Spegnere il cellulare alla guida non basta. Per migliorare la mobilità ci vorrebbe un Papa in bicicletta

Per il Pontefice gli automobilisti "sembrano spesso non avvedersi delle conseguenze anche gravi della loro disattenzione, per esempio con l'uso improprio dei cellulari, o della loro sregolatezza"

20 Novembre 2017 alle 17:50

Spegnere il cellulare alla guida non basta. Per migliorare la mobilità ci vorrebbe un Papa in bicicletta

Foto LaPresse

Lo scenario è preoccupante: nei primi sei mesi dell'anno sono stati 800 i morti sulle strade italiane, cioè il 7,4 per cento in più rispetto al 2016. Le soluzioni adottate sinora si sono rilevate inefficaci: l'introduzione del reato dell'omicidio stradale, non sembra aver provocato benefici. I problemi sono sempre i soliti: distrazione e alta velocità. Questo almeno dicono i numeri, noti a tutti e sempre uguali. Così come sono uguali i messaggi delle campagne di prevenzione: rispettate i limiti e le distanze, non bevete, andate piano, non usate il cellulare.

 

Già il cellulare, che fa già danni quando si è a piedi, figuriamoci quando si guida. In Inghilterra, uno studio del ministero della Salute ha riscontrato che gli infortuni tra i pedoni è aumentato del 6,9 per cento negli ultimi cinque anni. Per il 41,3 per cento sono alle articolazioni degli arti inferiori, per il 37,7 per cento traumi facciali. E tutto questo mentre il numero di persone investite da auto è diminuito. Motivo? Cadute accidentali dovute alla mancanza di attenzione. In pratica, meglio guardare dove si cammina che guardare lo schermo di uno smartphone.

 

Già il cellulare, che ormai sono in pochi a chiamarlo ancora così, ma tant'è. Tra questi c'è Papa Francesco, che oggi criticando "lo scarso senso di responsabilità da parte di molti conducenti", ha messo in evidenzia, durante l'udienza con i dirigenti e il personale della Direzione Centrale per la Polizia Stradale e Ferroviaria, come gli automobilisti "sembrano spesso non avvedersi delle conseguenze anche gravi della loro disattenzione, per esempio con l'uso improprio dei cellulari, o della loro sregolatezza". Insomma, guidate pure, ma state attenti.

 

E già questo basterebbe a rendere le strade meno pericolose. Non ci vuole poi molto.

 

Già il cellulare. Ma non basta, che mica sono tutti al telefono alla guida. Il Pontefice è andato oltre, ha detto il problema dell'insicurezza sulle strade "è causato da una fretta e da una competitività assunte a stile di vita, che fanno degli altri conducenti come degli ostacoli o degli avversari da superare, trasformando le strade in piste di Formula Uno e la linea del semaforo nella partenza di un gran premio". E basta vedere il traffico in una grande città, quando non è completamente bloccato, una fila continua, per rendersi conto che effettivamente del giusto c'è nelle parole del Papa, oppure osservare i dati della Polizia stradale che indica come le contravvenzioni per eccesso di velocità siano in continua crescita dal 2008.

 

Però c'è un non detto, qualcosa che manca, un dettaglio, forse, che il Papa ha sottovalutato e che viene da Palermo, dal cardinal Corrado Lorefice, che un anno fa, durante un'omelia, disse: "L'auto non è un diritto, è però un dovere non nuocere agli altri alla guida".

 

Era il 1959 quando Elia Dalla Costa, cardinale vicentino per lungo tempo arcivescovo di Firenze, nonché amico e confessore di Gino Bartali, disse: "Dimenticare la bici per trovare l'auto è uno degli errori che il nostro tempo sta facendo. Allontanarsi dai pedali vuol dire allontanarsi dalla fatica e quindi da Dio". Un discorso che Bartali ricordò anni dopo come "la più grande dichiarazione d'amore alla bicicletta, che è il mezzo per raggiungere la pace, quindi Dio".

 

Chi va in bici una santa patrona ce l'ha già, la Madonna del Ghisallo, santi a cui appigliarsi quando fatica in salita ne trova sempre e molte volte diversi, non sarebbe male avere un Papa che oltre alle giuste critiche all'uso del cellulare alla guida, si avvicinasse alla bicicletta. Sia mai che la strada per una mobilità sicura, data la mancanza di volontà di molta politica di cambiare le cose in Italia, arrivi dalla Chiesa. Sarebbe un miracolo, forse, sicuramente una santa idea.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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