Le nuove regole sui falli e la sterilizzazione del calcio

Jack O'Malley

Già mi mancano le gomitate in barriera. De Rossi poteva andare a giocare in serie C

Sto seguendo, come un drogato in astinenza, qualunque amichevole estiva di qualunque squadra europea e noto con scoramento che alla prima amichevole tra due italiane – Juventus e Inter – è già partita la polemica sul gol di Cristiano Ronaldo su punizione che-con-le-nuove-regole-sarebbe-stato-da-annullare. Io ve lo dico, se iniziate così a luglio non arrivate vivi a Natale. Il problema però, come diceva quello, è un altro. Le nuove regole dell’Ifab su falli, punizioni e rigori, non fanno altro che continuare a sterilizzare quella meraviglia brutta e cattiva che dovrebbe essere il calcio. Var e prove televisive hanno iniziato a trasformare le partite nell’equivalente di un editoriale di Repubblica sui migranti, tutto correttismo e indignazione pelosa postuma, ma è con le nuove regole che si ammazza del tutto uno dei pochi momenti ancora sporchi di un match, il calcio di punizione.

 

La barriera era l’ultimo baluardo della furbizia, della scorrettezza non vista, della spintarella non percepita ma decisiva, del dito nel culo a sorpresa che il difensore sente poco prima di saltare. Adesso i compagni di chi batte la punizione dovranno restarsene almeno a un metro dagli avversari in barriera, a loro volta tenuti alla giusta distanza dallo spray spermicida che gli arbitri spruzzano sui loro piedi. Niente passettini in avanti né pallone mosso all’ultimo, e lo sapevamo, ma ora neanche azioni di disturbo per spostare i tre o quattro giocatori che coprono il palo, niente uomo che si abbassa per ingannare il portiere avversario, il calcio di punizione diventa un pallosissimo safe space sterilizzato, non più orgia confusa ma sveltina onanistica.

 

Non solo: sui tocchi di mano in area da parte di chi attacca non ci sarà più pietà, sarà sempre e comunque fallo, la regola soffocherà il caso. Aspettiamo il momento in cui sui calci d’angolo non sarà più permesso marcare a uomo, i calciatori saranno tutti microfonati per farci sentire se dicono le parolacce agli avversari e i fact checker verificheranno se al pub non staremo esagerando a raccontare l’azione del gol agli amici. A quel punto saremo pronti a bere soltanto birra analcolica applaudendo sugli spalti delle partite del campionato femminile e i giocatori in barriera saranno sostituiti da sagome cartonate. Con la scusa di aumentare lo spettacolo si trasformerà il calcio in un saggio di danza. Grazie a Dio ci sono le squadre inglesi a tenere vivo il senso di imprevedibilità poetica di questo sport, altrimenti dovremmo fare come Daniele De Rossi e buttarci sul calcio argentino. Certo, da quelle parti non si corre il rischio di sterilizzazione, ma se il pegno da pagare per partite ruspanti è un livello del gioco da Serie C, tanto vale seguire la Sambenedettese. Ma al cuore non si comanda, e sull’epica del Boca Juniors ci hanno fatto due palle così, trasformando ogni partita in un racconto di Osvaldo Soriano, e dimenticandosi di dire quello che tutti sanno, cioè che le squadre di punta sudamericane sono come i club provinciali che militano nei campionati di Serie B europei: i calciatori forti le usano per farsi notare e sperare di andare a giocare in Italia, Inghilterra, Spagna, i più disperati persino in Francia. All’arrivo di De Rossi all’aeroporto di Buenos Aires c’erano più giornalisti che tifosi, ma mi è toccato leggere ovunque di “folla in delirio” per lui. Vorrei trovare meno banalità sui giornali sportivi e vedere più gomitate in barriera. Forse sono un caso disperato: lasciatemi al mio pub e alla mia bionda alcolica.

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