Croke Park non è solo uno stadio

Fulvio Paglialunga

Uno degli stadi più grandi d’Europa odia il calcio, il rugby e tutti gli sport dei “nemici” inglesi. Dal Bloody Sunday del 1920 a oggi, la storia di un impianto che racconta le ferite e l’orgoglio del popolo irlandese

Uno degli stadi più grandi d’Europa odia il calcio, odia il rugby, ma soprattutto odia gli inglesi. È una sorta di luogo sacro in cui lo sport è un ideale, è politica, storia, guerra, tradizione. Croke Park, tempio laico di Dublino, ha 82.300 posti ma non vuole gli sport stranieri, in particolare quelli di origine inglese. Non è uno spazio di intrattenimento, come stanno diventando gli stadi del mondo, ma ombelico di un popolo, testimone e custode della storia.

Dentro vive, si muove, cresce, la Gaelic Athletic Association, la più grande organizzazione sportiva d’Irlanda – fondata nel 1884 e con 2.200 club affiliati – che è in quel campo sin dal principio e dal 1913 ne è proprietaria. È un palcoscenico enorme (più capienti sono solo il Camp Nou e Wembley) per calcio gaelico, hurling, camogie, poco noti in altre nazioni e nell’isola verde non solo assai popolari, ma anche strumenti per l’esaltazione identitaria di una comunità, che attraverso lo sport tiene dalla sua parte la barra della storia, anche curandone le ferite più laceranti. Perché il racconto di Croke Park ha un prima del 21 novembre 1920 e un dopo.

 

 

In mezzo, appunto, quella data orribile, nel pieno della guerra per l’indipendenza irlandese. Nella notte gli uomini di Michael Collins, leader dei rivoluzionari, avevano ucciso gli agenti segreti britannici della Cairo Gang e nel pomeriggio ci fu la rappresaglia: i mezzi dei Black and Tans, spietati ausiliari dell’esercito britannico, sfondarono le porte dello stadio mentre si giocava Dublino-Tipperary di calcio gaelico. Sugli spalti, pieni, c’era gente ignara di cosa potesse accadere.

Tifava, semplicemente, ma i blindati aprirono il fuoco sulla folla, uccidendo quattordici persone, tra cui tre bambini e il capitano del Tipperary, Michael Hogan. Fu la prima Bloody Sunday della storia di un conflitto sanguinoso, un attimo feroce che ammazzò innocenti e violò il principio non scritto che vede un evento sportivo come momento felice.

 

Da luogo del delitto Croke Park diventò una volta in più luogo inviolabile: niente sport stranieri, niente inglesi, qui viveva l’Irlanda dalle sue origini e quello era un confine che non si poteva più valicare, forti della rule 42 del regolamento della GAA, che vietava che sui campi di proprietà dell’associazione si potessero giocare sport diversi da quelli riconosciuti dallo statuto. Il calcio, il rugby, non erano graditi, grondavano odio e sangue, perché per gli irlandesi tutto quello che era nato o celebre in Inghilterra allevava colonizzatori, alimentava un’occupazione da cui anche lo sport spingeva per uscire.

 

I blindati aprirono il fuoco sulla folla, uccidendo quattordici persone, tra cui tre bambini e il capitano del Tipperary

Quello stadio era un luogo religioso, dove ogni angolo era a difesa dell’Irlanda, della sua indipendenza. Una delle gradinate fu chiamata Hogan Stand, proprio in memoria di Michael Hogan, il “calciatore” ucciso nel 1920. E la collinetta vicino alla ferrovia, che negli altri stadi sarebbe una curva, negli anni Trenta fu rinominata Hill 16, richiamando il 1916 e la Easter Rising, la rivolta di Pasqua durante la quale fu letta la dichiarazione d’indipendenza dell’Irlanda, sui gradini del General Post Office. La decisione di chiamarla così fu sancita da una frase solenne pronunciata da Dan McCharty, alto dirigente della GAA: “Croke Park è un luogo sacro, santificato dal sangue dei martiri”. Martiri erano i quattordici uccisi dai blindati britannici, martiri i rivoluzionari del 1916, Croke Park ne era una specie di santuario. Per anni si è alimentata la leggenda che quella collinetta fosse stata costruita con i detriti di O’ Connell Street, la via principale di Dublino distrutta proprio nel 1916. Nacque tutto dai racconti fatti nei pub di gente che giurava di aver partecipato alla costruzione; non si hanno riscontri e quelli che si hanno sono negativi, ma molti pezzi dell’Irlanda e della sua storia si scoprono davanti a una pinta, più che all’evidenza storica.

 


 

Illustrazione di Davide “Bart” Salvemini


 

Croke Park era un rito, andarci un modo silenzioso e possente di schierarsi. Dentro, ancora oggi, in un museo bellissimo, gli irlandesi mostrano la storia dell’impianto raccontata come la loro storia. Dicono “noi siamo questi” a chi vuol ripassare gli eventi e a chi va a conoscerli per la prima volta. E ora si racconta anche la storia delle eccezioni, che il tempo e le circostanze hanno reso inevitabili. Non ancora nel 2000, quando ribadendo l’indisponibilità dello stadio per il calcio la GAA rese impossibile la candidatura (e molto probabilmente l’assegnazione) per gli Europei 2008 a Irlanda e Scozia. Ma nel 2005, quando ci fu quasi una rivoluzione. Negli anni lo stadio aveva aperto a qualche mega concerto (dagli U2 ai Take That, passando per Bruce Springsteen), una volta all’interno c’era stata la sfida di boxe tra Muhammad Alì e Al Lewis, il 19 luglio del 1972, ma per il resto tutto rimaneva sbarrato. Rugby e calcio erano comunque banditi, gli acerrimi nemici (la prima versione della rule 42 era in realtà ancora più restrittiva: un tesserato GAA beccato a disputare questi sport o altri sport rivali veniva radiato). Poi, però, è arrivata la necessità, il dibattito interno, le lacerazioni e la decisione.

