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Di fede e biciclette. Il Giro di Lombardia e una salita diventata ciclismo: il Ghisallo

La salita che porta al Santuario della Madonna del Ghisallo, patrona dei ciclisti, è diventata un simbolo di questo sport. L'impresa di Girardengo, il cenno del capo di Gino Bartali e quel luogo diventato museo (grazie a Fiorenzo Magni). Storia sacra di ciclismo profano. I ricordi di Francesco Moser e Michele Bartoli.

1 Ottobre 2016 alle 06:15

Di fede e biciclette. Il Giro di Lombardia e una salita diventata ciclismo: il Ghisallo

Alcuni corridori impegnati nell’ascesa verso il Santuario della Madonna del Ghisallo (foto gentilmente concessa dall’archivio fotografico del Museo del Ghisallo)

Bellagio è principio, Magreglio conclusione. Nel mezzo 24 curve, 17 tornanti, 533 metri di dislivello, 8,6 chilometri da percorrere a naso all’insù. Ai lati due macchie d’acqua blu, due specchi di uno stesso lago. Da una parte Como, dall’altra Lecco, al centro il costone montano che si inerpica tra boschi, prati e cime ovviamente “inuguali”, siamo in terra manzoniana. A sud c’è Erba, a nord il Lario, tra loro una chiesetta di una sola navata e con un portichetto di tre archi, e il campaniletto. Lì si scollina, la salita diventa discesa. E’ valico, due direzioni, ma è come se fosse un senso unico. Perché chi lì pedala dà le spalle all’acqua e il muso alla Brianza, perché chi lì sale sa benissimo di affrontare un monumento. Quella che porta al Santuario della Madonna del Ghisallo non è una semplice salita, è un simbolo, non è solo un’ascesa, un atto di fede: luogo per eccellenza delle due ruote. E’ Giro della Lombardia – corsa che ha reso mitica questa ascesa e che sabato da qui passa – una volta l’anno, è patrona dei ciclisti sempre. E’ meta di uno speciale pellegrinaggio, a pedali e in salita. Chi si avvicina non transita soltanto. Qui ci si ferma, si appoggia la bicicletta al muretto in pietra e si entra in un mondo strano, e sacro, che accumula e accomuna ère diverse, che mescola campioni e appassionati qualunque, dove le biciclette sono un dono votivo alla Madonnina, le maglie un ringraziamento e un ex voto e i volti sulle pareti sono un collage di ricordi e di addii che avvicinano senza distinzione fuoriclasse e cicloamatori, gregari e personaggi che il ciclismo l’hanno fatto grande.

 

“E’ un’icona del ciclismo, un luogo che già da prima della Seconda guerra mondiale era diventato punto di passaggio di grandi corse”, racconta al Foglio Francesco Moser, uno dei più grandi atleti della storia di questo sport, campione del mondo del 1977 e vincitore di un Giro d’Italia, una Milano-Sanremo, due Lombardia e tre Parigi-Roubaix. Una salita che è stata conosciuta “con il Giro di Lombardia, ma che ha iniziato a diventare celebre tra gli appassionati grazie al santuario e ai cimeli ciclistici che contiene”.

 

