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Un Leone al Ghisallo. Venerdì c'è Museeuw al museo del ciclismo

Sabato accanto al santuario dei ciclisti passa il Giro di Lombardia. Il giorno prima il campione belga donerà la sua maglia di campione del mondo (1996) alla struttura voluta da un altro Leone delle Fiandre, Fiorenzo Magni

10 Ottobre 2018 alle 16:48

Un Leone al Ghisallo. Venerdì c'è Museeuw al museo del ciclismo

Foto tratta dal profilo Facebook di Johan Museeuw

Quella strada, quella che si impenna dal lago, che domina il Lario, che si staglia verso il cielo lombardo l'ha incontrata una volta sola sotto le sue ruote. D'altra parte sono luoghi buoni per stambecchi e gambesecche, per ginettacci e cuorimatti, al massimo per campionissimi e cannibali, mica per leoni, soprattutto se fiamminghi. Razza particolare di felini in bicicletta, uomini primaverili, abituati a correre liberi per campagne di pietre e colline di Fiandra.

 

Di questa razza Johan Museeuw rappresentava uno degli esemplari più belli e tenaci. Era potente e sfuggente, un bipede a pedali che badava alla sostanza, ma che trovava l'eleganza là dove quasi tutti la perdevano, tra quelle pietre del nord insuperabili per molti, indigeste ai più, sogno per qualcuno. In quel fazzoletto di terra tra Belgio e Francia aveva costruito la sua carriera, realizzato le sue aspirazioni, si era fregiato del titolo di "Leone delle Fiandre", marchio nobiliare a quelle latitudini, anzi a tutte le latitudini.

 

Era il 19 ottobre del 1996 quando il Leone incontrò la strada del Ghisallo, quel cammino di fede e pedalate che si inerpica dal Lago verso Megreglio per 24 curve, per 17 tornanti, per 533 metri di dislivello, 8,6 chilometri da percorrere a naso all’insù. Era il novantesimo Giro di Lombardia e accanto alla chiesetta dedicata alla Madonna del Ghisallo, patrona dei ciclisti guardò l'orizzonte lacustre al di là del piano montuoso, il ramo manzoniano del Lario, sperando che la folle idea di vincere la classica delle foglie morte, ultimo atto di una stagione eccezionale, non fosse poi così folle. Certo era partito per dare una mano ai compagni. Certo c'erano oltre tre minuti da recuperare a Cignali, Djavanian e Andersson. Certo c'erano altre salite da affrontare e per uno come lui, che pesava oltre ottanta chili, voleva dire fatica cane, voleva dire stringere i denti e affannarsi. Però una gamba così l'aveva sentita poche volte. E poi anche a Lugano c'erano chilometri e chilometri di salite, ma quasi non le aveva sentite. Al traguardo era arrivato con Mauro Giannetti, padrone di casa, e l'aveva battuto allo sprint. Campione del Mondo. E con quella maglia lì, quella con i colori dell'iride tutto era possibile. O almeno quasi tutto. Perché sulla Roncola la corsa era diventata un faticaccia e una decina di bellicosi avevano iniziato una battaglia a colpi di scatti sui pedali, avevano salutato tutti. Poco male, si disse Museeuw. Davanti c'erano Andrea Tafi e Daniele Nardello, che erano suoi compagni di squadra, che erano soprattutto suoi luogotenenti al nord, bene così. Soprattutto perché Tafi quel giorno era determinato, cattivo, indemoniato e alla fine vincente. Il Leone rimase nel gruppo, arrivò a oltre dieci minuti, tredicesimo, primo dei battuti. Il Leone sorrise, "il Lombardia è una corsa stupenda, molto faticosa ma bellissima". Tornerà?, gli chiese un giornalista della Rai. "Vedremo, spero di sì". Non era vero, non ci tornò mai più.

 

 

Johan Museeuw al Lombardia non ci tornò più, non era la sua corsa. Johan Museeuw al Lombardia ci tornerà venerdì, che è antipasto e anteprima della Classica, che è vigilia di festa, che era ora. Non tornerà per correre, le gare sono ricordo di oltre un decennio fa, si riaffaccerà al Ghisallo per un altro motivo: perché un Leone non può non rendere omaggio a un altro Leone.

 

Johan Museeuw al Ghisallo ci verrà venerdì 12 ottobre per il Museo del Ciclismo, quello che senza Fiorenzo Magni, Leone delle Fiandre prima di lui, non ci sarebbe stato, quello che si trova dirimpetto alla chiesetta della Madonna patrona dei ciclisti, quello che al suo interno contiene la storia del ciclismo, biciclette, memorabilia, maglie, da venerdì – due giorni prima della ricorrenza dei 12 anni di attività del museo – una di più: quella iridata, quella di Lugano 1996, la sua.

 

 

Alle 18,30 si ritroverà affianco a Domenico De Lillo, a Mauro Gianetti, a Marino Vigna e Alessandro Tegner, che modererà l'incontro, a parlare del ciclismo che è stato, che è, che sarà, a parlare di Lombardia e biciclette. Il tutto mentre tutt'attorno il museo racconterà cento e undici edizioni di Giri di Lombardia, attraverso gli scatti sono tratti dalla mostra in bianco e nero di Gianni Torriani, attraverso le parole dei grandi cantori di questo sport che hanno narrato il Lombardia – da Mario Fossati a Franco Rota, da Claudio Gregori a Gianni Mura – che prenderanno forma nella voce di Riccardo Magrini.

 

 

E' l'inizio di una tre giorni dedicata alla corsa di casa, che sabato verrà trasmessa all'interno del museo e vista passare accanto alla chiesetta. Che sarà anticipata da una parentesi artistica, quella del pittore-ciclista Miguel Garcia Soro che donerà al Museo un suo quadro come testimonianza di gratitudine al Ghisallo. E seguita, domenica, dal passaggio della Gran Fondo Il Lombardia, organizzata da Rcs Sport - La Gazzetta dello Sport.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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