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Il bowling non è uno sport per Lebowski

Dopo la vittoria dell’Italia ai Mondiali di Hong Kong contro i “maestri” americani, siamo i nuovi campioni del mondo. E' ora di giocare sul serio

26 Dicembre 2018 alle 11:59

Il bowling non è uno sport per Lebowski

Foto via Public domain pictures

All’improvviso le facce sorridenti dei ragazzi del coach Massimo Brandolini hanno incuriosito gli italiani. Avevano appena sconfitto una squadra mitologica, quella degli Stati Uniti, in una finale del Campionato del mondo di bowling. E così ci siamo accorti quasi per caso che quello che consideriamo un semplice gioco da fare con gli amici, un’alternativa al cinema del venerdì sera, è invece uno sport in tutto e per tutto. Che esistono degli atleti che hanno dedicato la propria vita a un “passatempo”. Ci siamo appassionati all’epica del panettiere, dello studente, del bancario, dell’operaio che decidono di andare al bowling ad allenarsi una volta terminato il loro turno al lavoro invece di tornare a casa dalla famiglia. Storie belle, fatte di passione, di sacrifici, ma che cedono sempre a un pizzico di retorica, tanto da farci dimenticare un dettaglio essenziale, in comune a tutti gli sport: le vittorie non sono mai figlie dell’improvvisazione. E dietro a uno strike – tenetevi forte – c’è una filosofia precisa.

“La pista si apre davanti a me come fosse un tunnel a senso unico, in cui la salvezza è il mio solo obiettivo, finché non morirò nei ‘canali’ o non lascerò incompiuta la mia missione con uno ‘split’”.

  

Così lo scorso aprile, con un articolo pubblicato sull’American Conservative, lo scrittore Chris R. Morgan ha usato la metafora del bowling per raccontare la sua personale visione della vita e ha risposto al libro del politologo Robert D. Putnam, che nel 2000, a sua volta, aveva scritto “Bowling alone”, una critica nientemeno che all’individualismo della società americana. Di contro, Morgan ha rivendicato nel suo articolo il diritto a giocare da solo, il desiderio di starsene in santa pace con la mente libera, davanti a quei birilli. D’altronde è uno sport di squadra atipico. Il bowler è un uomo solo con le sue paure e con in mano una zavorra di 16 libbre, in piedi davanti a una striscia di legno oliato che lo separa dall’obiettivo: abbattere quel triangolo composto da 10 birilli.

  

Negli Stati Uniti tirare una palla per colpire il maggior numero di birilli possibile con un solo tiro è lo sport più praticato in assoluto, anche più del baseball. Parlare di bowling, insomma, vuol dire parlare a quasi tutti gli americani di qualcosa di conosciuto, del loro quotidiano. Lo capirono nel 1998 i fratelli Cohen, che col “Grande Lebowski” hanno raccontato così l’America dell’inizio degli anni Novanta: un universo grottesco e improbabile, quello che ruota lontano dalle piste da bowling, e che solo lì, con una palla in mano e le scarpe scamosciate, ritornava a essere semplice e ordinato. “Questo non è il Vietnam, è il bowling. Ci sono delle regole”. Ed è dannatamente vero quello che urla Walter a un certo punto del film. Le regole ci sono e sono semplici ma, come nella vita di tutti i giorni, c’è una riga da non oltrepassare mai, c’è un obiettivo, c’è la paura di sbagliare. “I believe in bowling – recita un anonimo su un blog –. I birilli sono il mio obiettivo. Più ne colpisco, più alto è il mio punteggio. Più è spedito il mio cammino verso i miei obiettivi, più obiettivi raggiungo. Così come la palla può essere condizionata dall’olio e dall’effetto che le imprimo, così la mia vita è condizionata dal peccato. Più peccati commetto, più il corso della mia vita è attratto dal disastro dei ‘canali’, in cui rischio di cadere se non ho forza mentale sufficiente”.

