Gonzalo Higuain, autore di una doppietta nella semifinale vinta 4-0 dall'Argentina contro gli Stati Uniti (LaPresse)

Tra alleanze e tradimenti, questa Copa América è un gran risiko geopolitico

Maurizio Stefanini
Liberali contro socialisti, innovatori e conservatori. Perché la finale Cile-Argentina rispecchia l’evoluzione del continente latinoamericano

Un anno dopo, è di nuovo Cile-Argentina nella finale di Copa América. “La Colombia si è fatta scappare il sogno della finale”, (http://www.semana.com/copaamerica/noticias/copa-america-colombia-vs-chile-478892) ha scritto il popolare magazine colombiano “Semana” dopo il 2-0 subito dal Cile: una sconfitta che appanna anche la soddisfazione per l’annuncio del definitivo cessate il fuoco tra governo di Juan Manuel Santos e le Farc, ultima necessaria premessa prima di un accordo di pace che dovrebbe essere siglato il 20 luglio. “L’Argentina ha posto fine al sogno degli Stati Uniti” è anche quanto si legge su molti giornali ispanici, che probabilmente all’evento hanno dedicato più spazio di quanto abbiano fatto i media locali anglofoni. Ma mai come in questi ultimi tempi geopolitica, geoeconomia e agonismo si mescolano. La Copa América, nell’anno in cui sta entrando in crisi il modello populista della cosiddetta “ondata a sinistra”, segna a sua volta un successo anche calcistico dell’Alleanza del Pacifico. Si tratta dell’area di integrazione che i governi più liberali della regione avevano iniziato a costituire a partire dal 2011, in contrapposizione al crescente protezionismo ideologista incarnato dal vecchio Mercosur – cioè dal tentativo di clone della Comunità europea che a un quarto di secolo dalla sua fondazione appariva bloccato dal furibondo nazionalismo economico dell’Argentina di Cristina Kirchner e dalle incertezze del Brasile di Dilma Rousseff – e dall’Alba, nient’altro che uno strumento di propaganda creato da Chávez per inquadrare i regimi più radicali.

 

Cile, Colombia, Messico e Perù sono i fondatori dell’Alleanza del Pacifico. Costa Rica e Panama i due Paesi che hanno chiesto l’adesione dopo la sua creazione.

 


Il presidente argentino, Mauricio Macri, con l'omologo colombiano, Juan Manuel Santos (LaPresse)


 

La nuova amministrazione di Mauricio Macri è l’ultimo governo che ha chiesto di diventare membro osservatore, con il viaggio che lo stesso Macri ha appena fatto in Colombia, dicendosi disposto a offrire contingenti militari per il controllo del processo di pace con le Farc. E di Macri è appunto annunciata la presenza al prossimo vertice dell’Alleanza, in agenda in Cile. Dal punto di vista economico, l’Alleanza del Pacifico rappresenta l’area latinoamericana più dinamica e in crescita, di contro alla stagnazione del Mercosur e al disastro del Venezuela

 

Il caso – ma anche l’attuale stato di salute delle squadre in campo – ha voluto che Cile, Colombia e l’Argentina macrista siano state tre delle quattro finaliste, assieme a quegli Stati Uniti che comunque per l’Alleanza sono un indispensabile punto di riferimento. Anche Messico e Perù erano arrivati ai quarti: assieme a una rappresentanza di Alba rappresentata da Ecuador e Venezuela, comunque non andate oltre il secondo turno. A parte l’Argentina, il nucleo storico del Mercosur è finito fuori al primo turno: comprese due storiche potenze calcistiche come Brasile e Uruguay, e compreso il sempre pugnace Paraguay. Proprio Uruguay e Paraguay sono i due paesi che per quindici anni hanno cercato invano di ottenere il permesso per siglare un’intesa da soli con l’Ue, dal momento  che l’Argentina kirchnerista poneva il veto a un accordo di tutto il blocco.

 


 

Cile-Colombia, semifinale di Copa América terminata 2-0 (LaPresse)


 

Fermo restando che la storia europea è differente, l’Alleanza del Pacifico può forse indicare qualcosa anche nel clima della Brexit, con le contrapposte polemiche su se sia peggio il populismo protezionista o la burocrazia di Bruxelles. Come ricorda infatti al Foglio l’ambasciatore cileno Fernando Ayala González, “la caratteristica dell’Alleanza del Pacifico è quella di essere un’intesa che ha liberalizzato il 92 per cento del commercio interregionale tra i Paesi membri, ma senza avere né sede, né segreterie e né istituzionalità di alcun tipo. In America Latina siamo stati maestri nel creare sigle con tante poltrone e nessun risultato, e nel parlare per 200 anni di integrazione senza realizzarla. Ci voleva un bagno di pragmatismo per iniziare a concludere qualcosa di efficace”.