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That win the best

Il repertorio esaurito di Mou e il cortocircuito Kean

Il portoghese è sempre più il re della fuffa. Adesso Solskjær può iniziare a perdere senza problemi

29 Marzo 2019 alle 11:00

Il repertorio esaurito di Mou e il cortocircuito Kean

L'ex allenatore del Manchester United, José Mourinho, a una fiera dell'orologeria (Foto LaPresse)

Ha dovuto perdere male due partite di fila, in campionato contro l’Arsenal e ai quarti di FA Cup contro il Wolves, dopo averne vinte come nessun altro manager prima di lui in così poco tempo – 14 su 19 – perché la società si accorgesse che Ole Gunnar Solskjær non poteva essere trattato come un passante, o un Ranieri qualunque. Ieri il Manchester United ha annunciato di avere fatto firmare al tecnico norvegese un contratto di tre anni, giusto in tempo prima che finisse l’entusiasmo che ha portato i Red Devils a compiere imprese che con Mourinho in panchina si sarebbero sognati.

 

Il portoghese è ormai un troll più che un allenatore: ogni giorno dice la sua su qualcuno, critica Zidane, Klopp e Pochettino, fa parlare di sé per gli accostamenti più disparati con squadre che potrebbe andare ad allenare, dice cose abominevoli tipo elogiare la Ligue 1 e dire che gli piacerebbe sedersi sulla panchina di una squadra francese, si sente pronto a vincere la sua terza Champions League eppure ricorda sempre di più il suo maestro Louis van Gaal: un ex allenatore che ha continuato a ingannare tutti per anni facendo credere di essere ancora un vincente. Con l’aggravante che tutto quello che lo Special One dice diventa una notizia. Il problema è che il suo repertorio è ormai più esaurito di quello di Beppe Grillo, gira e rigira è un grande vaffanculo praticamente a chiunque, accusato sempre di non avere vinto abbastanza. Il fatto è che per l’anno prossimo sono sempre meno le panchine potenzialmente libere: esclusa la Juventus per incompatibilità ambientale, restano un paio di francesi (al momento più fredde di uno che ascolta una battuta di Gene Gnocchi) e l’Inter. Un’ipotesi talmente folle, quest’ultima, da rendere impossibile qualsiasi previsione sulla riuscita dell’operazione nostalgia. Dopo avere lasciato l’amore della tua vita al culmine del suo splendore, rivederlo ingrassato e calvo può essere fatale.

 

Ma a proposito di troll, non posso non ridere dell’ennesimo cortocircuito corretto lì da voi: esaltato da tutti per i due gol in Nazionale, l’italiano Moise Kean è stato usato dai soliti progressisti pigri come simbolo antileghista: il ragazzo di colore nato in Italia che onora l’azzurro alla faccia di chi vorrebbe rimandarli in Africa. In cerca di una nuova operazione Ramy, sono andati a cercare il padre, Bjorou Jean Kean. “I migranti? Aiutiamoli a casa loro”, ha detto in una delle varie interviste di questi giorni. E ancora: “Vogliamo mandare Salvini in Europa, non è razzista ma un politico di grande umanità”. Come nel più classico dei luoghi comuni si è poi lamentato con la Juventus che gli dovrebbe ancora due trattori per avere convinto il figlio a rimanere a Torino. Moise si è subito dissociato dalle parole del padre (romanzo di uno scrittore italiano sul difficile rapporto tra padre e figlio immigrati in tre, due, uno…) dicendo che lui deve tutto alla mamma.

 

Mentre voi cercate di farvi passare il mal di testa per cercare di incasellare il nero leghista in uno degli editoriali preconfezionati con cui riempite i giornali, vi segnalo che la Nazionale inglese è piena di Kean: nel senso di giovani cresciuti nei settori giovanili, buttati giovani in campo con delle responsabilità e un lavoro serio fatto tra Federazione e club. Un lavoro iniziato anni fa che oggi dà i suoi frutti in una squadra come non ne vedevamo da tempo. Io brindo ai Tre Leoni e aspetto la finale di Euro 2020 a Wembley, il tempio distrutto e ricostruito qualche anno fa. Stessa fine che dovrebbe fare San Siro, se i nostalgici non lo impediranno. Fondamentale l’evento di oggi: appena hanno saputo che il Foglio ci organizzava un convegno hanno deciso di abbatterlo.

Jack O'Malley

Jack O'Malley nasce a Sheffield quando lo United era in seconda divisione. Dopo un'infanzia felice trascorsa nel cottage di famiglia nello Yorkshire, si trasferisce nella capitale per iniziare una lunga carriera in tutti i settori del giornalismo, fino ad approdare – dopo una parentesi di dieci anni in Italia – all'argomento che più ama: la Premier League. Adora il tè delle cinque, le passeggiate col suo setter nella calma di Hyde Park e non disdegna un buon bicchiere di brandy. Pensa che non ci sia nulla di più bello di Londra avvolta dalla nebbia o sotto la pioggia. Uomo dallo spiccato sense of humour, per il Foglio scrive ogni martedì di calcio inglese nella rubrica "That win the best", titolo che non lo entusiasmava finché dalla redazione non gli hanno spiegato che era la citazione di un film italiano. E' su twitter.

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