(foto Ansa)

L'intervista

“Il mistero non è la rinuncia di Benedetto XVI, ma come sia sopravvissuto dieci anni”. Parla Brague

Giulio Meotti

Il filosofo e medievista della Sorbona spiega l'eredità lasciata da Ratzinger: "Ha ricordato che la tecnologia, con tutti i suoi trionfi, non è una soluzione efficace se pretende di sostituirsi alla libertà dell'uomo"

L’eredità di Benedetto XVI è spirituale e intellettuale. La fede proponeva alla ragione fenomeni inattesi che rappresentavano per essa tante sfide; la ragione, da parte sua, ha permesso di purificare la fede da un sentimentalismo travagliato, anche da mere superstizioni”. Così Rémi Brague, filosofo e medievista della Sorbona, Premio Ratzinger 2012, sintetizza il papato di Benedetto XVI. Ci ha lasciato un grande esempio di dialogo con la pratica della “disputatio”, ereditata dalla scolastica medievale. “Nel 2004, quando era ancora solo prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ne ha condotto una memorabile con Jürgen Habermas. Questo esempio ci farebbe bene a noi, dove troppo spesso sentiamo dire: ‘Non parlo con queste persone’”. Il discorso di Ratisbona è stato un programma, una difesa della ragione, “diretta contro l’atmosfera anti-intellettualista che regna oggi”.

Con il discorso al Collège des Bernardins di Parigi, Benedetto ha ricordato che il principio della ricerca di Dio dovrebbe poter continuare ad animare la vita intellettuale nel XXI secolo. “Ha sospeso personaggi la cui doppia vita costituiva una controtestimonianza, ha denunciato gli scandali pedofili e rimango interdetto dalla stupidità di chi ha osato accusarlo di essere responsabile di fatti che aveva denunciato” continua Brague. Anche quando espresse riserve sull’uso del preservativo contro la diffusione dell’Aids in Africa, “Benedetto XVI ha ricordato che la tecnologia, con tutti i suoi trionfi, non è una soluzione efficace se pretende di sostituirsi alla libertà dell'uomo”. 

 

Si diceva della tradizione. “I vescovi, compreso quello di Roma, devono provvedere a quello che noi chiamiamo ‘deposito della fede’ senza aggiungervi nulla e soprattutto senza togliergli nulla. Nelle sue encicliche Benedetto XVI ha saputo evidenziare aspetti nuovi in testi biblici vecchi di duemila anni o più. C’è, tuttavia, una differenza. Le collezioni di un museo, anche le più grandi del mondo, sono finite. Se la rivelazione viene da Dio, che è infinito, allora anche il suo contenuto è infinito”. La conservazione di tali contenuti richiederà allora un adattamento costante. Un conservatore? “Se essere conservatori significa non cedere a hobby progressisti e aspettare pazientemente che perdano credito - cosa che avviene dopo qualche decennio - allora sì, in quel senso Benedetto XVI è stato conservatore”.

La fragilità di un Papa

Brague ricorda un uomo fragile. “Quando ho rivisto Benedetto XVI, nell’autunno del 2011, entrare nella sala dove doveva consegnare il Premio Ratzinger, emaciato e appoggiato a un bastone, ho avuto l’impressione che fosse allo stremo. Se c’è un mistero, non è che abbia rinunciato a esercitare il suo ministero, ma che abbia potuto resistere per altri dieci anni. Penso che volesse evitare ciò a cui aveva assistito impotente negli ultimi anni di Giovanni Paolo II: un papa malato e un’atmosfera da ‘fine del regno’ dove tutto andava a rotoli e dove ognuno fa quello che vuole. Se ho capito bene cosa significava la parola tradizione, cioè trasmissione, e non immobilità, allora è proprio quello che Benedetto XVI ha voluto rispettare quando ha scelto l’emerito”. 

Di Francesco, Brague non ha un giudizio completamente positivo. “In un primo momento mi è sembrato che Francesco avesse preso come suo programma il discorso che Benedetto XVI aveva tenuto ai vescovi tedeschi: una chiesa più povera, meno arrogante. Quanto a ciò che è seguito, devo confessare la mia perplessità. Alcune delle sue decisioni sono in linea con il suo predecessore. Altre, invece, sembrano avere una visione opposta a quella del Papa precedente. Così, ad esempio, ha ristretto la tolleranza verso il rito latino, mentre Benedetto XVI aveva potuto, autorizzandolo, siglare la pace”.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.