Ciao panico, è la resa dei conti tra i forti e i deboli. Io sono debole

Annalena Benini

L’affanno, le fake news, la spaventosa consapevolezza di poter far male agli altri respirando

Quel peso sul petto. E un affanno nel respiro, come una sensazione di annegamento. Non è niente, penso tornando a casa dal lavoro, a piedi per la città vuota, buia, seria, una città che ha finalmente capito come ci si comporta dentro un’emergenza.

  

Non è niente, fino a un minuto fa stavo quasi bene, ma adesso invece sto quasi male, forse mi sto trattenendo dal tossire, ecco i brividi, sono brividi di paura o sono brividi di febbre? Entro in casa e non so già più se dovrei salutare o no i miei figli, se è pericoloso, saluto solo il cane, poi comunque se mi sto ammalando ora, sono stata contagiosa anche nei precedenti quattordici giorni, o forse erano i miei figli i contagiosi asintomatici, o mio marito, o quell’estraneo per le scale del palazzo che mi ha tossito addosso la settimana scorsa. Guardo tutti con sospetto, l’umanità intera e anche i miei figli che saltellano per casa lamentandosi dei compiti via email, che mi fanno cento domande e a me scoppia la testa, non me ne frega niente dei compiti, vorrei scrivere delle parolacce nelle chat dei genitori ma mi trattengo, devo provarmi la febbre ma se ho la febbre poi che faccio. Penso alle persone a cui potrei aver passato il virus e mi tormento. E intanto continuano ad arrivare sui telefoni quegli idioti messaggi finti, quelle fake news inoltrate a caso come se fosse divertente, adesso che non c’è proprio niente di divertente e stiamo tutti cercando di controllare il panico: il panico però si infila sotto la razionalità, si acquatta mentre tu dici basta con quelle cazzo di fake news, chi è l’idiota che le fa, lo voglio conoscere, gli voglio dare una testata, adesso dammi un po’ di vino per favore che mi calmo.

   

Il panico si acquatta mentre lavo i piatti, con un orecchio ascolto il rumore dell’acqua sui piatti e con l’altro orecchio ascolto la poesia di Prevert che mio figlio deve imparare a memoria, “… sulla lavagna nera dell’infelicità / disegna il viso della felicità”. La lavagna nera dell’infelicità è così nera, adesso. Il panico si acquatta mentre provo a confrontare fra loro i bollettini quotidiani della Protezione civile in cerca di un elemento di speranza, si acquatta mentre mando a mia madre foto dei nipoti, lei immunodepressa chiusa in casa in Emilia Romagna che mi dice: non uscire. Che mi dice: non sono preoccupata per me, ma per te che hai avuto la polmonite, per tua sorella a Milano che non smette mai di lavorare. Il panico si acquatta mentre le dico: stai tranquilla, deve passare, qui ci divertiamo molto chiusi in casa, se senti di un omicidio sono stata io. Il panico si acquatta dietro a una mia amica con il raffreddore che si vergogna ad andare in farmacia, ha paura che l’arrestino per raffreddore o che le cuciano addosso una lettera scarlatta, quindi ordina il propoli e la vitamina C a domicilio. Il panico si acquatta dietro un’altra amica nel panico, suo marito le ha detto che vuole andare a prendere i fucili a casa del padre. Per sparare al virus, suppongo.

  

Dammi un altro po’ di vino. E dimmi i numeri, però quelli veri. Ma poi il panico esce dal suo nascondiglio quando leggo per la milionesima volta: polmonite. Polmonite. Il coronavirus diventa in fretta polmonite. Bentornato, panico. Io ne ho avuta una spaventosa, di polmonite, sono stata in ospedale, annegavo anche io, mi facevano male i polmoni e credevo fosse mal di schiena, non mi passava mai, non guarivo mai, e poi sono guarita e hanno detto: devi stare attenta per sempre. Ecco, il panico è esploso insieme al ricordo di quel dolore ai polmoni e adesso lo sento identico ad allora, mi convinco di averlo e dal cervello mi passa nel petto e perfino il termometro stasera si scalda per il panico (cioè per la coperta sotto cui mi sono nascosta perché ho i brividi di panico).

 

E’ questo il panico, nutrito dalle notizie vere e dai costruttori di fake news audio e video, gente a cui nessuno ha dato mai abbastanza testate, il panico nutrito dalla paura giusta di tutti, ma ancora di più da questa spaventosa consapevolezza, senza precedenti, che noi possiamo far del male agli altri solo respirando. Male ai più deboli.

  

E’ una resa dei conti, questa, forti contro deboli? Giovani contro vecchi? Invincibili contro vinti?

  

Anche io sono debole, sono vinta: ho le cicatrici sui polmoni, ho il respiro più corto. E il panico che si era acquattato per fare posto alle cose serie, adesso urla dal petto: sono serio anche io, e tu stai per annegare, non respiri, peggiori, e sei anche contagiosa, avrai già fatto del male a qualcuno, e se i tuoi figli ti vedono adesso, si spaventano.

  

Da grandi si ricorderanno di questa madre in preda al panico, ingoiata dal divano, con un vecchio termometro per neonati in mano: da grandi diranno che non li hai rassicurati abbastanza, che sei stata debole. Debole. Questo virus vuole stanare i deboli, e allora: eccomi, faccio parte dell’esercito dei deboli. Ci vuoi sterminare? Siamo qui. Anziani, cardiopatici, immunodepressi, diabetici, con insufficienze respiratorie, un esercito di imperfetti esseri umani di cui qualcuno potrà dire: aveva patologie pregresse. Anche per questo, quando si parla con romantico cinismo new age delle leggi che riequilibrano l’universo, del buono che c’è in questo fermarsi tutti, in questo rallentare la nostra folle corsa, io non posso dire: è vero, che bello, faremo una torta a casa tutti insieme, scriverò un libro, parlerò con gli uccellini. Perché penso ai più deboli, molto più deboli di me, che non stanno parlando con gli uccellini ma hanno gli occhi chiusi e un tubo in gola, oppure stanno annegando dentro il loro respiro e non sanno chi chiamare, e hanno paura di disturbare, e penso ai miei genitori, che non hanno nessuna folle corsa da rallentare eppure sono una categoria a rischio e adesso devono diffidare di chiunque, anche di me, e soprattutto devono restare soli. Che iniquo riequilibrio sarebbe, questo? I deboli che pagano le colpe dei forti. La signora ucraina che fa le pulizie da quando ha sedici anni costretta a prendere la metropolitana e poi l’autobus, adesso che ne ha sessantasette, per pulire la casa di chi ha voglia di riscoprire la bellezza di una torta tutti insieme e non le dice: resta a casa, ti paghiamo lo stesso, è un’emergenza. Le dicono solo: lavati le mani, cambiati i vestiti. Sono ingiuste queste leggi dell’universo, mi fanno l’effetto delle fake news, e scopro piano piano che l’indignazione sconfigge il panico, e non sto più annegando, adesso, ho di nuovo un respiro normale, e sento ancora un peso sul petto, sì, ma è il peso dell’incazzatura.

   

Tra poco starò bene, non avrò più la febbre, farò il giro della casa per sgridare persone e animali, sarò di nuovo forte, ma di quella forza un po’ più compassionevole che hanno i deboli.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.