortale indipendentemente dal sesso di chi lo gioca

7 Luglio 2019 alle 06:04

Cosa resta del Mondiale femminile (sì, è quasi finito)

foto LaPresse

Cosa resterà di questi Mondiali femminili? Molti baci. Molti gol. Gol in esubero e però non esuberanti. Il tricolore sulle unghie di Cristiana Girelli. Quelli che non si divertono mai neanche quando ridono, oh yeah, e hanno montato questioni linguistiche anziché guardare le partite, che effettivamente non sono state sempre piacevoli da guardare (così hanno confessato, nascosti in una maschera di ferro, alcuni di quelli che le hanno guardate tutte per davvero e no, non diremo chi sono, ma solo che i loro nomi non saranno Mai Più). I Trudeau, femministi finti che ce l’hanno menata con quanto dovrebbero imparare i maschi dalle femmine, come se fossimo sceme e non sapessimo riconoscere il Tavecchio che è in loro, e pure fuori di loro, a chilometri di distanza, pure senza guardare. L’eloquio chiaro e poetico e altissimo di Milena Bertolini, l’allenatrice della nostra Nazionale, che ha detto a Repubblica: “La donna quando gioca a pallone ha bisogno di costruire, la sua azione è più circolare. L’uomo invece è più lineare, ha meno complessità”, praticamente un verso riparatore dei disastri di “Quello che le donne non dicono”, e alla bisogna multiuso, levi gioca, sostituiscilo con qualsiasi verbo, e vedi se ti rappresenta.

 

E’ stato bello? Affermativo, certamente, e per certi versi è stato pure istruttivo: per le agnostiche del calcio è stato un bel modo di capire che il calcio è una noia mortale indipendentemente dal sesso di chi lo gioca. Per certi altri versi, invece, è stato molto poco paritario: innanzitutto, niente bandiere dell’Italia per strada, ai balconi, nei bar, nei ristoranti, nelle bocciofile, e dire che siamo un paese sovranista. Secondo, niente editoriali di Marco Travaglio per invitare tutti a non tifare Italia, paese per lui immeritevole di qualsiasi cosa, persino di venir tifato dai suoi abitanti. Ci mancherà? No, neanche un po’, e qui veniamo alle cose paritarie: il sollievo che sia finalmente tutto finito è identico a quello che si prova, naturalmente se si è agnostiche del calcio, quando finisce il Mondiale dei maschi, o la Champions and so on. Tuttavia, e torniamo alle cose impari, questa è diventata una delle cose che le donne non dicono.

 

Attendiamo il momento in cui i Tavecchio travestiti da Trudeau si lasceranno scappare un “le donne sono negate”. Lo attendiamo con gli hashtag in mano, speranzose che non succeda.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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Commenti all'articolo

  • verypeoplista

    verypeoplista

    07 Luglio 2019 - 17:05

    La stagione è quella giusta: aridatece, va bene pure una tantum, la pallavolo femminile sulla sand of the sea: che sport completo con quell'ammicare con le dita (2dita in alto o tre in basso....) di quella che sta sottorete e alla fine delle partite senza (s)parlare degli articoli della costituzione, solo fisicalità sportiva ((già il tempo vola (suo articolo sulla "nonna"..)) e bando all'attivismo sociopolitico (che noia) . Ps sono rimasto un pochino interdetto sulle parole della signora allenatore/a, mi sorge un dubbio vorranno abolire il rettangolo di gioco con il cerchio di gioco ( tutto curve e tangenti) ?

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