Il Blockhaus era una salita senza nome e senza strada

Entrò nella geografia del Giro d'Italia nel 1967. Nelle cifre ufficiali del Giro del 2026 si calcolano 13,6 km di ascesa e 1.141 metri di dislivello, all’8,4 percento di pendenza media e al 14 percento di pendenza massima

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15 MAY 26
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Foto di Massimo De Santis per Getty Images

Era una salita senza nome. Era una salita senza strada. Ma era una salita. Un serpente sterrato che dal mare si arrampicava su una montagna inesplorata se non da fiori e greggi, abitata sempre dal vento, d’inverno dalla neve. Vincenzo Torriani, che moriva dalla voglia di inventarsi ogni volta, ogni anno, ogni Giro, un traguardo diverso (“Deve probabilmente discendere – scrisse Bruno Raschi – da una fierissima stirpe di esploratori”), chiese una salita, anche senza nome, anche senza strada, al suo referente abruzzese, don Carlo Travaglini, già podestà di Chieti, quindi presidente della Famiglia abruzzese a Roma. E Travaglini gli indicò quella guglia della Maiella, con certezza territoriale e approssimazione chilometrica. La storia avrebbe dato ragione a patron Torriani (e anche a don Travaglini).
Blockhaus (tutto attaccato). La casa del blocco (letteralmente) era un fortino tedesco da cui fermare e colpire (non necessariamente in questo ordine) i briganti della banda Maiella. Del fortino, ottocentesco, di legno, le pareti di legno, la base di pietra, rimane poco o niente. Invece rimangono le storie del ciclismo.
La prima storia, anno 1967, dodicesima tappa (più tappona che tappaccia), la Caserta-Blockhaus di 220 km, imponeva le salite del Macerone, di Rionero Sannitico e di Roccaraso prima di inoltrarsi nella Bocca di Valle e affrontare l’ignoto Blockhaus da Pretoro per Passo Lanciano, il versante è quello di Roccamorice, e sconfinare oltre i 2mila metri sulla mappa disegnata a mano da Cesare Sangalli. Dalle immagini televisive si intuisce che non si arrivò a quella quota, ma più in basso, ai 1888 metri del Rifugio Bruno Pomilio, gestito dal Cai, sulla cresta della Maielletta. Nelle cifre ufficiali del Giro del 2026 si calcolano 13,6 km di ascesa e 1.141 metri di dislivello, all’8,4 percento di pendenza media e al 14 percento di pendenza massima. Ma considerando il punto più basso della tappa nel 1967, tra Casola e Laroma, i km in salita erano più di 30.
Quel debutto fu col botto. A una sessantina di km dal traguardo scappò Vito Taccone. Il Camoscio sentiva aria di casa, terra e gente, mare e pietre, molta miseria e poca nobiltà. Ma la sua fame era meno rabbiosa, le sue gambe meno ribelli, e a 13 km dallo striscione fu inghiottito dal gruppetto dei primi in classifica. Tra Anquetil che controllava e Gimondi che soffriva, scattarono Zilioli e Schiavon. All’ultimo km decollò Eddy Merckx. Nessuno se lo aspettava. Aveva 22 anni, correva il suo primo Giro, indossava la maglia della Peugeot, era considerato un velocista, roba da Milano-Sanremo (ne aveva già vinte due). Merckx non era ancora il Cannibale, ma aveva già una voracità formidabile. Recuperò Schiavon, sorpassò Zilioli, scoprì sé stesso. Perez Frances, spagnolo, salvò la maglia rosa. Il Giro sarebbe poi stato conquistato – la prima delle tre rose – da Gimondi.
Quest’anno il Giro d’Italia affronta il Blockhaus nella settima tappa, la Formia-Blockhaus di 244 km, la più lunga. Cercasi campione. “Il grande campione – scriveva Gian Paolo Ormezzano sulla “Stampa” – è come il grande attore: si va a vedere come recita, non cosa recita, e men che mai si va a vedere se recita”.
   
(fine della seconda puntata – continua)