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Luka Doncić, il matador del basket che cambia il gioco attorno a lui

Fa giocate inaspettate e spettacolari, si esibisce per il pubblico ma è già decisivo per la sua squadra, i Dallas Mavericks. Così il fenomeno sloveno ha fatto innamorare l’Nba
 

23 Dicembre 2018 alle 06:00

Luka Doncić, il matador del basket che cambia il gioco attorno a lui

Luka Doncić è nato a Lubiana il 29 febbraio 1999 (Foto presa da Facebook)

A 13 anni lo aveva già acquistato il Real Madrid. A 16 anni, 2 mesi e 2 giorni ha esordito nella Liga ACB, la serie A spagnola di basket, il più giovane nella storia del Real. A 18 anni ha guidato la Slovenia alla conquista del titolo europeo. A 19 anni è stato il miglior giocatore della stagione e delle Final four di Eurolega, oltre a rivincere il premio come miglior giovane. Prima di compiere i 20 è stato terza scelta assoluta della Nba, dove con Dallas sta abbagliando il mondo ed è già stato eletto rookie del mese per la Western Conference in ottobre e novembre. Luka Dončcic è uno di quei ragazzi nati per bruciare le tappe e giocare d’anticipo sulla loro carta d’identità. Un predestinato. Come LeBron James. O come Max Verstappen o Gigio Donnarumma, per restare in Europa. Non è più grande e grosso dei suoi avversari (201 cm per 99 chili), non è neppure più veloce, ma ha un modo di giocare con cui riesce a sorprendere quelli che hanno più centimetri, più chili e più rapidità di lui. Non gli piacciono le giocate semplici, ma fa sembrare tutto facile, naturale. Un assist tra le gambe di un avversario, un passaggio dietro la schiena, una finta con cui manda in spogliatoio il lungo che vuole stopparlo, uno step back che finisce quasi sempre con un canestro da tre punti. Ogni volta se ne inventa una nuova.

 

Ama fare giocate spettacolari. È come un matador, si esibisce per la gente”, dice di lui Dirk Nowitzki, il Wunderkind tedesco che a Dallas ha segnato più di 30 mila punti in carriera. Una settimana fa si è inventato uno show pazzesco per un ragazzo che soltanto il 28 febbraio compirà 20 anni. Con meno di 3 minuti da giocare e 8 punti da recuperare nel derby contro Houston, ha infilato 11 punti di fila regalando ai Mavericks una vittoria memorabile tanto che la società ha twittato: “Quella volta in cui Luka Doncić ha realizzato un parziale di 11-0 da solo”. Gli hanno già dedicato una canzone, “Halleluka”, giocando sulla musica dell’Hallelujah di Leonard Cohen. I due autori l’hanno cantata live nell’intervallo all’American Airlines Center proprio il giorno del suo exploit. Certo, fino a quei 3 minuti da Dio, aveva 3/13 dal campo… Poi ha fatto il fenomeno. Halleluka!

 

Suo padre Saša, figlio di un ufficiale serbo, nato in una caserma a pochi chilometri dall’Italia in terra slovena a San Pietro di Gorizia, è stato nazionale sloveno. “Un giocatore intelligente, non velocissimo, un po’ legnoso, ma impossibile da spostare sotto canestro, una dote che Luka ha ereditato”, ricorda Sergio Tavčar, la voce del basket slavo. Luka prima di dedicarsi solo al basket ci ha provato con calcio, pallamano, pallavolo, tennis, judo, addirittura il nuoto, e le prime medaglie portate nella sua cameretta sono arrivate dall’atletica e dalle corse campestri alle elementari. “Se non fossi diventato un giocatore di basket mi sarebbe piaciuto fare il calciatore”, dice.

 

Ma non essendo tanto bravo in tutti gli altri sport che ha frequentato si è tuffato anima e corpo in quello preferito da papà che qualche cromosoma deve averglielo trasmesso, magari regalandogli un pallone da basket a ogni compleanno dal primo in poi. Così come mamma Mirjam Poterbin, modella e ballerina, gli deve aver trasmesso la rapidità del movimento dei piedi e il senso dell’equilibrio. Mamma Mirjam non è una signora che passa inosservata. Al draft Nba quando si è presentata accanto al figlio ha scatenato l’ammirazione dei social. Cercate una sua foto su internet e capirete perché. Dire che è una mamma presente è dir poco. Ma ci sono volte che Luka ha in tribuna mamma, nonna e fidanzata.

