Tra deserto e caldo torrido ecco il Mondiale di ciclismo meno eccitante della storia

A Doha, Qatar, il termometro raggiunge i 40 gradi, si corre tra la sabbia e i grattacieli e non c'è una salita dove poter creare spettacolo. Non è la primo volta che si corre per l'iride in un circuito per velocisti, ma è la prima volta che a osservare gli sforzi dei ciclisti non ci sarà nessuno: in una settimana di gare poche migliaia di spettatori.

16 Ottobre 2016 alle 06:15

Tra deserto e caldo torrido ecco il Mondiale di ciclismo meno eccitante della storia

Foto tratta da Flickr.com

Trentacinque gradi in riva al mare, trentotto in città, oltre quaranta nell’entroterra, lì dove le palme e i grattacieli lasciano lo spazio a una distesa di sabbia interrotta solo da una striscia d’asfalto dritta e bollente. Clima vacanziero, forse anche troppo. Peccato però che a Doha, Qatar, non ci si spiaggi, non si possa fare vita balneare. Perché a Doha, Qatar, oggi i corridori non sono venuti a farsi una passeggiata in bicicletta, ma si giocheranno una maglia da portarsi in giro per il mondo per un anno intero, quella iridata.

 

Il mondiale di ciclismo si correrà “in un forno all’aperto”, ha detto ad Al Jazeera il campione del mondo uscente Peter Sagan. Un forno nel quale pedalare diventa difficile, proibitivo. Già cinque sono gli atleti che sono collassati da quando sabato scorso si sono aperte le gare. Il primo è stato Bob Jungels, cronoman lussemburghese e maglia bianca di miglior giovane all’ultimo Giro d’Italia. Non uno sprovveduto. Dopo aver condotto la sua squadra, l’Etixx-Quick Step, alla vittoria iridata, si è accasciato al suolo stremato: piccolo svenimento per fortuna senza conseguenze. Peggio è andata alla ciclista olandese Anouska Koster che durante la cronometro a squadre femminile è finita addosso alle transenne a causa di un malore dovuto alla disidratazione. Stessa sorte capitata anche alla belga Duyck e alla sudafricana Moolman-Pasio, svenute però dopo il traguardo e portate al pronto soccorso. Il promettente under 23 belga Enzo Wouters invece non è nemmeno riuscito a scendere dalla bicicletta. Si è svegliato in ospedale, in un bagno di ghiaccio e con una flebo attaccata al braccio. Ma “si vede che gli organizzatori avranno fatto i loro conti”, ha ironizzato sempre Peter Sagan con la solita schiettezza e mancanza di diplomazia.

 

 

E per correre a queste temperature, con un vento bollente che alza quella percepita, in totale mancanza di corsi d’acqua o vegetazione, i conti l’Unione ciclistica internazionale deve averli fatti davvero. D’altra parte i qatarioti sono entrati alla grande nel ciclismo che conta, organizzano una breve corsa a tappe con un montepremi maggiore di molte delle più importanti gare europee, hanno raggiunto sponsorizzazioni con grandi formazioni professionistiche, investendo in modo massiccio in questo sport. Impossibile rifiutare una candidatura come la loro, anche perché il progetto era curato in ogni dettaglio e con infinita possibilità di spesa. Progetto valido in ogni campo. Salvo poi che sulla strada ci scendono i corridori, che in un clima proibitivo tocca loro gareggiare. Ma questo è tematica sempre più laterale.

 

Afa a parte il resto è pianura e ancora pianura. Nient’altro. Centocinquanta chilometri nel deserto, poi un altro centinaio in un circuito cittadino con moltissime curve e una curvona infinita come “rettilineo” finale. Sarà volata probabilmente. Sempre che il vento non inizi a fare le bizze e rendere imprevedibile una gara dall’esito scontato.

 

Non che sia la prima volta che il Mondiale si corre su di un circuito pressoché pianeggiante. Nel 2010 a Melbourne e nel 2011 a Copenaghen, per citare i due casi più recenti, i velocisti furono i grandi protagonisti. E nel 2002 a Zolder in Belgio fu lo stesso: percorso quasi totalmente piatto e volatona del nostro Mario Cipollini con gran parte della stampa ad applaudire la decisione di aver dato spazio anche alle ruote veloci, ritagliando un’edizione a immagine e somiglianza degli sprinter, molto spesso ingiustamente penalizzati dai percorsi. D’altra parte sono ciclisti pure loro.

 

 

L’alternanza di percorso è tradizione storica. Chi non ha le salite o gli strappi spettacolari si adatta con quello che ha. In Australia hanno inserito tre salitelle, in Danimarca hanno cercato tutte le possibili strade in leggera ascesa e ci hanno costruito un percorso velocissimo, ma impegnativo domato dal migliore dei velocisti di allora: Mark Cavendish. A Zolder poi l’arrivo era posto nell’autodromo e l’altimetria era sì facile, ma composta da un su e giù costante. Grandi velocità tra folle incredibili di pubblico: 110 mila persone a Melbourne, 180 mila a Copenaghen, 135 mila in Belgio.

 

Le stime a Doha per le prime prove sono di qualche migliaio di persone. “E’ un bel circuito. Il problema sarà il deserto in avvio e il clima. Si corre un Mondiale e incontro più gente durante un normale allenamento”, ha detto Andrè Greipel, uno dei favoriti con il compagno di nazionale Marcel Kittel.

 

Ma si sa che in Germania da anni ormai le biciclette vanno moltissimo.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi