L'intervista

"Il woke finirà. E l'Occidente supererà le proprie follie culturali". Parla Rémi Brague

Giulio Meotti

"Non c’è niente di meglio dell’occidente, ma deve riformarsi", dice al Foglio il filosofo francese e docente all'Università Panthéon-Sorbonne di Parigi

Ci sono così tante follie ideologiche che è difficile sceglierne una. Soprattutto perché le follie si susseguono così rapidamente che è difficile stargli dietro e ogni ondata è una sorpresa”. Così al Foglio Rémi Brague, filosofo della Sorbona specialista di pensiero ebraico e arabo medievale, autore di “Des vérités devenues folles”. In un mondo folle, cosa salvare? Il tema di “Sauver”, opera collettiva diretta da Brague. “Solo alcuni osservatori molto attenti della realtà quotidiana, tra i quali non ci sono io, riescono a prevedere le follie fin dall’inizio” continua Brague. “Così la mania del wokismo era imprevista e i tentativi di farne l’erede del movimento per i diritti civili sono ingannevoli” prosegue il filosofo. “Ma il peggio si trova forse tra le persone in buona salute mentale, che reagiscono debolmente a tutti questi scoppi di follia, il più delle volte per vigliaccheria, per paura di essere visti come reazionari e ‘fuori dal mondo’”. 

La famiglia è diventata un ostacolo. “Lo stato ha lo stesso ideale del mercato: una società che non è altro che un pulviscolo di individui isolati, atomi umani che comunicano solo attraverso l’intermediazione dello stato e del mercato. La famiglia è la più elementare delle istituzioni intermedie, quella su cui si fondano tutte le altre. Solo essa permette all’individuo di diventare persona. E solo essa assicura la perpetuità della specie biologica. Possiamo aspettarci un attacco sempre più violento. Dopo il ‘matrimonio’ omosessuale, il prossimo passo sarà probabilmente la poligamia. Possiamo sperare che lo stato stabilisca un’economia sociale di mercato. Cosa che a volte riesce a fare abbastanza bene. Ma non ci si deve aspettare che favorisca o addirittura rispetti i corpi intermedi, che vedrà sempre come rivali. È una tendenza che va avanti da secoli, in forme diverse.” 

Tra queste idee folli, il genere neutro. “Il ‘genere’ è un concetto grammaticale. Si differenzia dal ‘sesso’, che è un concetto biologico che riguarda direttamente il modo in cui una specie vivente assicura la propria perpetuità riproducendosi. Il ‘genere’ è artificiale, il ‘sesso’ naturale. Finora i due concetti sono stati legati dal matrimonio. È presente, in forme diverse, in tutte le civiltà. Permetteva di incanalare e nobilitare l’istinto di riproduzione trasformandolo in una relazione tra persone. Il desiderio poteva essere trasfigurato diventando amore. Il passaggio da un vocabolario a un altro è più di un evento linguistico. È il sintomo di un’esigenza: un abbandono radicale della dimensione biologica dell’essere umano”. Pessimismo temperato dalla storia.

L’uomo di cultura non è convinto che possiamo riprenderci da questa follia. “L’uomo di cultura che vorrei essere è  morigerato e pessimista. So che la mia ‘equazione personale’ è grigia e ne diffido. D’altra parte, sono appassionato di storia e ho letto che l’umanità è stata in grado di riprendersi da una serie di follie. L’iconoclastia bizantina. Le crisi del millenarismo nel Medioevo, le processioni dei flagellanti. Le jacqueries scatenate dalla Riforma luterana portarono alla distruzione di statue e immagini prima di essere abbattute nel sangue dai principi tedeschi. Il Terrore si concluse con il Termidoro. Il nazismo fu sconfitto sul campo di battaglia e la Germania costretta a una sorta di conversione. Il leninismo è crollato di sua iniziativa nel 1991, ma non ha dato luogo a un processo di Norimberga. Il personale dirigente è rimasto lo stesso, senza l’ideologia, che è certamente un grande passo avanti, ma con le abitudini che l’ideologia aveva incoraggiato o addirittura prodotto. Un grave errore, di cui stiamo ancora pagando il prezzo. Quanto alle follie sulla sessualità, si elimineranno da sole, perché sterili. Il movimento woke può solo distruggere, non ha nulla di positivo da offrire”.

E se non ci riprendiamo, che tipo di civiltà, che tipo di distopia ci aspetta? “Ci sono diversi tipi di incubo” conclude Brague. “Uno è la paura che la civiltà occidentale si dissolva. Non sarebbe male se fosse sostituita da qualcosa di migliore, o almeno equivalente. Ma una civiltà ha un ‘insieme di specifiche’. Oggi deve soddisfare le seguenti esigenze fondamentali: una scienza disinteressata che porti a una tecnologia efficiente, un sistema politico che garantisca la libertà di tutti i cittadini, un’effettiva uguaglianza dei sessi, una conoscenza del passato il più possibile imparziale e la perpetuazione della specie su un pianeta abitabile. E tutti questi obiettivi devono essere soddisfatti contemporaneamente e a lungo termine. Ora, nel mercato delle civiltà attualmente in vita, non vedo altro che la civiltà occidentale possa raggiungere questo obiettivo, a patto che attui alcune riforme fondamentali”.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.