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Tra alleanze e tradimenti, questa Copa América è un gran risiko geopolitico

Liberali contro socialisti, innovatori e conservatori. Perché la finale Cile-Argentina rispecchia l’evoluzione del continente latinoamericano

23 Giugno 2016 alle 18:57

Tra alleanze e tradimenti, questa Copa América è un gran risiko geopolitico

Gonzalo Higuain, autore di una doppietta nella semifinale vinta 4-0 dall'Argentina contro gli Stati Uniti (LaPresse)

Un anno dopo, è di nuovo Cile-Argentina nella finale di Copa América. “La Colombia si è fatta scappare il sogno della finale”, (http://www.semana.com/copaamerica/noticias/copa-america-colombia-vs-chile-478892) ha scritto il popolare magazine colombiano “Semana” dopo il 2-0 subito dal Cile: una sconfitta che appanna anche la soddisfazione per l’annuncio del definitivo cessate il fuoco tra governo di Juan Manuel Santos e le Farc, ultima necessaria premessa prima di un accordo di pace che dovrebbe essere siglato il 20 luglio. “L’Argentina ha posto fine al sogno degli Stati Uniti” è anche quanto si legge su molti giornali ispanici, che probabilmente all’evento hanno dedicato più spazio di quanto abbiano fatto i media locali anglofoni. Ma mai come in questi ultimi tempi geopolitica, geoeconomia e agonismo si mescolano. La Copa América, nell’anno in cui sta entrando in crisi il modello populista della cosiddetta “ondata a sinistra”, segna a sua volta un successo anche calcistico dell’Alleanza del Pacifico. Si tratta dell’area di integrazione che i governi più liberali della regione avevano iniziato a costituire a partire dal 2011, in contrapposizione al crescente protezionismo ideologista incarnato dal vecchio Mercosur – cioè dal tentativo di clone della Comunità europea che a un quarto di secolo dalla sua fondazione appariva bloccato dal furibondo nazionalismo economico dell’Argentina di Cristina Kirchner e dalle incertezze del Brasile di Dilma Rousseff – e dall’Alba, nient’altro che uno strumento di propaganda creato da Chávez per inquadrare i regimi più radicali.

 

Cile, Colombia, Messico e Perù sono i fondatori dell’Alleanza del Pacifico. Costa Rica e Panama i due Paesi che hanno chiesto l’adesione dopo la sua creazione.

 


Il presidente argentino, Mauricio Macri, con l'omologo colombiano, Juan Manuel Santos (LaPresse)


 

La nuova amministrazione di Mauricio Macri è l’ultimo governo che ha chiesto di diventare membro osservatore, con il viaggio che lo stesso Macri ha appena fatto in Colombia, dicendosi disposto a offrire contingenti militari per il controllo del processo di pace con le Farc. E di Macri è appunto annunciata la presenza al prossimo vertice dell’Alleanza, in agenda in Cile. Dal punto di vista economico, l’Alleanza del Pacifico rappresenta l’area latinoamericana più dinamica e in crescita, di contro alla stagnazione del Mercosur e al disastro del Venezuela

 

Il caso – ma anche l’attuale stato di salute delle squadre in campo – ha voluto che Cile, Colombia e l’Argentina macrista siano state tre delle quattro finaliste, assieme a quegli Stati Uniti che comunque per l’Alleanza sono un indispensabile punto di riferimento. Anche Messico e Perù erano arrivati ai quarti: assieme a una rappresentanza di Alba rappresentata da Ecuador e Venezuela, comunque non andate oltre il secondo turno. A parte l’Argentina, il nucleo storico del Mercosur è finito fuori al primo turno: comprese due storiche potenze calcistiche come Brasile e Uruguay, e compreso il sempre pugnace Paraguay. Proprio Uruguay e Paraguay sono i due paesi che per quindici anni hanno cercato invano di ottenere il permesso per siglare un’intesa da soli con l’Ue, dal momento  che l’Argentina kirchnerista poneva il veto a un accordo di tutto il blocco.

 


 

Cile-Colombia, semifinale di Copa América terminata 2-0 (LaPresse)


 

Fermo restando che la storia europea è differente, l’Alleanza del Pacifico può forse indicare qualcosa anche nel clima della Brexit, con le contrapposte polemiche su se sia peggio il populismo protezionista o la burocrazia di Bruxelles. Come ricorda infatti al Foglio l’ambasciatore cileno Fernando Ayala González, “la caratteristica dell’Alleanza del Pacifico è quella di essere un’intesa che ha liberalizzato il 92 per cento del commercio interregionale tra i Paesi membri, ma senza avere né sede, né segreterie e né istituzionalità di alcun tipo. In America Latina siamo stati maestri nel creare sigle con tante poltrone e nessun risultato, e nel parlare per 200 anni di integrazione senza realizzarla. Ci voleva un bagno di pragmatismo per iniziare a concludere qualcosa di efficace”.

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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