L'equilibrio che serve per raggiungere la gloria

Giorgio Burreddu

La bellezza crudele del tennis raccontata da Francesca Bentivoglio, predestinata che un giorno disse no

Basta un attimo per cambiarsi la vita. Tsitsipas la sua se l’è cambiata un anno fa battendo Federer in Australia. “Un evento che ha stravolto tutto”, ha ammesso. Ne sa qualcosa pure la piccolina del circuito Cori Gauff, a quindici anni costretta a sopportare il peso della fama dopo aver battuto di nuovo Venus Williams. Sono il paradigma del domani, gli Open d’Australia. Dovevano esserlo anche per il tennis italiano, per l’eleganza di Sinner e la caparbietà di Berrettini: quelli che la vita se la stanno cambiando un colpo alla volta, una pallina alla volta. Vinceranno gli Slam, ha detto McEnroe. Non a questo giro. D’altra parte ci vuole un equilibrio perfetto perché la sport ti conduca alla gloria. Il talento non basta e l’età non ti aiuta.

  

Francesca Bentivoglio aveva 18 anni quando decise di chiudere col tennis e inventarsi un’altra vita. Aveva vinto i tornei nazionali, giocato in Fed Cup, agli Us Open, al Roland Garros, giocato una finale a Bastad, i quarti a San Marino. Era la numero 3 d’Italia, la numero 70 del mondo. “La mia vita era quella – racconta al Foglio Sportivo – già negli under mi sentito una predestinata, sentivo che avrei fatto qualcosa di speciale”. In cameretta aveva il poster di Del Piero e quello di Kevin Costner. E poi c’era il pensiero fisso di Steffi. “Era la Graf il mio idolo. Una volta la incontrai dentro lo spogliatoio, si era appena fatta la doccia ed era avvolta in un telo. “Ciao”, mi disse. “Ciao”, risposi. Dentro di me pensavo: “Oddio, la Graf mi ha salutato”. Solo i più bravi andavano a scuola da Nick Bollettieri negli States, Francesca ce la accompagnò il suo papà, rimasero lì un mese, c’erano Sampras e Courier, “ragazzi semplici, puliti”. Erano anni in cui il tennis aveva una dimensione artigianale, “non c’erano tutti gli staff di oggi, al massimo andavi via con la Federazione. Agli Internazionali mi accompagnò mio fratello, poi siccome andavo avanti mi raggiunse il mio maestro”. Era il 1993, Francesca aveva vinto gli Us Open juniores e nelle sere di maggio illuminava il Foro Italico battendo la Novotna (numero 9 del mondo quell’anno) e la Zvereva, in un match che durò fino a mezzanotte. Ai quarti, dopo cinque giorni di gare consecutive, crollò contro Gabriela Sabatini. “Forse tra i primi venti ci sarei potuta arrivare”. E invece no.

  

Un giorno, tornando da un torneo, Francesca cominciò a sentire qualcosa che le cresceva dentro. Cercava un punto nel vuoto, un appiglio. Non voleva scendere, voleva resistere. “Ero in volo. Avevo perso un torneo, non ricordo quale, ma ero triste, pensavo alle parole di mia madre, che con me non era mai stata positiva. Le sconfitte erano un modo per mettermi davanti a un fatto, a quello che lei voleva per me”. C’era sempre qualcos’altro: la dimensione più comoda, il futuro troppo incerto, la scuola. “I miei spingevano per gli studi, io mi abbassavo, ero succube, i genitori li pensi come oracoli. A scuola ero brava, al liceo sono uscita col 55. Lezioni al mattino, il pomeriggio avevo allenamenti, poi si andava in giro per tornei: era durissima”. Ma i successi non bastavano, le sconfitte erano sempre troppo grandi da portare a casa. “Il tennis è uno sport così, estremo. Mi ricordo gli sbalzi: vinci e vai su su su, perdi e vai sott’acqua. Con gli anni trovi la maturità, l’equilibrio. Molti italiani vengono fuori a trent’anni perché imparano a gestire le cose in modo diverso più tardi. Capisci come affrontare la tensione, la pressione”.

   

Papà faceva il medico, era la mamma che stava dietro a Francesca e a suo fratello Cristian. È un “Open” al contrario quella della Bentivoglio, Agassi aveva un padre che lo tormentava di tennis, Francesca invece una mamma che insisteva per farle scegliere una strada diversa. “Dovrei essere arrabbiata, ma lei è fatta così, non la possiamo cambiare. Le persone attorno hanno detto poco o nulla”. Tranne uno: Davide Landi, il suo preparatore atletico. Vediamoci al mare, le disse un giorno Davide, e faceva caldo, era estate, e c’era il rumore delle onde. “Ma sei sicura? mi disse, tu non sei un talento italiano, sei un talento mondiale”. E Francesca guardava oltre, cercava un appiglio, un modo per resistere. Poco dopo lasciò il tennis per l’università. “Ho partecipato al campionato nazionale a squadre, poi stop. I primi due anni sono stati durissimi, ero come in una bolla, mi chiedevo dove fossi. Volevo fare Scienze dell’Educazione, ma i miei preferivano Economia perché si trovava lavoro, dicevano. Io però volevo insegnare”.

 

Il lavoro lo trovò subito. Per un gruppo bancario, tra numeri e scartoffie. “Undici anni, poi basta: mi sono licenziata”. Dal destino non puoi scappare. “Un giorno una mia amica mi telefona: “Ehi Frenci, qui cercano gente per il tennis, vieni?”. Lavorava lì come segretaria, sapeva la mia storia. Ho detto ok, vengo. Pensavo che nessuno si ricordasse di me”. Invece dopo una settimana quelli della Fit la cercano. Oggi Francesca insegna tennis ai ragazzini del circolo di Ravenna. “Non avevo più giocato. Riprendere in mano la racchetta non mi ha fatto effetto, avevo già superato la cosa. Il tennis mi piace, la passione è rimasta. Ai ragazzi dico: divertimento, prima cosa. Guarda Sinner, è uno che si diverte. Ha il sorriso, e quello conta”. A 42 anni Francesca ha capito molto di sé, e molto ancora sta scoprendo. “Mi fa paura l’incertezza. Bisogna sempre avere qualche obiettivo e lottare per raggiungerlo. Prima ero fatalista, adesso credo che il ripetersi di certi ostacoli sia determinato da persone, avvenimenti o tuoi errori. Non è il destino. La vita è in evoluzione, cambia sempre. Io non ho rimpianti e negli ultimi anni ho smesso di rifare gli stessi errori. Cerco solo di volermi un po’ più bene”.

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