Il Ghisallo mescola fede popolare e ciclismo. Lega le due componenti in una cosa sola, indissolubile. Era chiesa dei viandanti già dalla fondazione della cappella votiva attorno all’anno Mille. E’ rimasta luogo di pellegrinaggio dopo la costruzione dell’edificio seicentesco che ancora sorge al lato della strada. E’ cambiato il mezzo di avvicinamento, non la sostanza. “E’ un posto speciale per chi va in bici, magico, una salita che ha fatto la storia, ma che va oltre la componente sportiva, abbracciando il sacro”. Tanto che ormai il connubio tra queste due “è diventatato qualcosa di imprescindibile”, spiega al Foglio Michele Bartoli, uno tra i migliori ciclisti degli anni Novanta e Duemila, capace di vincere in carriera due Coppe del Mondo e 57 corse tra le quali due Giri di Lombardia, due Liegi-Bastogne-Liegi e un Giro delle Fiandre. “Passare in testa affianco al Santuario è qualcosa di unico, non c’è altra salita che ti trasmetta una sensazione del genere”. Il Ghisallo rappresenta un’eccezione: “La posizione di passaggio in vetta a un colle solitamente è qualcosa che interessa poco ai corridori, qualcosa che si dimentica a fine gara, o carriera. Passare per primi lassù invece non si scorda mai. E questo non è dovuto solamente all’attenzione della stampa per l’ultima grande corsa dell’anno (il Lombardia), è soprattutto legato al fatto che lì c’è la Santa patrona dei ciclisti, è un luogo che contiene la grandezza di questo sport”.

 

 

Lassù Fiorenzo Magni, il Leone delle Fiandre, il Terzo Uomo, il campione che riuscì nell’epoca di Fausto Coppi e Gino Bartali a ritagliarsi lo spazio per grandissimi successi (oltre a tre Giri delle Fiandre riuscì a conquistare tre Giri d’Italia), riuscì nell’impresa di creare un museo che contenesse al suo interno l’intera storia del ciclismo e della bicicletta, perché “tutti noi, nei confronti della Madonna del Ghisallo, abbiamo sempre avuto una venerazione particolare che ci ha portato a recarle in omaggio alcuni cimeli legati alle nostre piccole imprese in terra”, ha scritto nell’introduzione del libro “Ghisallo, cuore del ciclismo”. “Un sogno cullato già negli anni Novanta con tutto il gruppo sportivo Ghisallo di cui faceva parte”, racconta al Foglio la direttrice Carola Gentilini, diventato realtà dieci anni fa (il 14 ottobre la struttura festeggerà il suo decennale). Un museo che dopo un periodo di difficoltà è riuscito a superare i problemi economici grazie all’aiuto della famiglia del campione e al contributo del comune di Bellagio e, soprattutto, all’impegno di alcuni privati (Alcar, Valsecchi Armamento Ferroviario e Faema, sponsor storico del ciclismo italiano e di Eddy Merckx). Un museo “che raccoglie circa 900 cimeli che abbracciano l’intera storia della bicicletta, non solo quella sportiva, e che viene visitato ogni anno da oltre diecimila persone, più della metà provenienti dall’estero”. Un museo che è diventato un luogo sempre di più importante per la memoria storica di questo sport, da sempre legato in modo quasi ombelicale alle imprese del passato.

 


Alcuni dei cimeli della collezione del Museo del Ghisallo (foto di Giovanni Battistuzzi)


 

“Se il Santuario raccoglie ancor oggi la devozione degli sportivi, legati ancora profondamente alla Patrona dei ciclisti – continua Carola Gentilini – il museo è qualcosa che integra questo culto, offrendo una componente più profana, ma che è legata alla prima dalla stessa passione che spinge i professionisti e cicloamatori a salire fino a qui, dalla stessa storia che ha reso questa località un luogo di riferimento per tutto il movimento, non solo quello italiano”.

 

La storia sportiva del Ghisallo ha origine nel 1919. E’ intuizione di Armando Cougnet, giornalista della Gazzetta dal 1906, poi direttore, soprattutto ideatore e patron (sino al 1948), del Giro d’Italia. Tutto inizia il 2 novembre. E’ la quindicesima edizione del Giro di Lombardia e quel giorno il Ghisallo è insieme attrazione ed errore storico. Mai era stata affrontata prima di allora quella salita, (quasi) mai più la si sarebbe scalata in quella maniera. La direzione Erba-Canzo-Asso-Magreglio-Bellagio, più facile, è qualcosa che nella storia è rimasta eccezione. “Troppo duro salire dalla punta del triangolo lariano”, disse allora Cougnet ai suoi collaboratori, “sarebbe tortura”. Abbastanza duro però da non poter rimanere il lato meno nobile della montagna.

