cerca

A Wimbledon tra Federer e Djokovic il tennis si è trasformato in qualcos'altro

Il serbo ha vinto una delle partite migliori di sempre, ma non per lo svizzero. Il paradosso di Roger: il più forte tennista di tutti i tempi è anche il più perdente della sua generazione

15 Luglio 2019 alle 12:36

“Proverò a dimenticare”. Ha detto così Roger Federer subito dopo aver perso la finale di Wimbledon, un’altra finale contro Novak Djokovic, il numero uno del mondo che si è riconfermato il campione dell’erba. “Cercherò di portarmi fuori da qui soltanto i momenti belli, che sono tantissimi”. Non ci riuscirà: è stata una delle partite migliori di sempre, ma non per  lui, che è uscito dal centrale un’altra volta sconfitto. Come nel 2008, nel 2014 e nel 2015. Soltanto Jimmy Connors e Boris Becker hanno perso tanto quanto lui in finale a Wimbledon. 

 

Le magie che è stato capace di fare non sono una consolazione, e nemmeno l’applauso del pubblico che gli ricorda che è lui il più grande di sempre. Ha vinto 218 punti, quindici in più rispetto al suo avversario, non contano niente. Alla fine, dopo un pomeriggio di lacrime e sangue e sudore, rimangono impresse soltanto le occasioni sprecate, i due match point gettati via. Proverà a dimenticare. Già, ma come si fa?

 

È stata una finale da cuore in gola, la più lunga della storia di Church Road, quattro ore e cinquantacinque minuti, la prima decisa dal tie break del quinto set. Quasi cinque ore tutte passate a trattenere il respiro: magie e contro magie, azioni e reazioni a successi alterni. Non sono il numero uno e il numero due del tabellone per caso. Sembrano capaci di tutto: diritti colpiti ad occhi chiusi che rimangono inspiegabilmente dentro il campo, servizi e risposte vincenti, rovesci al veleno, l’orlo del baratro guardato da vicino e ricacciato subito indietro. Gli occhi spiritati di Djokovic dall’inizio alla fine, il polso di Federer ostinato nel bene e nel male, anche negli errori. 

 

Il quinto set è una questione per masochisti. C’è da sperare che i due non si accorgano di ciò che stanno facendo dentro al campo. A cosa stanno giocando? Cos’è se non è un gioco al massacro? Mirka Vavrincec, la moglie dello svizzero si uccide le mani, le unisce come se volesse pregare; Dijana Djokovic, la mamma di Nole, stringe il crocifisso che ha attaccato al collo. Non è una questione religiosa, ma ci siamo quasi. 

  

Al quinto set, sull’uno pari, Federer, costretto a servire per salvare una palla break sul 30-40, trova la forza e l’incoscienza per tirare un rovescio longilinea che sfiora i 150 chilometri orari. Da quel momento in poi, dopo quattro ore di tattica, il tennis diventa qualcos'altro: istinto, violenza e rabbia: “Bastava un colpo, uno soltanto”, ha detto Federer alla fine. Lo svizzero ha perso tutti e tre i tie break della finale, nel primo, nel terzo e nel quinto set. Nel tredicesimo game della partita iniziale era in vantaggio 5 a 3 e ancora una volta ha sprecato due occasioni per portarsi in vantaggio di un set. “Quando succede bisogna incassare il colpo e la delusione e andare avanti”. Lui l’ha fatto, è ripartito da zero, ha costruito e subito dopo distrutto. “Bastava un colpo”, quanto tempo ci vorrà prima che quei match point smettano di tormentarlo? 

 

Djokovic non trema, Federer sì. Sono passati undici anni dalla storica finale del 2008, la sua prima delusione a Wimbledon, contro Rafa Nadal. Quella volta, lo svizzero aveva salvato tre match point prima di cedere il suo regno allo spagnolo. Anche quell’anno disse che avrebbe provato a dimenticare, quella volta ci riuscì e nel 2009 è tornato vincitore. In carriera Roger Federer ha vinto venti titoli del Grande Slam, otto volte Wimbledon. Ma è anche stato sconfitto, e tante volte; in totale undici finali dello Slam perse, quasi tutte (tranne gli US Open del 2009 contro Del Potro) contro Djokovic e Nadal. 

 

 

I suoi due avversari di sempre hanno entrambi un record positivo contro di lui negli scontri diretti: 24 a 16 per lo spagnolo, 26 a 22 per il serbo. Il più forte tennista di tutti i tempi è anche il più perdente della sua generazione

 

A proposito della finale del 2008, che ricorda ancora a memoria, Federer ha detto: “L’unica somiglianza che vedo tra questa finale e quella è che entrambe le volte io sono uscito dal campo sconfitto”. Ancora una volta.

Giorgia Mecca

E’ nata a Torino il 6 novembre 1989. La prima volta che ha visto la capitale, nel 2010, ha deciso  che quello sarebbe stato un buon posto in cui fermarsi. Ha studiato lettere alla Sapienza, prima antiche e poi moderne. Adesso vive tra Roma e Torino, rimpiangendole entrambe. Legge molti libri, alcuni li recensisce per il Foglio. Quando non è in treno, gioca a tennis e si diverte moltissimo.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi