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Gli internazionali di Roma e la crudele bellezza del tennis

Andare agli Internazionali Bnl d’Italia nel giorno più bello di sempre, quello in cui Federer e Nadal giocano due volte. Il boato dopo il tie break, l’importanza di esserci e vedere cosa succede

19 Maggio 2019 alle 06:00

Gli internazionali di Roma e la crudele bellezza del tennis

Foto di Piero Vietti

Quando, alle 20.08 di giovedì, un boato ha attraversato tutto il Foro Italico, e partendo dalla Grand Stand Arena ha raggiunto il Centrale, anche Rafa Nadal si è fermato. Il tennista spagnolo, numero 2 al mondo, stava prendendo a pallate il georgiano Nikoloz Basilashvili, e quando il boato lo ha raggiunto ha aspettato qualche secondo prima di servire. Il pubblico sugli spalti sapeva cosa era appena successo sull’altro campo, laggiù, e ha iniziato ad applaudire, esultare, urlare di gioia. E poi, subito, ha iniziato a incitare Nadal come non aveva ancora fatto. Sull’altro campo Roger Federer aveva appena battuto in rimonta Borna Coric, con un finale che soltanto un gioco crudele come il tennis poteva regalare: due match point nel giro di pochi secondi, prima per Coric e poi per Federer.

 

 

Sono poche le persone che potranno raccontare di avere visto giocare e vincere Roger Federer due volte nello stesso giorno (ma anche Rafa Nadal e Novak Djokovic). È successo giovedì agli Internazionali di Roma, in quella che è stata forse la più incredibile giornata di tennis degli ultimi anni. Per una volta bisogna ringraziare il brutto tempo, che ha costretto l’organizzazione a rimandare gran parte del programma del mercoledì, trasformando il giovedì in un’orgia di partite imperdibili. Doppio turno per i più grandi, roba che succede al massimo nei tornei under 14. “Pure troppo”, scherza Filippo Volandri, ex tennista italiano e oggi direttore tecnico del centro federale di Tirrenia e commentatore su Sky Sport.

 

Agli Internazionali Volandri ci ha giocato, e sa che “per il pubblico è uno dei posti migliori in assoluto per godersi il tennis, stare a contatto con i giocatori e seguire più partite”. Filippo racconta orgoglioso di come il tennis italiano stia tornando grande, mentre dal campo Pietrangeli arrivano le urla e i boati di chi sta seguendo la sfida tra Fabio Fognini e Radu Albot. Dallo studio rialzato di Sky al Foro Italico non si vedono i due tennisti, ma le migliaia di persone che affollano il rettangolo di terra rossa. Volandri racconta di come la Federazione adesso è impegnata a far crescere i giovani di cui tutti parlano negli ultimi mesi, da Cecchinato a Sinner passando per Berrettini e Musetti. Gira molto, Filippo, va a vedere i ragazzi che gli segnalano, fa in modo che si spostino a Tirrenia o continuino a crescere nelle accademie private grazie ai fondi della Fit. “Adesso stiamo già lavorando alla prossima generazione, perché non ci sia un buco dopo questi”. Nel frattempo però Cecchinato, Berrettini e Sinner escono, Fognini invece recupera e vince (ma perderà la partita serale contro Tsitsipas). Poco prima ho provato ad affacciarmi sul campo in cui gioca Fogna: impossibile seguire la partita o vedere alcunché. Rinuncio, eppure sono moltissime le persone nella mia stessa condizione che resistono: in fondo non conta vedere qualcosa, conta soprattutto esserci. Basta il passaparola. Prima o poi qualcosa di memorabile succederà. In effetti qualcosa accade poco più in là, con Kyrgios che lancia una sedia in campo e se ne va. Si sentono i fischi da lontano, parte il coro “scemo, scemo”, chi non ha visto cerca di capire, chiede ai passanti, ognuno ha la sua versione. Ma è già tempo di andare a vedere che succede su un altro campo.