 

 

La storia a pedali inizia invece a cavallo del Novecento. E’ passaparola all’inizio, luogo raccontato e chiacchierato, narrato ed esagerato. I suoi “pendii son frustate a gambe e a schiena, come mai ebbi a vedere e a sentire sotto le ruote del velocipede”, scrisse nel 1900 il geografo Luigi Vittorio Bertarelli (tra i fondatori del Touring Club Italiano) all’amico esploratore e speleologo Eugenio Boegen. Bertarelli fu portato sin lassù da un amico di Lecco richiamato dalle prove “titaniche di ciclo-esploratori” della zona e lì trovò “il cumulo più torbido delle fatiche e delle limitatezze umane”.

 

E’ proprio nei primi anni del secolo scorso che alla sommità del colle, addosso al muro del portico della chiesetta, si appoggiano i primi ciclisti. Sono pochi, rare apparizioni, fantasmi bianchi come cenci, sfiniti nel proibitivo compito di arrampicarsi con cavalli di ferro di quasi venti chili, senza nemmeno la grazia di un cambio ad addolcire lo sforzo. Chi in cima arriva fa visita alla Madonna del Latte, opera cinquecentesca di autore ignoto, la ringrazia per la salvezza. Dona quel che ha come ex voto. Per Grazia Ricevuta, perché, almeno all’inizio, era una sorta di miracolo riuscire a sopravvivere all’asprezza della strada. Lì si fermò anche Costante Girardengo nel 1919 sotto una pioggia sottile e pungente. Il Campionissimo fu il primo corridore a transitare in cima in una corsa, il primo che “si è fermato un attimo appoggiandosi al muricciolo: ha bevuto e ripreso”, scrisse l’allora direttore della Gazzetta Emilio Colombo nel resoconto di quell’edizione del Giro di Lombardia vinta dal campione di Novi Ligure e conclusa da solo otto dei 44 atleti partiti la mattina da Milano.

 

Un pellegrinaggio che dopo la fine del Fascismo chiede, sottovoce, una istituzionalizzazione, e che la parrocchia è desiderosa di offrire. Chi in quelle zone vince non può ignorare l’esistenza di un fenomeno di devozione ormai radicato in un ampio strato della popolazione.

 

Il 21 ottobre del 1945 l’Italia era appena uscita dalla barbarie della Seconda guerra mondiale quando si corre la 39esima edizione del Giro di Lombardia. Lungo il percorso si affollano in centinaia di migliaia di persone, oltre diecimila soltanto negli otto chilometri che collegano Bellagio a Megreglio. Quello è il giorno della rivincita dei gregari, il giorno della grande fuga di un fido scudiero di Gino Bartali, Mario Ricci. Partito con pochi avanguardisti che era ancora mattino, l’atleta padovano sul Ghisallo stacca tutti e si invola in solitudine verso Milano. Entra al velodromo Vigorelli – con oltre sei minuti di vantaggio sul gruppetto degli inseguitori – applaudito da una folla che vedeva in quella corsa un segno di rinascita non solo sportiva. Tra il pubblico che si era posizionato in cima al Ghisallo c’era anche don Carlo Gnocchi, allora cappellano degli alpini, non ancora fondatore del Villaggio dei Fanciulli. Vede uomini entrare nell’edificio sacro, guardare le foto e le maglie dei corridori appese alle pareti, vede qualche professionista arrivare che ormai si è fatta sera e donare un cappellino, una borraccia alla Madonna. Decide che questo culto non può essere trascurato.