  

Le Nazionali di rugby e calcio sarebbero state senza casa per un po’, perché Lansdowne Road, lo stadio dove giocavano le partite interne, andava ricostruito. A questo punto Croke Park doveva aprirsi, allentare le redini. Oppure traslocava lo sport, cosa che peraltro fu presa in considerazione, perché nel dibattito interno alla GAA ci furono divisioni e tensioni, tra chi vedeva scemare le ragioni di una guerra finita (nonostante i sentimenti ancora accesi) e chi pensava che l’identità si preservasse con il diniego. Non era una scelta sportiva, ma politica: veniva chiesto di cancellare il punto più forte di un’idea di indipendenza, che trovava consensi nei repubblicani e nei cattolici.

 

  

La svolta divenne reale il 16 aprile 2005, con la votazione di un emendamento alla rule 42 che diede al Consiglio della GAA il potere di autorizzare l’affitto dello stadio per eventi diversi da quelli riconosciuti dall’associazione, per il periodo necessario alla ricostruzione di Lansdowne Road. Solo 11 voti in più rispetto alla maggioranza qualificata richiesta, 227 favorevoli e 97 contrari.

 

L’altra pagina della storia di Croke Park è quindi quella che vede gli stranieri entrare, con permesso, nel campo da cui erano banditi. Prima Irlanda-Francia, Sei Nazioni di rugby, l’11 febbraio del 2007. Poi il momento in cui la storia decise di manifestarsi attraverso un pallone ovale: il 24 febbraio toccava a Irlanda-Inghilterra. L’ultima volta che degli inglesi erano entrati sul campo di Croke Park lo avevano fatto nel 1920, per sparare su gente inerme e fare una strage. Questa volta erano avversari, sarebbero entrati in campo e si sarebbe sentito il loro inno, il contestato God Save The Queen, peraltro in uno dei pochi sport (oltre al rugby accade nel cricket e nell’hockey su prato) in cui l’Irlanda è un’unica nazione, che comprende le trentadue contee (ventisei della Repubblica, sei dell’Irlanda del Nord) come se non ci fosse mai stata l’occupazione inglese. Fu un tormento, un momento di crisi d’identità: JJ Barrett, scrittore e figlio di Joe, uno degli atleti più premiati della storia della GAA e figura di spicco della guerra d’indipendenza, scrisse al direttore generale dell’associazione perché gli venissero restituite le ventitré medaglie del padre prima della partita. “Non riesco a riconciliare le parole provocatorie di God Save The Queen cantate nello stesso stadio in cui Michael Hogan e altri sono morti per mano dell’esercito della Corona nella Bloody Sunday”.

 

Tranne poche eccezioni si gioca a camogie, hurling, calcio gaelico, strumenti per esaltare l’identità di una comunità

Alla fine si giocò, l’inno inglese fu cantato senza intemperanze, ma l’affermazione dell’identità degli irlandesi fu quando arrivò il momento dei loro due inni (quando gioca la squadra di rugby sono due). La gente del Croker cantò, con tutta la voce che aveva, Amhrán na bhFiann, l’inno nazionale irlandese e, subito dopo, Ireland’s call, la canzone che viene suonata per la nazionale unita. Le facce dei giocatori, inquadrate dalla tv, erano quasi sfigurate dalla partecipazione emotiva, John Hayes, recordman di presenze con la nazionale, era in lacrime. Il resto lo fece lo spirito di una nazione che stava accettando a denti stretti una violazione dei patti con la storia e che, però, voleva far valere il suo senso di rivalsa, per questo, ancora di più. Infatti finì 43-13, ad oggi la sconfitta più pesante dell’Inghilterra nel Sei Nazioni. “Sapevamo l’enormità di quello che stava accadendo – disse il capitano Brian O’Driscoll –, portando il rugby sul sacro terreno di Croke Park. C’era troppo in gioco. Non si trattava solo di sport, ma dell’intero paese”.

 

Toccò poi al calcio, toccò anche a Trapattoni, che a cavallo tra il 2008 e il 2009, a capo della Nazionale irlandese, stava compiendo il miracolo di ottenere la qualificazione al Mondiale in Sudafrica. Giocò pure contro l’Italia di Lippi, pareggiando 2-2, ma soprattutto a Croke Park l’Irlanda perse contro la Francia nell’andata dello spareggio decisivo, quello che poi fu risolto da una giocata di mano di Anelka nella gara di ritorno. Fosse stato più protettivo quello stadio, Trapattoni ne avrebbe fatto un’altra delle sue. Ma non c’erano inglesi da abbattere per una vendetta storica. C’era solo uno stadio eccezionalmente aperto che sembrava bramare per richiudere le porte e che, quando nel 2010 fu di nuovo fruibile Lansdowne Road (che ora si chiama Aviva Stadium), voleva tornare, come previsto dall’emendamento votato, alla vecchia formulazione del divieto per gli sport stranieri. Voleva tornare alla sua storia. Invece nella GAA c’era ancora il partito del dialogo in forze, e vinse: non ci sarebbe stato più uno sbarramento rigido, ma l’ingresso di altri sport sarebbe stato ancora possibile, sempre dopo il pronunciamento del consiglio. Da allora, comunque, non è più accaduto. Perché teoricamente, e per bisogni futuri, si può essere più aperti, considerare la guerra finita perché così è, a parte qualche tensione che ogni tanto torna. Perché la Regina nel 2011 sarà anche andata in visita allo stadio cercando un altro passo verso la conciliazione. Ma quello resta lo stadio della memoria. E quegli altri restano inglesi.

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