 

In verità, siamo tutti in attesa, in questo Foro Italico brulicante di persone arrivate da tutta Italia e tutto il mondo. Ed è proprio l’attesa la condizione d’animo che l’appassionato di tennis si trova a vivere perennemente. Dopo quella per la fine della pioggia, mercoledì, ci sono tutte le altre. C’è l’attesa per la partita dopo, che non ha mai orario se non un vago “a seguire”, al massimo un ottimistico “non prima delle…”. Si attende il cambio campo per potere entrare sugli spalti – è vietatissimo muoversi mentre sulla terra rossa si gioca. Si attende che passi qualcuno, appoggiati alle transenne di fronte al campo Centrale. C’è sempre qualcuno che sta per uscire. È bello guardare le facce di chi attende, tutte tese a scorgere l’arrivo di figure che promettono qualcosa – magari esce Nadal, o Djokovic, oppure la Osaka, la Halep, male che vada Del Potro o la Bertens. Chi attende vuole essere il primo a riconoscere l’atleta famoso per farsi fare un autografo sulle palline da tennis giganti che vendono in quasi tutti gli stand del Foro Italico. Quando finalmente dalla pancia dello stadio esce qualcuno, è tutto un “please!” per richiamare l’attenzione. Si spera di essere preferiti, si raccolgono autografi che a fine giornata si fa fatica a riconoscere. Già, perché persino i più appassionati qualche volta tentennano, non li riconoscono tutti. Su uno dei campi d’allenamento c’è un ragazzone alto che prova il servizio: “Lo conosci questo?”, chiede uno che passa all’amico, evidentemente l’esperto dei due. “Ah sì, certo, come è già che si chiama…”, bluffa per non dire di non averlo riconosciuto – hanno facce così comuni i tennisti. Quando scendo negli spogliatoi del Centrale per vedere il touch screen dello Sky Sport Tech, dove Volandri ferma chi ha appena vinto per commentare gesti e colpi della partita, c’è chi mi guarda con invidia. Il vero regno dell’attesa è là sotto. I giocatori aspettano il proprio turno passeggiando, riscaldandosi in una piccola palestra in fondo a uno stretto corridoio. Sembra di essere dietro alle quinte di un teatro: accanto alla porta che fa entrare sul campo c’è una rete buttata lì, persone che si muovono in silenzio, racchette che vengono incordate per suonare meglio le palline in partita. Quando riemergo in superficie sento su di me gli occhi di chi aspetta alle transenne. C’è, elegantissimo, Stefano Meloccaro, che racconta gli Internazionali su Sky Sport in questi giorni, ed è circondato da persone che gli chiedono una foto insieme. Arrivare vivi alla fine di una giornata come quella di giovedì è un’impresa per chi trasmette le partite in televisione: grandi match in contemporanea, orari sballati, telecronache che si sovrappongono, l’attesa – anche qui – di capire quando andare in onda per dire come stanno andando le partite.

 


Illustrazione di Federico Appel


  

In effetti qualcosa accade poco più in là, con Kyrgios che lancia una sedia in campo e se ne va. Si sentono i fischi da lontano, parte il coro “scemo, scemo”, chi non ha visto cerca di capire, chiede ai passanti, ognuno ha la sua versione. Ma è già tempo di andare a vedere che succede su un altro campo. In verità, siamo tutti in attesa, in questo Foro Italico brulicante di persone arrivate da tutta Italia e tutto il mondo. Ed è proprio l’attesa la condizione d’animo che l’appassionato di tennis si trova a vivere perennemente. Dopo quella per la fine della pioggia, mercoledì, ci sono tutte le altre. C’è l’attesa per la partita dopo, che non ha mai orario se non un vago “a seguire”, al massimo un ottimistico “non prima delle…”. Si attende il cambio campo per potere entrare sugli spalti – è vietatissimo muoversi mentre sulla terra rossa si gioca. Si attende che passi qualcuno, appoggiati alle transenne di fronte al campo Centrale. C’è sempre qualcuno che sta per uscire. È bello guardare le facce di chi attende, tutte tese a scorgere l’arrivo di figure che promettono qualcosa – magari esce Nadal, o Djokovic, oppure la Osaka, la Halep, male che vada Del Potro o la Bertens. Chi attende vuole essere il primo a riconoscere l’atleta famoso per farsi fare un autografo sulle palline da tennis giganti che vendono in quasi tutti gli stand del Foro Italico. Quando finalmente dalla pancia dello stadio esce qualcuno, è tutto un “please!” per richiamare l’attenzione. Si spera di essere preferiti, si raccolgono autografi che a fine giornata si fa fatica a riconoscere. Già, perché persino i più appassionati qualche volta tentennano, non li riconoscono tutti. Su uno dei campi d’allenamento c’è un ragazzone alto che prova il servizio: “Lo conosci questo?”, chiede uno che passa all’amico, evidentemente l’esperto dei due. “Ah sì, certo, come è già che si chiama…”, bluffa per non dire di non averlo riconosciuto – hanno facce così comuni i tennisti. Quando scendo negli spogliatoi del Centrale per vedere il touch screen dello Sky Sport Tech, dove Volandri ferma chi ha appena vinto per commentare gesti e colpi della partita, c’è chi mi guarda con invidia. Il vero regno dell’attesa è là sotto. I giocatori aspettano il proprio turno passeggiando, riscaldandosi in una piccola palestra in fondo a uno stretto corridoio. Sembra di essere dietro alle quinte di un teatro: accanto alla porta che fa entrare sul campo c’è una rete buttata lì, persone che si muovono in silenzio, racchette che vengono incordate per suonare meglio le palline in partita. Quando riemergo in superficie sento su di me gli occhi di chi aspetta alle transenne. C’è, elegantissimo, Stefano Meloccaro, che racconta gli Internazionali su Sky Sport in questi giorni, ed è circondato da persone che gli chiedono una foto insieme. Arrivare vivi alla fine di una giornata come quella di giovedì è un’impresa per chi trasmette le partite in televisione: grandi match in contemporanea, orari sballati, telecronache che si sovrappongono, l’attesa – anche qui – di capire quando andare in onda per dire come stanno andando le partite.

