Prendere spunto da Joyce e Yeats per battere l'Irlanda

Agli Europei francesi le due nazionali si affrontano in una gara che per gli Azzurri non ha nulla da dire. Ma non sarà una passeggiata: italiani e irlandesi, cominciarono a darsele, tra le strade e i fronti del porto di New York, già agli albori del Novecento. E quasi mai calcisticamente. Nonostante un grande amore reciproco.

22 Giugno 2016 alle 15:46

Prendere spunto da Joyce e Yeats per battere l'Irlanda

Foto LaPresse

All'assedio della porta irlandese, sull'erba di Lilla, Antonio Conte ha deciso di mandare Simone Zaza e Ciro Immobile. La "coppia ignorante" (così l'ha definita Ciro). I terroni di due sud complementari: quello lucano, compìto ma brigante e quello campano, vulcanico e bufalaro ma fedele. Nel 2009, Richard Lynn, docente emerito di psicologia all'università dell'Ulster a Coleraine, nell'Irlanda del Nord, tirò fuori dal cilindro il suo studio sull'intelligenza, nel quale sosteneva che gli italiani meridionali fossero meno intelligenti per via della "mescolanza genetica con popolazioni del Medio Oriente e del Nord Africa".

 

Italiani (terroni soprattutto) e irlandesi (non importa di quale Irlanda, se inglese o irlandese, del Nord o Repubblica), cominciarono a darsele di santa ragione, tra le strade e i fronti del porto di New York, già agli albori del Novecento: loro erano già establishment (controllavano sicurezza e cattolici) quando noi, affamati, afasici e smarriti, arrivammo. Marchiandoci con l'equazione "italiano uguale mafia", ci tennero alla larga da tutto, finché Joe Petrosino, terrone di Padula (Salerno), pur vessato e screditato, non riuscì a scalare gli alti vertici della polizia newyorchese, in seno alla quale sventò una parte consistente delle infiltrazioni mafiose della città. Fu assassinato nel 1909: pare stesse preparando un colpo letale alla Mano Nera, la cosca più potente della città, la stessa che diede il primo lasciapassare ad Al Capone (anche lui di sangue salernitano) a Chicago, a un anno dal matrimonio di lui con Mae Coughin, una fanciulla, pensate un po’, irlandese. Simone Zaza ha imparato a giocare a calcio sui campetti sgangherati di Bernalda, il paese lucano da cui la famiglia di Francis Ford Coppola, il regista che con "Il Padrino" ha raccontato al mondo la mafia italo-americana, partì alla volta degli Stati Uniti.

 

Ma il cinema non fa per gli irlandesi: loro, per sognare, preferiscono ricorrere a Guinness e folletti. James Joyce s'innamorò del cinema in Italia, a Trieste, dove si era trasferito agli inizi del Novecento, quando la città pullulava di sale cinematografiche (ne aprirono ben 35 solo dal 1905 al 1918). Propose, allora, a tre imprenditori triestini di investire a Dublino, nel primo cinema della città: nacque così, nel 1909, il Cinema Volta, al 45 di Mary Street, con la direzione artistica di Joyce e i soldi di Antonio Machnich, Giuseppe Caris e Giovanni Rebez. Agli irlandesi, però, il cinema proprio non interessava: l'impresa naufragò dopo solo un anno, il Volta cambiò gestione, perdendo gloria e smalto, ma intanto una lacuna era stata riempita. Verosimilmente ignaro della goffa relazione tra settima arte e Irlanda, ma volendo forse anche lui ficcarsi nel solco delle fiammeggianti relazioni tra terroni e irlandesi, Giuliano Sangiorgi (di Nardò, Lecce), chiamato ad impreziosire il perdibile film "Cemento armato", scelse, nel 2007, di duettare nella sua "Senza fiato" con Dolores O' Riordan (nata a Limerick, che in gaelico significa "palude deserta”) dei Cranberries, il gargoyle canterino appiccicato a Zombie come Sinead O' Connor agli psicofarmaci.

 

Ne venne fuori “Senza fiato”, un impiastro in cui lei urlava e gemeva insensatamente, come sempre dilaniata da una strage bosniaca interiore: per l'Italia tanto bastò per insignire il duo del David di Donatello.

 

 

Nel 1928, il poeta Yeats scrisse a Lady Gregory, da Rapallo (piena terronia) - dove si era trasferito per rimettere in sesto i suoi polmoni: "Qui posso liberarmi dell'asprezza delle diatribe irlandesi e scrivere i miei versi più amabili".

 

Nel 2014, Bono Vox scrisse a Matteo Renzi: "Siamo orgogliosi di vedere che il nostro Paese preferito ha la leadership che si merita". Gli irlandesi preferiscono l'Italia perché hanno bisogno di licenze sornione e stacchi dalla loro litigiosa, scalmanata inquietudine.

 

Per vincere a Lilla, allora, potrebbe essere sufficiente ipnotizzarli – tanto in attacco ci sono i terroni dello stesso sud di “Sud e magia” di Ernesto De Martino. "Il mondo è pieno di irlandesi o di persone che vorrebbero esserlo" dice Scrap a Frankie (lettore appassionato di Yeats) in "Million dollar baby". Il mondo, forse, ma non l'Italia. 

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