cerca

Quella folle sacra passione irlandese per il calcio gaelico

Oltre 80mila persone al Croke Park, un'intera isola che tifa per squadre regionali di dilettanti più famosi di molti calciatori. Così l'Irlanda ha assistito domenica all'ultimo atto della stagione del gaelic football

4 Settembre 2018 alle 16:18

Quella folle sacra passione irlandese per il calcio gaelico

Foto tratta dalla pagina Facebook di ProGolf Ireland

E’ finita nel modo più banale, ma nel calcio gaelico non c’è niente di banale. Il risultato era quello che tutti aspettavano: Dublin batte Tyrone e si porta a casa il quarto titolo consecutivo, "fourth in a row" si dice in Irlanda, dove tifosi e osservatori di questa disciplina si interrogano se qualcosa potrà realmente tenere lontana la capitale da vincere, nei prossimi anni, anche il quinto, sesto o settimo titolo di fila. In ogni sport le dominazioni troppo lunghe non piacciono mai, e a cinque vittorie consecutive, nel calcio gaelico, nessuno è mai arrivato. Nemmeno la popolosa contea di Dublino, che assieme alla più piccola Kerry si è smezzata più di 60 titoli di questa assurda disciplina che vanta un suo campionato dal 1887 e che in Irlanda ha una popolarità senza pari.

 

 

Difficile fare confronti con l’eco che può avere il calcio in Italia, o il basket in America. Il gaelic football è uno degli sport gaelici quasi sacri per l’isola verde, e con l’hurling (che invece si gioca con le mazze) si divide un affetto e un seguito che, da queste parti, nemmeno la Premier League di calcio (che, per non fare confusione, è chiamato “soccer”, all’americana) riesce a scalfire. Discipline letteralmente uniche nel loro genere, non fosse altro perché non contemplano professionismo né mercato, e a un giocatore offrono la possibilità di scendere in campo unicamente con la divisa della propria contea. All’apparenza, il gaelic football sembra un misto tra calcio e rugby, ma ha regole ben definite e un’identità tutta sua, ben riassunta dal caratteristico incedere dei giocatori che, ogni tre passi, devono far rimbalzare il pallone per terra o palleggiare con il piede.

 

Nonostante questa formula all’apparenza amatoriale, a calcio gaelico e a hurling si gioca ovunque in Irlanda: nelle scuole, nei parchi, nei centri sportivi… Tanto a sud quanto a nord del confine. Storicamente era lo sport praticato dai cattolici, diverso dai “garrison sports” calcio e rugby, passioni tipiche degli occupanti inglesi. Contrapposizioni che col tempo sono andate perdendosi, sebbene solo nel 2001 la federazione GAA abbia abolito la “rule 21”, che impediva ad ex membri di polizia o esercito britannico di praticare questi sport. Morale: oggigiorno, quando si gioca la finale di calcio gaelico o hurling, il tempio di Croke Park si riempie anche di 82mila tifosi. E a ribadire il legame strettissimo tra le discipline gaeliche e il Novecento irlandese, c’è pure la storia di questo stadio, dove nel 1920, in piena guerra d’indipendenza, si svolse una terribile rappresaglia dell’esercito britannico, che sparò sulla folla riunita per vedere il match tra Dublino e Tipperary, uccidendo 14 persone. Una delle tribune dell’impianto porta, oggi, il nome di Michael Hogan, giocatore rimasto vittima di quella folle azione armata.

 

Il nome del momento, invece, è quello di Stephen Cluxton, portiere e capitano di Dublino: sguardo di ghiaccio e scarsa propensione alle interviste, negli ultimi otto anni ha alzato per sei volte il trofeo, ma regolarmente è già tornato al suo lavoro abituale, in una scuola della capitale, dove insegna. Brian Fenton, due realizzazioni per lui in finale, fa invece il fisioterapista in un ospedale, mentre Paul Mannion, un altro dei mattatori della sfida di domenica, studia digital innovation alla Ucd. Ragazzi come tutti, che fanno lavori come tutti e hanno vite come tutti. Tranne per un giorno all’anno, quello della finale.

 

Archiviato il torneo 2018, si guarda già al 2019. Chi fermerà quindi il primato di Dublino? Tra tutte le contee ce n’è una con spinta in più: è Mayo, che non alza il trofeo dal 1951, e da allora è come se fosse stata presa da una maledizione. Ben 11 volte, infatti, è arrivata finale, senza mai vincere. La storia racconta del successo di 67 anni fa, delle feste sul pullman per il ritorno a casa, di un funerale interrotto dagli schiamazzi della squadra in un paesino, Foxford, e di un prete che pronuncia una frase che oggi sa di condanna: “Finché sarete tutti in vita, Mayo non vincerà più”. Di quei giocatori ne sono rimasti in vita solo due, che oggi sdrammatizzano e dicono che tutto ciò non è mai successo. Ma intanto una tifosa, pochi giorni fa, ha portato a Papa Francesco una maglia di Mayo da firmare, durante la sua visita all’Irlanda. Come a dire: Santità, ci dia lei una mano.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi