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I crampi di fame del Venezuela visti da un riformatore monetario

Davide Casaleggio, celebrando il risultato del Movimento 5 stelle alle ultime elezioni comunali, ha rilanciato la prospettiva della democrazia diretta come metodo di governo, per poi indicare come modelli ai quali ispirarsi “il Venezuela o la California, dove l’istituto del recall permette ai cittadini di richiamare un politico eletto”.

23 Giugno 2016 alle 06:18

I crampi di fame del Venezuela visti da un riformatore monetario

La crisi del Venezuela. Un uomo cerca tra la spazatura a Caracas

Roma. Davide Casaleggio, celebrando il risultato del Movimento 5 stelle alle ultime elezioni comunali, ha rilanciato la prospettiva della democrazia diretta come metodo di governo, per poi indicare come modelli ai quali ispirarsi “il Venezuela o la California, dove l’istituto del recall permette ai cittadini di richiamare un politico eletto”. Chiedere agli oppositori del presidente della Repubblica bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro, per (non) credere. Maduro guida il paese sudamericano dalla primavera del 2013, dal 2012 al 2013 era stato vicepresidente di Hugo Chávez e dal 2006 suo ministro degli Esteri. Non proprio un novizio del potere politico, Maduro, che però adesso accusa il fronte dell’opposizione di brogli dopo che quest’ultimo ha raccolto due milioni di firme per chiedere la revoca del leader. Due milioni di firme quando ne basterebbero 200 mila, perché ci si attende che la burocrazia di Caracas – che ha avviato il vaglio in queste ore – non andrà per il sottile nel falcidiare il numero dei sottoscrittori. Con buona pace del modello venezuelano di democrazia diretta evocato da Casaleggio jr.

 

Da mesi, inoltre, la situazione economica e sociale del paese appare ancora più disgraziata di quella istituzionale. Lunedì scorso un uomo è stato ucciso dalle forze dell’ordine dopo che era entrato nella Banca centrale del paese per una rapina con tanto di presa d’ostaggi. Può apparire folclore, ma la stampa americana, inclusa quella di tendenza liberal, è piena di articoli e approfondimenti decisamente meno pittoreschi. Lo scorso fine settimana, il New York Times ha pubblicato un lungo reportage dalla città di Cumaná, uno dei primi insediamenti del paese in cui si stabilirono i colonizzatori europei, ed ecco l’incipit: “Con i camion deputati al trasporto merci sotto attacco costante, i beni alimentari del paese sono ormai movimentati solo in presenza di guardie armate. I soldati poi presidiano i forni. Mentre la polizia spara proiettili di gomma contro masse disperate che tentano di saccheggiare i supermercati, le farmacie e le macellerie. Una bambina di 4 anni è rimasta uccisa negli ultimi giorni durante una battaglia di strada tra gang rivali scoppiata per accaparrarsi un po’ di cibo”. Di rivolte simili ne sono scoppiate cinquanta nelle ultime due settimane, almeno ufficiosamente. E nel paese in cui il 72 per cento dello stipendio mensile se ne va ormai via per mettere qualcosa sulla tavola (sono stime della Federazione degli insegnanti venezuelani), l’87 per cento dei cittadini lamenta comunque di non avere soldi a sufficienza per comprare il cibo che vorrebbe (da un sondaggio della Università Simón Bolívar).

 



Nicolàs Maduro (Foto LaPresse)


 

C’è chi fa cominciare tutto questo con la crisi del petrolio: gli incassi generati dall’esportazione di oro nero pesano quanto la metà del pil venezuelano, e gli idrocarburi costituiscono il 95 per cento dei beni esportati. Un dimezzamento del prezzo del barile non poteva che avere effetti devastanti per Caracas. Steve Hanke, professore di Economia applicata alla Johns Hopkins University di Baltimora, negli Stati Uniti e Senior Fellow del Cato Institute, sostiene invece che questa è solo una parte della storia. In una conversazione con il Foglio, suggerisce di puntare l’attenzione proprio sul nesso tra disfacimento dello stato di diritto e collasso del pil: “La discesa dei prezzi petroliferi ha contribuito ad alimentare la crisi. Ma a seppellire il Venezuela ci hanno pensato il socialismo, la corruzione e l’incompetenza al governo. D’altronde osservo che la produzione petrolifera del paese si è ridotta, ma è ancora pari all’80 per cento di quella di 10 anni fa. Non solo: Caracas ha le più ampie riserve di idrocarburi del pianeta, è seconda soltanto all’Arabia Saudita”. Altri analisti sostengono che il problema risiede in Maduro, governante meno abile del predecessore Chávez che lanciò in tutto il mondo il brand del “socialismo del XXI secolo”: “No – taglia corto Hanke – Chávez fu un irresponsabile che iniziò a spingere il Venezuela verso il dirupo. Peraltro con scarsa fantasia, visto che Chávez, così come Maduro, non è riuscito a innovare di una virgola i precetti che continua ad applicare e che sono gli stessi del Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels. I problemi dell’economia locale sono strutturali e non meramente congiunturali: il paese esporta petrolio e importa praticamente tutto il resto. Il socialismo, e non un singolo presidente, ha annichilito la produzione domestica. Perfino quella della birra. Oggi tocca a Maduro guidare le danze, cioè dirigere l’economia, ed è per questo che molti cittadini non hanno nemmeno da mangiare”.

 

Difficile, per un economista abituato a lavorare sul campo come Hanke, misurare e inserire in modelli formali i crampi di fame del Venezuela: “Non esistono statistiche affidabili, anche se sappiamo per certo, ad esempio, che la Pdvsa, società pubblica petrolifera, non riesce più a estrarre e vendere petrolio autonomamente”. Difficile misurare, ma non impossibile. Hanke infatti è uno dei principali sviluppatori dell’Indice della Miseria – ideato originariamente da Arthur Okun, economista di rango e consigliere del presidente americano Lyndon B. Johnson (1963-’69) – che si calcola sommando tasso d’inflazione e tasso di disoccupazione di ogni singolo paese. Alla prima formulazione ne sono seguite altre, più raffinate, ma secondo Hanke il merito principale di questo indicatore composito è che le sue serie storiche dimostrano come “contrariamente ai dogmi della sinistra, gli anni del libero mercato reaganiano furono molto positivi. Così come furono positivi gli anni delle virtù vittoriane della prudenza fiscale di Bill Clinton, il presidente che nel 1996 annunciò: ‘Gli anni del big government sono finiti’”.

 

Torniamo all’attualità: il Venezuela, secondo le stime di Bloomberg, due anni fa ha conquistato la non invidiabile vetta del Misery Index; nel 2016, con i suoi 159,7 punti, distanzia di molto l’Argentina seconda classificata (39,9 punti), il Sudafrica (32) e la Grecia (27). Secondo Hanke, la situazione è perfino più nera, e qui subentrano i suoi calcoli che lo hanno reso noto ovunque e la conoscenza dei sistemi monetari per cui è stato chiamato come consulente da governi di tutto il mondo: “Le stime ufficiali di Caracas sull’andamento dei prezzi non sono attendibili, non foss’altro perché il governo ha imposto un sistema di controllo dei prezzi su quasi tutti i beni. Questo è il modo migliore per ingenerare carenza di beni e alimentare di conseguenza il mercato nero. Essendo quasi impossibile analizzare i prezzi di tutti i beni scambiati clandestinamente, mi sono concentrato sull’andamento – sempre nel mercato nero – del cambio tra la moneta locale, il bolivar, e il dollaro americano. Poi prendo in considerazione il potere d’acquisto. In definitiva, stimo un tasso d’inflazione del 384,7 per cento nello scorso anno, il doppio del 180,9 per cento ufficiale che già di per sé non sarebbe basso. L’Indice della Miseria, dunque, è ancora più alto di quanto spesso si dice”. La Banca centrale del paese non aiuta a stabilizzare la situazione: stampa infatti moneta su richiesta del governo per finanziare sussidi e spesa pubblica aggiuntivi che vengono deliberati nel tentativo di rintuzzare gli effetti della crisi, innestando così un circolo vizioso.

 

Prima o poi si arriverà al redde rationem, magari per input esterno. Nessun golpe vecchio stile telecomandato da qualche superpotenza, si intenda. Piuttosto basti pensare al fatto che Caracas quest’anno deve un ammontare di 10 miliardi di dollari americani ai suoi creditori internazionali. Il tutto mentre si assottigliano incredibilmente le riserve di valuta internazionale. “In caso di default sul debito sovrano, anche gli asset della società petrolifera Pdvsa rischierebbero di essere requisiti. Perciò il governo farà di tutto per evitare questo scenario. Piuttosto la Banca centrale dovrebbe essere bloccata per qualche tempo e il paese dovrebbe iniziare a usare il dollaro americano, così come fanno Panama, Ecuador e El Salvador”. Per Hanke, che si autodefinisce un “riformatore monetario”, l’incubo del Venezuela chavista non finirà finché non sarà ristabilito un minimo di stato di diritto. A partire dal trattamento che il Principe di turno riserva alla valuta utilizzata dai cittadini negli scambi economici di tutti i giorni. Finché Maduro o chi per lui avrà il diritto-potere di manipolare la moneta a proprio piacimento, e con essa tutto il resto, non si placheranno nemmeno i crampi di fame del Venezuela.

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