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In difesa di Djokovic, il dio del tennis che perde anche quando vince

Quella di Wimbledon è stata una finale perfetta, ma il pubblico voleva un altro risultato

16 Luglio 2019 alle 06:14

In difesa di Djokovic, il dio del tennis che perde anche quando vince

foto LaPresse

C’era anche lui sul Centrale dell’All England Club. E non era un intruso, ma il vincitore. Novak Djokovic, a trentadue anni, ha conquistato per la quinta volta il torneo di Wimbledon, vincendo una delle finali più belle di sempre. Quattro ore e 57 minuti di partita, cinque set e 203 punti conquistati. Eppure non bastano mai. Nel tennis la storia continuano a farla gli sconfitti, gli avversari.

 


Foto LaPresse


  

E non importa quanto siano veloci i suoi piedi, le risposte vincenti a servizi che contro chiunque altro sarebbero stati ace, la sua capacità di difendersi e di contrattaccare: gli applausi nei suoi confronti sono quasi tutti di circostanza.

Ma cos’altro deve fare il giocatore serbo per farsi amare? E’ il numero uno al mondo da 260 settimane, ha vinto sedici titoli del Grande Slam in undici anni (il primo nel 2008), è l’unico giocatore ad avere vinto tutti i Masters 1.000, eppure la sensazione prevalente è che Nole sia sempre il terzo incomodo, l’ospite non richiesto arrivato per rovinare uno dei più grandi incastri della storia dello sport. Domenica pomeriggio non era suo il nome a cui il pubblico urlava “Come on!”. Lo ha capito appena è entrato in campo, in realtà lo sa da sempre.

“Quando la folla urlava un nome, io sentivo il mio”. Ed è così che è riuscito a rimanere dentro la partita senza perderne mai il controllo, con gli occhi spiritati dall’inizio alla fine, furioso e solo. La sua rabbia, trattenuta e sacrosanta, è stata ciò che l’ha tenuto in piedi, che gli ha permesso di salvare due match point e di continuare a giocare. Nessuno prima di lui è riuscito a conquistare una finale sull’erba dopo essere stato a un punto dalla sconfitta.

 

Umiliato e offeso senza ragioni, Novak Djokovic per riuscire ad anestetizzare la frustrazione non poteva fare nient’altro che vincere.

Le statistiche non riescono a infrangere le questioni di cuore. Le percentuali degli scontri diretti lo vedono superiore a tutti i suoi rivali, ma l’epica si fa sempre altrove, lontano da lui.

 

Figlio di un dio del tennis minore, il giocatore serbo, che dal 5 novembre scorso è tornato a essere il più forte di tutti gli altri per distacco, domenica ha ottenuto ciò che si è meritato. Nello sport vince sempre il migliore. Non è estetica e non è un’esperienza religiosa, non è carisma e non è letteratura. Molto più concretamente, è il risultato che viene indicato alla fine di una partita.

In una finale equilibrata, il serbo ha realizzato quindici punti in meno del suo avversario ma è stato più efficace, li ha conquistati nei momenti più importanti. Il sangue freddo quando conta. A decidere la partita sono stati i tre tie break del primo, del terzo e del quinto set: su trentatré punti giocati, Djokovic non ha commesso neanche un errore non forzato, dall’altra parte della rete ne sono invece arrivati undici. “Mentalmente è stata la partita più faticosa della mia carriera”, ha dichiarato alla fine della partita. E’ doloroso e frustrante giocare e provare a vincere quando tutti vorrebbero vederti perdere. La leggenda del tennis non è mai lui, ma chi gli sta di fronte. Nessuna Rumbe in the jungle, bisogna essere in due perché la rivalità diventi storica. Djokovic è un’ombra che si aggira, continua a giocare per cercare vendetta. Domenica pomeriggio l’ha trovata, giocando un match perfetto, senza sbavature e senza cedimenti. Fuori dal campo si può fare filosofia, si possono considerare vittorie anche le sconfitte. Ma lo sport è molto più pragmatico, l’anagrafe non è un alibi e le sconfitte sono sconfitte. Ha ragione soltanto chi vince.

Giorgia Mecca

E’ nata a Torino il 6 novembre 1989. La prima volta che ha visto la capitale, nel 2010, ha deciso  che quello sarebbe stato un buon posto in cui fermarsi. Ha studiato lettere alla Sapienza, prima antiche e poi moderne. Adesso vive tra Roma e Torino, rimpiangendole entrambe. Legge molti libri, alcuni li recensisce per il Foglio. Quando non è in treno, gioca a tennis e si diverte moltissimo.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    16 Luglio 2019 - 13:01

    Quando il pubblico in una gara sportiva applaude quando un giocatore sbaglia si è alla frutta nel regno della nobiltà dello sport.E nel tennis accade troppo spesso .Spettatori faziosi e cornuti anzi scurnacchiati reclamerebbero a Napoli.

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  • g.rovere73

    16 Luglio 2019 - 12:12

    Abbiamo capito che Federer non le piace, ce ne faremo una ragione, d'altra parte definirlo il più perdente della sua generazione credo abbia fatto rizzare i capelli al 99% degli amanti di questo sport. Se il tennis fossero solo pallate da fondocampo allora probabilmente Djokovic sarebbe il più grande di sempre, poi lo vedi sbagliare delle stop-volley a rete che Roger a 38 anni accarezza con una grazia inarrivabile e capisci che forse c'è anche qualcos'altro. Le imprese, mi spiace dirlo, dipendono anche dall'anagrafe e se quella di domenica è stata una partita epica non è perchè in campo c'erano due ventenni che hanno giocato 5 ore, ma un 32enne contro un quasi 38enne, un'età alla quale di solito in questi sport si sta dietro al microfono a commentare le partite già da un pezzo.

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  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    16 Luglio 2019 - 11:11

    Nel bel pezzo sulla finale di Wibledon Giorgia Mecca si chiede: “Ma cos’altro deve fare il giocatore serbo per farsi amare”? Il “giocatore serbo”, quello che: “E’ doloroso e frustrante giocare e provare a vincere quando tutti vorrebbero vederti perdere” (Domenica tifavano tutti per Roger Federer) è ovviamente Novak Djokovic. Poi intercetto una vecchia intervista del 2011 (occasionata dal conferimento della più alta onorificenza della Chiesa ortodossa serba - per aver contribuito finanziariamente al restauro di edifici religiosi nel suo Paese d’origine: “È il titolo più importante della mia vita, perché prima di essere uno sportivo sono un cristiano ortodosso”. E tutto mi torna più chiaro.

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  • vekkto

    16 Luglio 2019 - 10:10

    Severo ma giusto. Ci sta. Bella riflessione che sposta la comprensione emotiva verso il serbo ma lo sport può essere pragmatico se si leggono i risultati ma poetico ed epico se si guarda altro. Totti non ha vinto nulla ma è nel cuore di molti e così molti altri campioni. Federer ha perso domenica, pur facendo più punti e pur sfoderando una classe inarrivabile anche dal numero 1 ma l'idea è che una partita di tennis memorabile abbia lasciato l'amaro in bocca.

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    • AlessandroT

      17 Luglio 2019 - 15:03

      Totti non ha vinto nulla, vuole dire a parte i mondiali del 2006, un campionato Italiano, due coppe Italia e via dicendo.

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