 

Nell’estate del 1947 organizza sul pianoro dove sorge la chiesa una festa per ringraziare la Vergine. Si presentano in oltre tremila. La metà sono ciclisti, molti di questi hanno pedalato per ore pur di esserci. E’ in quel momento che don Ermelindo Viganò, parroco di Magreglio, si convince che è tempo di fare un passo importante: chiedere al Papa che la Madonna del Ghisallo diventasse la protettrice dei ciclisti. La Breve pontificia, firmata da Pio XII, che eleggerà “la Beata Vergine Maria del Ghisallo a principale patrona dei ciclisti italiani”, arriva il 13 ottobre del 1949.

 

Le richieste di don Viganò trovano l’appoggio dell’arcivescovo di Milano Ildefonso Schuster e di Bartolo Paschetta, libraio romano, dirigente di Azione Cattolica, ma soprattutto “mite e dall’intelligenza raffinata”, a detta di Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI. A convincere il Pontefice però non sarebbero state le ambasciate o le lettere, ma un semplice cenno del capo. E’ il 1949, il 27 maggio. Il Giro fa tappa a Roma e Pio XII accoglie in Vaticano i corridori. Li saluta, si raccomanda con loro, poi parla a quattr’occhi con Gino Bartali per complimentarsi per l’impresa dell’anno precedente al Tour de France. Il Ginettaccio arrembante e determinato in bicicletta a cospetto di Sua Santità si fa piccolo e insicuro. “Mi disse di aver detto solo che quello che era riuscito a fare non era stato merito suo, ma della Madonna. Il Papa gli chiese se fosse quella dei ciclisti, quella del Ghisallo, lui fece un cenno del capo e non disse altro”, ricordò nel 1956 all’Italia (quotidiano cattolico di Milano che nel 1968 si è unito all’Avvenire d’Italia dando vita all’Avvenire) l’allora Arcivescovo di Firenze, cardinale Elia Dalla Costa, aggiungendo che, come riferitogli dal cardinal Montini, la decisione definitiva del Pontefice arrivò pochi giorni dopo quell’incontro.

 


Il busto di Gino Bartali fuori dal Santuario della Madonna del Ghisallo (foto di tetedelacourse via Flickr)


 

Se è stato davvero Bartali a convincere Papa Pacelli non è dato a saperlo con certezza. Quello invece che è certo è che Ginettaccio sale al Ghisallo poco prima di partire per la Francia. Dopo un Giro d’Italia deludente il toscano, saputo di essere capitano unico dell’Italia al Tour de France (allora si correva con squadre nazionali), si reca a Milano per qualche giorno di allenamento con la sua squadra, la Legnano, sotto gli occhi di Costante Girardengo, commissario tecnico della compagine tricolore. Gino sente la gamba stanca, fuori fase. Il Campionissimo decide di fargliela trovare sulle strade del Lombardia. Con Mario Ricci e Giovanni Corrieri, suoi fidi gregari iniziano a salire e discendere dalle montagne comasche e lecchesi. “Bartali era poco sereno. Non si sentiva bene. Poi tutto cambiò repentinamente. Salendo verso la chiesetta del Ghisallo capì che non era poi tutto da rifare. Una volta in cima – racconta nel 1951 Girardengo al giornalista Claude Tillet dell’Equipe – aveva ritrovato la serenità. Quella chiesa l’aveva vista durante il Lombardia, del culto ne aveva sentito parlare da Fiorenzo Magni. Era la chiesa dei ciclisti, gli disse. Lui entrò con Corrieri, accese un cero e quando uscì disse: ‘Dove non arriveranno le gambe, spero arrivi il Padre eterno’”.

 

Bartali dona alla Madonna entrambe le bici con le quali aveva corso i due Tour vinti, in segno di devozione. Sono ancora lì appese su di una parete della chiesa, assieme a quelle di Fausto Coppi, di Eddy Merckx, di Maurizio Fondriest, di Francesco Moser, di Fabio Casartelli. Assieme a maglie gialle e maglie rosa, maglie di squadre e di campioni del mondo, assieme a foto e ricordi, immagini e gagliardetti. Lì resteranno a futura memoria, ex voto alla patrona dei ciclisti.

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