Panatta è diventato l’argine ideale contro la rivolta di chi giudica snob il tennis

Il venerato predecessore di Sinner, che ha il talento del giocare giocoso nel ruolo pubblico, è un antidoto sicuro al declinismo di reputazione che gli eleganti si augurano scenda come una cappa di oblio sui campi da tennis

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19 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 11:06 AM
Immagine di Panatta è diventato l’argine ideale contro la rivolta di chi giudica snob il tennis

Foto Ansa

Si sente nell’aria qualche sintomo di una rivolta degli eleganti contro lo snobismo del tennis inteso come nuova mania nazionale. Fra un poco, complice anche la nostalgia canaglia di un calcio italiano in tragica immersione nell’arena internazionale, qualcuno lascerà cadere il giudizio del disdoro chic sugli eroi dello slice, del dritto e del rovescio: “Il tennis ha rotto”. Non è lontano il tempo del ritorno all’apologia del football o soccer o calcio con le sue emozioni da contatto fisico, piene di vita e di imbrogli, uno sport che si gioca sotto la pioggia e la neve, nato nei campi dell’inzaccheramento da pozzanghera e destinato alla leggenda dell’autentico e del popolare. Ne è responsabile, di questo fenomeno, in parte il lessico tennistico medio, che non è quello di Paolo Bertolucci, di Elena Pero, di Ivan Ljubicic o di Stefano Meloccaro, mediatori perfetti, con molti altri, del campo della gloria, e icone sorridenti della chiacchiera tennistica televisiva qui da noi. Quando non si gioca la finale di un torneo, ma “si vola in finale”, quando con troppa frequenza “si fa la storia”, la reazione è poi scontata. Si perde la dimensione astratta, geometrica, individualistica del tennis, e si diluisce nel chiacchiericcio di conio farlocco la sua emozionante riconduzione alla spettacolare progressione del punteggio, che non fa mai conto pari né lunga corsa di campionato, riducendosi a in e out, e a una quantità di statistiche dei record ottenuti dai campioni. Contribuisce il “tennisenglish”, lingua speciale forgiata nelle accademie e nel circuito Atp, parlata con agio malfermo dai simpaticissimi tennisti spagnoli o argentini, primo fra tutti Carlos Alcaraz fissato con l’antagonista Giannik e intrappolato spesso nell’angusto e sorridente vocabolario “anglospanish” di El Palmar (Murcia). C’è però un antidoto: Adriano Panatta. 
Invecchiato divinamente, sempre più bello e ormai privo di qualunque grossolanità legata alla dolce ala della giovinezza, Panatta parla e scrive come tutti vorremmo, con ironia e senza il minimo sussiego, in modo lineare, logico e competente, non c’è da spostare una virgola. Amministra i suoi primati d’antan, nell’epoca in cui finiscono in archivio, e che archivio, con una saggezza che non ha alcunché di snobistico, impermeabile alla critica degli eleganti perché egli stesso supremamente elegante. Elegante nello sguardo, nel linguaggio del corpo e degli aggettivi, nella sintassi del successo che è stato (1976, figuriamoci), nel carattere scettico e sfumato della sua memoria dei fatti, in questa sua idea formalmente perfetta che le emozioni della vittoria a palline durano tre secondi, non di più, altro che fare la storia, un’attività troppo ingombrante per essere presa troppo sul serio da un serio sportivo. Il venerato o augusto predecessore di Sinner, che per parte sua ha una eleganza fredda, un tennis nato perfino un po’ monotono nella sua belluina efficacia, una magnifica introversione e concentrazione, il suo celebrato spirito glaciale, Panatta, si diceva, ha il talento del giocare giocoso nel ruolo pubblico, una qualità romana che sovrappone alla fine, quando si diventa maturi, lo stile assoluto alla caciara e alla pipinara. Non è poco, anzi è moltissimo, ed è appunto un antidoto sicuro al declinismo di reputazione che gli eleganti si augurano scenda come una cappa di oblio sui campi da tennis, con il loro trionfo di magliette mutande calzini bottigliette banane bibite racchette e racchettoni, e quell’incongrua richiesta di silenzio al momento della battuta e durante lo scambio, quando l’ordalia del boato da stadio fa fremere la comunità del gooooool, che per il pop del football vale più di qualsiasi punto.