    

Nicola Pongolini fa il meccanico, è di Salsomaggiore ed è uno degli atleti della Nazionale italiana vittoriosa alla finale di Hong Kong. È cresciuto con la palla da bowling: “La prima volta che ne ho tirata una avevo due anni. Da allora tanti sacrifici all’ordine del giorno. Ma ancora oggi è difficile che salti un giorno di allenamento”. E la metafora “nel bowling come nella vita”? “È assolutamente così, anche se è difficile da capire per chi non gioca a certi livelli. Quando salgo in pista il mio obiettivo è buttare giù i birilli. Ed è lo stesso che faccio ogni mattina, quando mi alzo dal letto e vado a lavorare e devo dare il meglio di me. Gettare la palla nel ‘canale’ non è altro che l’errore che posso commettere tutti i giorni, nella mia vita. Ho fatto anche altri sport in passato, come il basket. In nessun altro ho provato la stessa sensazione”.

   

     La nazionale italiana di Bowling e il suo allenatore 

  

Lo sforzo mentale – tenetevi forte ancora una volta – è enorme. Per fare strike esiste un solo modo, una sola parabola capace di toccare il vertice alto del triangolo dei birilli, non frontalmente ma leggermente di lato, in modo da innescare una carambola vincente. Immaginate di dovere ripetere più volte questo gesto tecnico sempre uguale a se stesso, sempre perfetto. E che, col passare dei tentativi, aumentino via via la pressione, la stanchezza emotiva e la paura di commettere un errore. “È una tragedia invisibile. La variabile sei tu. Solo tu”, aveva scritto Alessandro Baricco nel 1998, quando andò in un bowling di Lakewood, in Colorado, per raccontare l’America di Jeffrey Lebowski. Il segreto lo spiega al Foglio Sportivo il coach dell’impresa italiana, Massimo Brandolini, che ha preparato i suoi ragazzi sul piano tecnico, su quello fisico ma soprattutto su quello mentale: “Sta tutto nelle autosuggestioni positive che la squadra deve trasmettersi prima delle partite. In pista siamo disturbati dalle pressioni esterne, dalla tv, dal pubblico. Bisogna estraniarsi da dove ti trovi in quel momento. E così dobbiamo rassicurare in automatico il nostro cervello – spiega il coach, che nella vita fa il bancario – Affrontavamo gli Stati Uniti, gente a cui si chiede l’autografo o con cui scattarti un selfie, per intenderci. Ma siamo riusciti a commettere meno errori di loro, che a differenza nostra hanno fatto del bowling il loro unico lavoro”. E proprio l’aspetto psicologico è quello su cui Brandolini ha concentrato i suoi sforzi per preparare al meglio la squadra e sconfiggere i maestri canadesi in semifinale e poi quelli americani. “Il gesto tecnico è essenziale. Nel bowling non si smette mai di imparare come tirare meglio. Ma per arrivare ad abbattere i birilli non basta. Occorre essere ‘puliti’ mentalmente, concentrati come robot. La palla, in quei momenti, nelle ultime fasi del Mondiale, sembra pesi 90 chili”.

     

“Con la vittoria ai Mondiali è iniziata la mania del bowling e ne siamo felici”, ci dice l’ex presidente della Federazione italiana Sport Bowling, Alessandro Sattanino. Ma ora l’obiettivo è di “uscire dallo stereotipo del campione che fa il doppio lavoro e di avvicinarci al professionismo”, nonostante si tratti di una disciplina ancora poco compresa nel nostro paese. “È uno sport analogico, pulito, che si può iniziare a praticare anche a 50 anni. Puntiamo ad aumentare il numero di atleti in Italia, che oggi sono circa 600 mila”. Ma di questi, solo 250 sono al primo livello, il più basso di 4 fasce. “I campioni del mondo cercano le campionesse” è lo slogan della nuova campagna promozionale lanciata dalla Federazione per coinvolgere soprattutto le donne. Oggi il settore femminile ha pochissime atlete e l’entusiasmo che è nato con la vittoria di Hong Kong ha portato a un altro obiettivo: presentarsi fra due anni ai Campionati europei femminili con una squadra. E sempre fra due anni ci sarà il Campionato europeo maschile, dove riconfermarsi sarà difficile. “Ma vogliamo ancora essere noi stessi. Vogliamo metterci in discussione – assicura Brandolini – e finite le Feste, sotto a giocare duro. Duro”.

Luca Gambardella

Luca Gambardella

Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e (poco) diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Firma emergente al "Concorso internazionale giornalisti del Mediterraneo". Dal 2014 lavoro al Foglio.it

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