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I fratelli Inzaghi, ora uguali

Filippo aveva più grinta in campo, Simone si è riscattato in panchina

25 Dicembre 2018 alle 06:00

I fratelli Inzaghi, ora uguali

Filippo Inzaghi, allenatore del Bologna, e suo fratello Simone, allenatore della Lazio

Crescere in una famiglia unita non deve essere facile. Il paradosso è utile per raccontare gli Inzaghi, Pippo e Simone. Fratelli gemelli senza esserlo, bambini con la passione del pallone, poi centravanti di professione, e infine allenatori. Uno all’inseguimento dell’altro, sotto gli occhi buoni del papà e della mamma. I quali non parteggiano, osservano, non giudicano, educano, non condannano, correggono. Perfetti genitori di perfetti figli, uguale perfetta storia. Eppure c’è qualcosa di simpaticamente storto.

  

Simone, il più piccino, fin da subito sembra forte almeno come il fratello, e per qualcuno anche di più. Ma Filippo ha più energia, si muove come una marionetta strappata ai fili del suo padrone. È legnoso, con spigoli acuminati. La marionetta segna con il sorriso sardonico sul viso. Si aggrappa a ogni pallone, lo mastica e poi lo sputa in rete. È una marionetta carnivora. Simone mangia Nutella, o almeno sembra a guardarlo. È più compassato, meno diavolo e più santo. Tecnicamente è indiscutibile, anche più forte del quasi gemello ma non lo vale come spinta, propulsione verso la porta. Filippo macina chilometri di fama, Simone si ritaglia una bellissima carriera senza però conquistare la folla.

 

Basterebbe questo per cominciare a raccontare un’altra storia, magari scura, se non esattamente noir. Tirare fuori dal cassetto un trattatello sul “complesso di Caino” visto al contrario, con Abele nelle vesti dell’assassino. Biblicamente una rivoluzione. E invece niente di tutto questo. Caino e Abele, su due piani diversi, distanti, uno a Milano e l’altro a Roma, si amano, si vogliono un bene sincero. Inutile cercare di dividerli, renderli ostili. Del resto nessun dio/padre ha parteggiato per l’uno o per l’altro e questi sono i frutti di tanta sensibilità. Però qualcosa succede. Simone in qualche modo si prende una piccola libertà.

 

Appese le scarpette a un chiodo nemmeno troppo arrugginito, visto che si ritira a soli trentaquattro anni rispetto ai trentanove del fratello, si siede in panchina e osserva. Nota, tra le figure all’orizzonte, quella di un uomo magro, il volto scavato e qualche grinza di troppo sul viso. Dopo una faticosa messa a fuoco lo riconosce: è Pippo. In pochi istanti i due sono vicini. Così, a guardarli meglio, sono esattamente sullo stesso piano, simmetrici. Simone però sorride e invece Pippo è serio. Ogni interpretazione di quelle espressioni così diverse rischia di naufragare nel banale, però è fuori discussione che la vita, nel suo divenire, abbia riservato a Simone un piccolo riscatto. Non voluto però cercato. Crescere in una famiglia perfetta, gli è stato molto utile. Avrebbe potuto soffrire di un fratello più importante e invece lo ha capito, amato e poi eguagliato.

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