 

I genitori sono divisi da anni, ma è Mirjam a occuparsi del pargolo. Gli prepara i corn flakes con le banane a colazione, pasta aglio e olio a pranzo, lo lascia addormentarsi sul divano davanti a “Friends”, la sua serie tv preferita, non gli fa troppe storie quando, aprendo l’armadio trova 110 palloni da basket e 200 paia di sneakers (ma quelle con cui ha vinto l’Europeo le ha messe all’asta incassando 30 mila euro da donare a un progetto per i giovani). Luka da parte sua è diventato bravo a cucinarsi la pasta col tonno e dalla mamma ha imparato la passione per il ballo e i musical tipo “Mamma Mia” degli eterni Abba. Gli piacciono le auto veloci, a Madrid guidava una Porsche Panamera, negli Usa vorrebbe una 911 o una Lamborghini. Sogna un appuntamento con Jennifer Aniston (così ha dichiarato a Bleacher Report). Un bel ragazzone insomma. Il figlio che tante mamme vorrebbero, esclusa Marilisa, signora Gallinari che è a posto di suo con Danilo.

 

In pratica Luka vive da professionista da quando a 16 anni il Real lo ha aggregato alla prima squadra. Donnie Nelson, il general manager giramondo di Dallas, non ha dovuto cercarlo in qualche palestra di periferia. Ha cominciato presto a confrontarsi con i grandi. La leggenda racconta che già a 8 anni lo facevano giocare con i ragazzini di 11 per farlo divertire. Sulla sua precocità non ci sono dubbi. È stato nello stesso tempo miglior giovane e miglior giocatore in assoluto dell’Eurolega. Nell’aprile 2012 con la Union Olimpija di Lubiana era stato mvp al torneo under 13 Lido di Roma segnando 54 punti, catturando 11 rimbalzi e distribuendo 10 assist in finale contro la SS Lazio. Una vita da predestinato. Dallas per averlo ha dovuto scendere a patti prima del draft con Atlanta scambiandolo con Trae Young, scelto al numero 5 e con la prima chiamata del prossimo anno. L’altra notte Doncić e Young si sono trovati faccia a faccia: 24 punti a testa, ma hanno vinto i Mavs all’undicesimo successo di fila in casa con Luka per la tredicesima volta oltre i 20 punti in 25 partite. Nessun’altro rookie ce l’ha fatta per più di 8 volte.

 

“Luka è un miracolo della natura. Ha il basket nel sangue. È uno di quei giocatori che nascono una volta ogni tent’anni. Ha la fantasia un Kikanović, un Delibašic, un Corbalan, un Marzorati gente che nel basket primitivo di oggi scarseggia. In America gli hanno già fatto mettere su un po’ di muscoli. Spero non esagerino ad appesantirlo anche perché ha 19 anni e un lungo come lui è in crescita fino a 23. Ricordiamoci che alla sua età Larry Bird guidava ancora i camion della spazzatura. Lui ha già quattro anni da professionista alle spalle. E che anni…”, dice Sergio Tavčar, per gli italiani la voce del basket di Tele Capodistria, per tutti il più grande esperto di basket jugoslavo mai nato. Un vero guru, ma profondamente anti Nba. Senza tutti i torti tra l’altro, perché il miglior basket del mondo dal punto di vista tecnico si gioca in Eurolega.

 

Al di là dell’Atlantico giocano un altro sport. Muscoli e velocità ammazzano la tecnica. Ma Luka finora ha cercato di cambiare il gioco attorno a lui. Lo lasciano libero di divertirsi. Con la palla tra le mani riesce sempre a sorprendere, a inventare qualcosa. Deve farlo perché non ha un fisico dominante anche se il lavoro in palestra sta cominciando a rimpiazzare un po’ di ciccia adolescenziale con muscoli veri. “Doncić è il giocatore del futuro, completo. Dentro l’area, fuori, in campo aperto. È il giocatore europeo che più assomiglia a Michael Jordan. Sarei ridicolo a dire che è come Jordan, ma è completo come lui anche nel gioco per la squadra”, dice di lui Dan Peterson che resterà per sempre un Numero 1. Se proprio dovete trovare qualcosa che non va dovete fermarvi alle apparenze. Ad esempio è terribile quando gioca con una maglietta della salute sotto la canottiera. Tatuaggi ne ha, ma senza esagerare. Una tigre con il numero 7 e la scritta latina “Non desistas, non exieris” (Non arrenderti, non mollare mai) sul polso sinistro e, sul fianco destro, il trofeo vinto all’Europeo con la Slovenia con la data storica per il suo paese: 17 settembre 2017. Il prossimo sarà il Larry O’Brien Trophy. Il trofeo per la squadra che vince l’Nba.

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