Canti, pazzie e ansia da Skype. Un reportage sul primo sabato da reclusi

Simonetta Sciandivasci

I dj set improvvisati sui terrazzini da fuorisede fuori controllo

E’ sabato, il primo che trascorriamo ai domiciliari a fin di bene. Per strada non ci sono che servizi essenziali, qualche stronzo che rischia l’arresto, qualche irriducibile romantico che è sceso a comprare i giornali dove non ci sono le pagine degli spettacoli, sospesi, e nemmeno quelle con la programmazione dei cinema, chiusi – e voi pensate che non le guardi più nessuno, quelle pagine, perché tutti decidono cosa fare e dove andare su internet, e invece vi sbagliate, e quando riapriranno i bar ricordatevi di farci caso, a quanti clienti al banco leggono cosa c’è all’Admiral su Repubblica.

 

Quando riaprirà tutto faremo caso a tutto, visto che ci sarà mancato tutto. Tutto, tranne la compagnia. Non c’è modo di star soli, in tre giorni di affollatissima clausura domestica abbiamo ricevuto più telefonate che in ventisei mattine di Natale, avviato conversazioni, accettato l’iscrizione a gruppi WhatsApp con persone a cui fino a due settimane fa sognavamo di avvelenare il gatto. Abbiamo pranzato o cenato su Skype, collegati con amici, ex, parenti, colleghi, flirtanti, dal nostro salotto, perché tutti ma proprio tutti, almeno una volta in questi tre giorni, abbiamo ricevuto un temibile invito a “uscire su Skype”, e non abbiamo potuto dire di no, perché non abbiamo scuse, non possiamo più inventarci che dobbiamo andare a un compleanno, a un’altra cena, a un’altra festa, in montagna, al mare.

 

Siamo a casa e tutti sanno che non possiamo essere altrove e allora si affannano a farci compagnia anche quando non ne vogliamo, del resto come al solito, ma con la differenza che sottrarci, adesso, è da stronzi, da orrendi isolazionisti incapaci di empatia, condivisione, altruismo. Ci siamo detti che ci saremmo fermati, avremmo riflettuto, avremmo riequilibrato sentimenti, umori, passioni, e invece non siamo rimasti zitti, sconnessi, isolati neanche per un minuto, tutta l’industria italiana dell’intrattenimento s’è affannata a far feste per coprire il silenzio come la signora Dalloway, e ci si è offerta, gratis e in tuta, dai salotti di casa propria, per farci sorridere, sperare, cantare, sì cantare. E allora abbiamo preso a cantare anche noi, affacciati alle finestre, a farci questa enorme serenata che ha un altissimo potenziale di stalking.

 

A Roma è già pieno di poveri smartworker che ieri pomeriggio hanno dovuto lottare contro dj set improvvisati sui terrazzini da fuorisede fuori controllo, da genitori esasperati che si sono sfogati battendo sulle pentole per tenere il ritmo de “La canzone del Sole”, intonata dai pensionati del sesto piano e dagli sconosciuti del primo, del secondo, del terzo. E’ bella e insopportabile l’Italia che se la canta, e vedrete se entro poco le forze dell’ordine non dovranno intervenire per far abbassare i volumi, e meno male che non ci si può menare per ragioni sanitarie. Ieri sui telefoni dei romani circolava un invito ad affacciarsi alle diciotto per cantare l’Inno di Mameli, anche se il vero inno nazionale del nostro paese è “Volare”, perché il verso che meglio descrive i nostri desideri e le nostre ambizioni è “volare oh oh cantare oh oh oh oh nel blu dipinto di blu”, ed è da tanto tempo che non lo cantiamo tutti insieme. Il grado di civiltà di un popolo si capisce dallo stato delle carceri e dalla capacità che ha di cantare, unito e assorto, per raccogliersi, unirsi, temprarsi, sfogarsi, regalarsi, librarsi, stringersi forte ché nessuna notte è infinita, e però pure di contenersi, quindi facciamo che questo live di dilettanti duri mezz’ora oggi, mezz’ora domani, e poi basta, poi ci mettiamo buoni, calmi, ad ascoltare il silenzio, che ha molto da dirci.

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