 

In tarda mattinata ho visto giocare Federer dal vivo per la prima volta in vita mia. Non sono il solo, si capisce da come tanti, appena inizia a giocare, prendono il telefono per dirlo a qualcuno. Anche se la sfida con Sousa non è di cartello, si percepisce l’atmosfera da evento irripetibile. Potrebbe essere l’ultima volta di Re Roger a Roma, ed ecco che ogni suo colpo diventa imperdibile e definitivo. Vorresti dire a tutti che stai assistendo a qualcosa di unico. Cosa spinge la gente ad aspettare il silenzio prima di un servizio per urlare “Come on Roger!”? È la bellissima illusione di potere essere decisivi con il proprio sprone, la voglia incontenibile di dire a tutti “ehi, ci sono anche io”? Non frequentando il circuito tennistico internazionale non so dire se il pubblico “romano” sia più indisciplinato di altri, come sostiene qualcuno, so che è caldo, rapito, innamorato, certamente un po’ caciarone. Quando Federer scende di nuovo in campo al pomeriggio, la Grand Stand Arena è un formicaio di gente che entra ed esce, tanto che l’arbitro a un certo punto se la prende con una hostess: “Chiudi, per favore, non si può giocare così!”, ma lei non può fare altro che allargare le braccia: la gente ha “sfondato” e si riversa sugli spalti, si siede un po’ dove capita, non può mancare alla seconda di Roger in un giorno. “Pronto? Me senti?”, urla uno accanto a me al telefono mentre Federer sta perdendo malamente il primo set contro Coric.

 

Nel tennis il pubblico fa parte di quel grande equilibrio in cui anche un colpo di tosse, un alito di vento, un riflesso strano possono decidere il risultato. Quando i tennisti giocano sono musicisti, hanno bisogno del silenzio. “Che se mette a fa’ er pallettaro?”, dice a voce alta un altro, dopo che il più grande giocatore di tutti i tempi ha mandato di là dalla rete due palle non troppo tese. Spero che Federer lo senta, e che nella sua grandezza chieda al Padre di perdonarlo perché non sa quello che dice. Nel secondo set Roger rimonta, il terzo lo gioca contendendo palmo a palmo il terreno all’avversario. La gente ha smesso di parlare, trema e capisce di essere di fronte a una partita da raccontare – per tutto il giorno, girando tra la folla, la frase che si sentiva ripetere di più era “il passante di Federer”, un gesto già mitologico che divideva le persone: da una parte chi lo aveva visto dal vivo, i salvati, dall’altra chi se lo era perso per sempre, i dannati. Il tie break vinto 9-7 al terzo set faceva esplodere i fortunati presenti nell’arena, raggiungeva il campo in cui giocava Nadal e faceva esultare tutti. A quel punto si poteva ricominciare a tifare Rafa con tutte le forze, sperando contro ogni speranza che prima o poi quei due si incontrino di nuovo. L’attesa della fine era di nuovo rimandata. Fino a venerdì, però, quando Roger ha annunciato il ritiro dal torneo per problemi fisici. Dopo avere fatto sprofondare l’ottimo Coric e il bravo Basilashvili nella bolgia dei dimenticati, la crudeltà del tennis ci ha sottratto il più grande, ma solo dopo avercelo regalato con sovrabbondanza. In attesa della prossima volta.

Piero Vietti

Piero Vietti

Nato a Torino nel 1981. Caporedattore, ha seguito e segue lo sviluppo digitale del Foglio, in cui lavora dal 2007. Ha un passato teatrale e radiofonico e un presente intenso. Per il futuro si sta organizzando con la necessaria ironia. Sposato, ha tre figli. Cuore granata.

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