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Dubbi a San Siro

Non farsi travolgere dalla nostalgia. Abbattere lo stadio è il risultato di molti anni indecisi. E una possibilità

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

29 Marzo 2019 alle 06:00

Dubbi a San Siro

Lo Stadio Giuseppe Meazza a San Siro (foto LaPresse)

“Ma dammi indietro la mia Seicento, i miei vent’anni…”. Probabile che questo effetto nostalgia, da magone col nebbione, che subito avvolge pensando a San Siro sia tutta colpa di Roberto Vecchioni. Gioventù, anni del Boom, sere e freddo, vecchi amori. Magari no (e poi Vecchioni è interista: perdonato), però la nostalgia di San Siro, inteso il Meazza, è una specie di format dell’anima, paralizzante, sempre uguale a se stesso. E’ normale che anche soltanto l’ipotesi di un suo abbattimento per sostituirlo con un altro impianto – che poi sarebbe lì a due passi, sullo stesso piazzale, come è avvenuto a Wembley o allo Yankee Stadium di New York, non una deportazione – scatenasse polemiche, depressioni, l’hashtag bipartisan dei tifosi #SaveSanSiro e qualche polemica politica piuttosto maldestra. Non è solo calcio, è un dibattito identitario. Del resto San Siro, lo stadio, è una storia particolare, che non ha eguali, almeno in Italia. Costruito (per il Milan) nel 1926, un piccolo stadio all’inglese sul confine di Trenno, dove era ancora campagna, in riva all’Olona, una contrada che si chiamava ancora “Corp Sant”, San Siro è cresciuto con la città, le sue fabbriche, la sua immigrazione, le sue nebbie grasse, la sua identità popolare e borghese, i suoi imprenditori-patron. Non è così per l’Olimpico a Roma, nemmeno per il San Paolo a Napoli. Invece San Siro è Milano. Ma tutto questo, cuori che sanguinano a parte, è anche un dibattito molto italiano: nel senso di passatista, conservativo. Quando invece dovrebbe essere l’occasione, soprattutto per una città come Milano, di discutere di futuro e di cambiamento, di possibilità. Atteggiamento che è sempre più milanese che non questa malmostosità da milanesi imbruttiti, da “si stava meglio con la nebbia e il calcio alla domenica pomeriggio”.

  

La si dovrebbe trattare a ciglio asciutto, per quel che si può, l’ipotetica (ancora è molto ipotetica) morte e resurrezione sull’altro lato del piazzale dello stadio-fenice. Ci sono perdite di luoghi che non si rimarginano più, ma altre invece sì, si costruisce altrove. Perché dovremmo essere l’unico paese in cui tutto deve essere lasciato com’era? Certo, c’è l’affetto. E soprattutto per il Meazza vale la bellezza architettonica. Magari non quella dopo il disastroso (esteticamente) terzo anello aggiunto per Italia 90, con i torrioni esterni. Ma quella del secondo anello, costruito sopra l’impianto degli anni Trenta: il “nuovo” San Siro (già, era nuovo anche quello) del 1955 con le rampe elicoidali esterne che hanno trasformato il perfetto “catino” della Scala del calcio in un edificio-monumento che meriterebbe di star lì, per sempre. Ma a ciglio asciutto, lo stadio non funziona più, va ristrutturato e le società che devono giocarci, e metterci l’investimento, ipotizzano che sia più razionale abbatterlo e farne uno nuovo (siamo alla costi-benefici, e di questi tempi è anche legittimo avere dei dubbi). L’ipotesi sul tavolo è questa, e va affrontata laicamente. Beppe Sala, che pure ha un debito d’affetto con San Siro e intuisce benissimo gli umori cittadini (e anche le trappole della politica) ha spiegato che se i club lo vorranno così andrà fatto, e per il comune il core business è mantenere la proprietà dell’impianto.

  

Ed è qui che la storia di San Siro, invece di essere una storia di scighere milanesi, di “Io dell’Inter, lei del Milan” da anni Sessanta diventa una storia attuale, italiana. Nel bene e nel male.

  

Nel male, prima. La storia del “nuovo” stadio di Milano è la storia di un lungo fallimento. A Milano ci sono due squadre di calcio che, per blasone, asset proprietari ormai internazionali e bacino di tifoseria figurano stabilmente nelle zone alte del range mondiale. Nel resto dell’Europa, per limitarsi alla zona Uefa, i grandi club sono pressoché tutti proprietari del proprio stadio, e questo determina redditività; oltre che figurare in bilancio, la proprietà della struttura, nella colonna all’attivo dello stato patrimoniale. In Italia lo ha fatto la Juventus, lo ha fatto l’Atalanta a Bergamo, con una concessione a lunghissimo termine l’Udinese. Esempi virtuosi di investimento manageriale. Dello stadio della Roma, eviteremo di dire. La differenza in peggio con Milano è che qui, almeno, lo sforzo di pensare in termini di valore-città ora si sta provando a farlo.

  

La domanda però è: Perché non è avvenuto a Milano ciò che è stato possibile a Torino e a Bergamo, ed è normale a Manchester o Madrid? Milano del resto è la città che si è più trasformata negli ultimi decenni. Eppure da molti anni le due squadre, a turno, cercano la formula e il permesso per costruire un proprio impianto, ma non è mai avvenuto. Iniziò l’Inter di Moratti, all’epoca in cui sindaco era la cognata Letizia, ma il progetto fu bocciato da un ostruzionismo in parte ideologico (e dagli emendamenti dell’opposizione, in cui sedeva persino sua moglie Milly). L’Inter ci riprovò qualche anno dopo, quando sembrò profilarsi l’interesse di un costruttore cinese, la China Railway Construction Corporation, ma tutto sfumò. Poi venne il turno di Berlusconi, nel senso di Barbara, nel 2015, con il progetto del Portello che però naufragò da solo, senza nemmeno gli sgambetti della politica. Nel frattempo l’Inter accarezzava l’idea di prendersi cura del Meazza da solo, in gestione separata. In mezzo il tirammolla sulla gestione condivisa, il rifacimento, l’ampliamento delle strutture esterne (sempre dimostratosi impossibile e irrealizzabile, per i motivi più diversi e i veti incrociati di enti competenti, soprintendenze, proprietà). E in mezzo il comune, che non può permettersi di perdere i ricavi dell’affitto, né di trovarsi sul gobbo uno stadio vuoto, e dunque ha sempre giocato, di fatto, per scoraggiare nuovi impianti. Ma, al contempo, non può nemmeno aspettare invano le decisioni di due club, a lungo in corso di ristrutturazione proprietaria. Così si è perso, a Milano il decennio-quindicennio buono. Si è restati fermi.

 

Finché a novembre 2018 Beppe Sala convince Inter e Milan, risolti finalmente i guai societari, a firmare un nuovo protocollo “per sancire la volontà di lavorare assieme al progetto di realizzazione di uno stadio moderno e all’avanguardia”. E siamo più o meno all’oggi, perché al principio le opzioni – ristrutturazione e nuovo stadio – sono sul tavolo entrambe. La differenza è che dopo anni di progetti “solitari” finiti in nulla, è passata l’idea di rimanere in uno stadio solo (che, in soldoni, significa di proprietà comunale). “Entrambe le due società ritengono che uno stadio condiviso sia di primario interesse per tutti gli stakeholder da un punto di vista finanziario, amministrativo e tecnico”, avevano dichiarato Inter e Milan insieme.

  

Non c’entra la nostalgia. Il nocciolo della questione, a ben riflettere, prima di essere “quale” stadio condiviso – il vecchio con restyling o il nuovo – è di chi sarà la proprietà. E’ questo ciò su cui una città come Milano dovrebbe riflettere, a ciglio asciutto. Anche se solo per ipotesi. Ristrutturare San Siro significherebbe uno stop di almeno due o tre anni. E avrebbe un costo comunque alto per un impianto che potrebbe non risultare soddisfacente. Converrebbe forse più al comune. Uno stadio nuovo costerebbe 500 o 600 milioni, secondo un’ipotesi confermata dal sindaco Sala, ma la vera questione è che la proprietà e il terreno resterebbero in mano pubblica, su questo il comune non transige. Una soluzione che, seppure abbatte i costi per le società e dunque i rischi finanziari, limita la remuneratività della gestione dello stadio (è pur sempre un uso a metà, con affitto da pagare, e non una proprietà). Meno rischio, ma meno ricchezza. Insomma l’aut-aut del giorno, almeno ipotetico, non è il frutto di un dramma, o di un imprevisto, o di un cedimento strutturale: ma della incapacità politica o tecnico-manageriale di decidere per tempo. Altrimenti oggi il comune sarebbe già proprietario di uno stadio ristrutturato, e da qualche parte della città sorgerebbe “la casa” di una delle due squadre milanesi. Ora invece, l’ipotesi obbligata sembra essere quella di buttare giù un impianto storico e glorioso, per mancanza di alternative logistiche. E poi: da una parte due società ancora indecise a investire in modo autonomo, espressione di un sistema calcio che ancora non si fida di se stesso, e dall’altra il pubblico, che un po’ supplisce, un po’ gestisce. Il tutto, complicato dall’effetto nostalgia e dal criterio della conservazione, “quando a San Siro c’era la nebbia”. Ma di quale San Siro abbiamo bisogno?

  

Milano è una città che evolve, e avere un quinto “nuovo” San Siro là dove prima c’era il Meazza vecchio, perché no?

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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Commenti all'articolo

  • filotea62

    29 Marzo 2019 - 12:12

    San Siro è un monumento: abbattereste il duomo per farne uno nuovo, più funzionale?

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